Pier Vittorio Tondelli: ritratto di un’epoca

“Conobbi PVT nel 1975, a un concerto jazz…”. Gian Ruggero Manzoni ci racconta l’icona della scrittura degli anni Ottanta, l’amico, il neo-Pasolini in una Bologna bollente, in piena lotta armata
“Conobbi PVT nel 1975, a un concerto jazz…”. Gian Ruggero Manzoni ci racconta l’icona della scrittura degli anni Ottanta, l’amico, il neo-Pasolini in una Bologna bollente, in piena lotta armata

Conobbi Pier Vittorio Tondelli nel 1975, a un concerto jazz, in una sorta di Circolo ARCI di Reggio Emilia. Ci presentarono comuni amici underground. Io stavo facendo l’ultimo anno di liceo classico e lui si era giusto iscritto al DAMS di Bologna. Quella sera parlammo un po’ assieme, bevemmo assieme e, infine, mi convinse che uno come me non poteva mancare in quella sorta di Zoo di Berlino che, allora, risultava quale “Dipartimento di Lettere e Filosofia”, costituitasi appena due anni prima.

Entrai in quella gabbia di matti a fine ottobre appunto del 1975. Nella sede di Strada Maggiore conobbi Andrea Pazienza, che già fumettava, Roberto Antoni, in arte Freak Antoni, poi leader degli Skiantos e fra gli animatori dell’Harpo’s Bazar, Francesca Alinovi, scatenata operatrice culturale, critica d’arte e sostenitrice del “Graffitismo”, Enrico Palandri, l’autore di “Boccalone”, primo romanzo generazionale italiano, Filippo Scòzzari, altro fumettista di genio, assieme a Pazienza già nella redazione della rivista “Cannibale”, poi, sempre con Pazienza, tra le matite de “Il Male”, quindi fondatore di “Frigidaire”, poi Carlo Mazzacurati, in seguito divenuto regista cinematografico, e Giacomo Capiotti, regista a suo volta, e tanti altri, nei decenni successivi risultati di fama, oppure, oggi, dimenticati.

Come insegnanti avevamo Gianni Celati, Umberto Eco, Renato Barilli, Luigi Squarzina, Alfredo Giuliani. Furono anni intensi, sotto certi punti di vista devastanti, creativi al parossismo, sconcertanti per quello che riuscivamo a fare nell’arco di una giornata… si dormiva pochissimo, si beveva molto, alcuni finirono nell’eroina. Pier Vittorio è morto, Andrea è morto, Francesca è morta, Freak è morto, Mazzacurati è morto… noi, che restiamo, siamo dei sopravvissuti, la più vecchia, oggi, sarebbe Francesca Alinovi, avrebbe 72 anni, il Pier 65, Freak ne avrebbe 66, gli altri, come me, sarebbero a 63, se non ce li avesse portati via la Grande Mietitrice.

Inutile dirlo, abbiamo lasciato oltre la metà degli amici lungo la strada. Una generazione bruciata, sparata a 1.000, presa da infiniti vortici, forte e debole assieme, come forte e debole lo era il Pier, uomo dolcissimo, di grande disponibilità, sempre pronto a sostenerti nei momenti pesanti, in cui cattolicesimo e trasgressione, quasi da neo Pasolini con accento emiliano, estro e attaccamento alla sua Correggio, sperimentazione teatrale e le tagliatelle della mamma andavano di pari passo. Folle questa nostra regione… l’Emilia-Romagna… terra di estremi, di piacere, ma di tragedia assieme, dilaniata dalla politica, sempre all’avanguardia, almeno fino agli anni ’80 del secolo scorso; una geografia di cantautori, gruppi musicali, opera, balletto, racconta storie, narratori, poeti, cinematografari e sceneggiatori, nonché pittori, in cui la nebbia diveniva e diviene sinonimo di Metafisico, il vino e il cibo compendio alla consapevolezza di vita, l’iperbole pane quotidiano, il paradosso fuga da certe malinconie, da certe risate stridule, a voce alta, come nei film di Fellini.

Il Pier, o Vicky, come lo chiamavamo, era uno di questi aedi, lo è stato, lo è ancora, nonché lo scrittore cult di una nuova Italia letteraria che si voleva togliere d’addosso lo strutturalismo e una certa “cervelloticità” del Gruppo ’63, gli ultimi rigurgiti del neo realismo post bellico e le patinature alla Bassani.

Lo sentii, telefonicamente, l’ultima volta, nell’estate del 1991. Mi disse del male che lo minava, ma sempre con parole tranquille, accettando ciò che gli stava succedendo, confidando, forse pregando, attento nel dirmi che se avessi incontrato Giovanni Testori gli portassi i suoi saluti perché le parole del comune maestro gli mancavano

Gian Ruggero Manzoni

Con Tondelli editammo assieme, nel 1980, con Feltrinelli. Lui uscì con Altri libertini, subito fatto sequestrare da un magistrato democristiano, io, assieme a Emilio Dalmonte, con Pesta duro e vai trànquilo – Dizionario del linguaggio giovanile che scatenò, in ambito accademico, un putiferio inimmaginabile, ma, infine, avemmo ragione noi. Al nostro fianco, sempre quell’anno, per la Feltrinelli, un altro grande amico, il poeta Valerio Magrelli, con “Ora serrata retinae”, la sua raccolta più bella.

Il Pier aveva 25 anni, Valerio ed io 23… e mi sembra di parlare di preistoria.

Nel 1977, a seguito del famigerato “Marzo bolognese”, ebbi problemi con la giustizia e mi tolsi da Bologna, partendo volontario per le Forze Armate, iniziando, così, una sorta di vita parallela che mi sono trascinato fino al 2002, il tutto di recente narrato da Pier Paolo Giannubilo nel libro Il risolutore, edito da Rizzoli e finalista al Premio Strega dello scorso anno. Quando il Pier lo seppe, lui che si era prodigato quando finii in galera, in quel marzo del 1977, per la mia troppa irruenza e per l’arma che le Squadre Speciali mi trovarono addosso, disse che ero diventato matto, ma non potei raccontargli fino in fondo il perché di quella mia scelta. Il Pier, che si ritrovò a fare il militare alcuni anni dopo e fermò quella sua esperienza, lui, antimilitarista, gay, pacifista, nel romanzo Pao Pao, non si capacitava che passassi dalla parte del “potere in divisa”, poi, in seguito, poco prima che morisse, gli rivelai l’arcano e rimase ulteriormente basito (ma questa è un’altra storia).

Ecco, ciò che ci differenziava, ma che ci univa, era, appunto, il modo di porsi nel sociale. La mia irruenza veniva placata, spesso, dal suo buon senso, la mia violenza dal blandirmi col suo modo sempre affabile e comprensivo nell’affrontare certi argomenti di vita e malavita, invece la mia componente selvaggia lui la compensava con il suggerirmi di continuare a scrivere e di trovare il mio domani lì, tra quelle righe, o nei miei quadri, lasciando perdere l’imbecillità in cui è sempre sprofondata una buona percentuale di nostri compatrioti, soprattutto coloro avvinghiati alle sedie della politica, quelli facenti tana dentro ai partiti e i tanti vendutisi a questa o quella mafia. Lui teorizzava la lotta da dentro il Sistema, io, allora come poi adesso, da fuori il Sistema, e così si tirava l’alba, distanti come posizioni, ma vicini per amore dell’arte e per la sacralità che attribuivamo all’opera, al fare, al dire, allo spenderci per quel che si era, senza tante ipocrisie o mediazioni.

Lui non era un “guerriero”, ma una sorta di sacerdote laico, e lo amavo per questo.

Fu dura, per lui, in quegli anni, l’essere gay. A parte il Cassero, storica roccaforte del F.U.O.R.I. (prima rivista incentrata sulla questione dell’omosessualità), nonché presidio stabile della diversità bolognese e italiana, l’omofobia dominava non solo a destra, ma anche a sinistra, seppure la sbandierata “liberazione” e “la creatività al potere”. Il Pier, in tal senso, mantenne, sempre, un profilo defilato, da “velato”, come si soleva dire in gergo, anche se con noi amici non ne fece mai mistero. Un pudore dovuto ai motivi che ho accennato sopra, ma anche a seguito della sua matrice cattolica, nonché al vivere in un piccolo paese della bassa emiliana, in cui il pregiudizio, seppure l’80% di votanti PCI, PSI, PDUP o PSIUP, ancora albergava. Infatti a Bologna si sentiva maggiormente a suo agio, considerato ciò che stava succedendo in quegli anni, e questo fin quando la parte dura del Movimento e dell’Autonomia non tirarono fuori i denti e le unghie.

A destra come a sinistra eri sempre a contatto con chi aveva già scelto la strada della lotta armata, e gli scontri, non solo fisici, ma anche dialettici, divennero via via più aspri, in un crescendo che ci portò alla tragedia. Quando la città iniziò a bollire, il suo andare e venire da Correggio dipendeva dal “bollettino meteo” inviato dalla piazza. Nei giorni in cui la ragione maggiormente dominava, lo vedevi arrivare; in quelli in cui Dioniso si agitava in Via Indipendenza, Strada Maggiore, in Piazza Verdi o in Via Zamboni restava esiliato tra le mura di casa. Non lo faceva perché pavido, ma perché sempre ha teorizzato la necessità di parametrarsi nella comprensione, nel mutuo soccorso, nella mano tesa, nella parola sussurrata. La sua lotta la portò avanti scrivendo, e Altri libertini ne è la prova più che evidente. Quando fu sequestrato firmammo in favore del Pier in oltre 500. Anche alcuni tromboni accademici lo fecero, forse comprendendo che il mondo stava cambiando e, in effetti, pareva che nel vero stesse mutando, ma poi vennero gli anni ’80, quelli del più becero edonismo, dell’effimero, della TV spazzatura, del crollo delle ideologie, della sconfitta, della disfatta, del craxismo, quindi del berlusconismo, della P2 in ascesa e, l’oggi, che è sotto agli occhi di tutti.

Prima che morisse il Pier ci ha donato forse il suo secondo libro per importanza: Un weekend postmoderno. Cronache dagli anni ottanta, una raccolta di articoli, pubblicata nel 1990, con lo scopo di raccontare e descrivere, attraverso lo studio di mode e di musiche, di tendenze letterarie e artistiche, la cronaca vera e propria di quel periodo in Italia, in un progetto che poi si venne a concludere col libro L’abbandono. Racconti dagli anni Ottanta, pubblicato postumo, nel 1993, da Bompiani. Il ragazzo di Correggio ci aveva visto lungo anche in quello. Il ragazzo alto e magro, che terminò la sua breve vita cercando di aiutare giovani scrittori emergenti come la Ballestra, Culicchia, Romagnoli e tanti altri, mise nero su bianco il come stessero andando le cose.

Lo sentii, telefonicamente, l’ultima volta, nell’estate del 1991. Mi disse del male che lo minava, ma sempre con parole tranquille, accettando ciò che gli stava succedendo, confidando, forse pregando, attento nel dirmi che se avessi incontrato Giovanni Testori gli portassi i suoi saluti perché le parole del comune maestro gli mancavano. Quando morì ero ad Urbino, dove insegnavo. Non potei partecipare ai funerali. Andai a salutarlo qualche mese dopo, al cimitero di Canolo, una piccola frazione di Correggio, dov’è sepolto. Gli portai una foto di Jim Morrison, ventenne, schedato dalla polizia di Tallahassee per ubriachezza e disturbo della quiete pubblica, me l’aveva inviata un amico da New York. Il Pier conosceva tutti i testi di Jim a memoria, ne era super innamorato, e lo posso capire.

*Questo testo è pubblico, in origine, sulla rivista “Graphie”, n.92, 2020; in copertina: Pier Vittorio Tondelli a Riccione photo Fulvia Farassino

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