Il leader di Hezbollah – Hassan Nasrallah – è stato duramente criticato dalle frange estremiste del movimento per le sue posizioni troppo morbide nei confronti dello Stato ebraico. Interessante in questo senso è il suo discorso del 3 novembre, il primo pronunciato dallo scoppio delle ostilità. Nasrallah ha scelto di promuovere una strategia che, pur sostenendo la causa di Hamas, evita di precipitare il Libano in un conflitto più vasto. La posizione anti-israeliana è uno dei pilastri strutturali del partito, ma deve essere coniugata con la situazione economica e sociale del Paese. Hezbollah non è solamente un movimento armato anti-israeliano di resistenza e liberazione, è al contempo una forza sociale e istituzionale libanese, un’organizzazione militare alleata dell’Iran e una holding finanziaria globale. La sua solidità deriva dalla commistione con la società del Libano meridionale che è talmente forte da risultare in reciproca identità. L’adesione alla causa della resistenza, nella retorica e nella pratica, è sostanzialmente indiscussa.
Una prima spiegazione della scarsa aggressività di Hezbollah deriva da una considerazione sull’offensiva di Hamas del 7 ottobre: l’obiettivo primario dell’attacco non era di natura militare, ma politica. Non la distruzione di Israele (ipotesi che avrebbe comportato l’immediato ingresso in guerra dell’intero asse della resistenza), ma far saltare la normalizzazione arabo-israeliana sul piano regionale. Questo potrebbe spiegare l’enfasi posta dall’élite del partito sulla soluzione diplomatica del conflitto, ma non è sufficiente a giustificare l’approccio complessivo alla vicenda. Hezbollah si definisce attraverso Hassan Nasrallah.
Nel Medio Oriente sciita lo Stato come lo concepiamo da queste parti non esiste. Un unico centro di imputazione di potere sul modello westfaliano non è nemmeno concepibile. L’apparato statuale è strutturato su rapporti di forza di natura personalistico-clientelare, le istituzioni sono solo la cornice (peraltro non ben definita) che permette il massimo grado di espressione di tali rapporti. Il potere è spesso slegato dall’effettiva capacità strategica o dal controllo politico e la geografia è solo l’estensione (la proiezione?) degli uomini e del loro carisma. Tale articolazione si mantiene inalterata per i rapporti interregionali. Secondo il principio dottrinario della velayat-e faqih, stabilito da Ruhollah Khomeini, ogni musulmano deve obbedire all’autorità dell’esperto della fede: la Guida Suprema. Nasrallah appartiene al lignaggio dei discendenti di Maometto, ha studiato nella città santa di Qom ed è una delle personalità più rilevanti dello sciismo politico transnazionale.
La dottrina khomeinista prevede che autorità religiosa e politica si fondino nella figura della guida suprema, quindi teoricamente Khamenei sarebbe al vertice della catena di comando e Nasrallah dovrebbe sottomettervisi a livello operativo, militare e finanziario. Ma questa verticalità sta gradualmente venendo meno. Il Generale Soleimani, ucciso in un raid statunitense nel gennaio 2020, era il responsabile del coordinamento delle milizie sciite affiliate all’asse della resistenza. La sua morte ha lasciato un vuoto di potere che l’Iran non è riuscito a colmare, Nasrallah sì. Da vent’anni Hezbollah gode di un ampio margine di manovra, pur mantenendo sempre uno stretto legame con il processo decisionale persiano, che ha permesso al suo leader di guadagnare progressivamente potere ed influenza. Nasrallah ha ormai una voce potente nel sistema a guida iraniana ed un posto privilegiato al tavolo decisionale. Sul campo, oltre a Libano e Siria la presenza di Hezbollah è a livello apicale anche in Iraq, dove il ruolo di Soleimani è stato ereditato da Muhammad al-Kawtharani, fedelissimo di Nasrallah. Il fatto che gli Hezbollah siano riusciti ad imporre un loro uomo in una roccaforte persiana come lo Stato di al-Sudani è esemplificativo dei mutati rapporti all’interno dell’asse della resistenza.
Appare chiaro che la strategia è funzionale a consolidare ed estendere il ruolo di Hezbollah come credibile interlocutore regionale. Il tempo della retorica del Partito di Dio liberatore dei territori palestinesi che marcia trionfante verso la moschea di al-Aqsa è finito. Quello nel Libano meridionale è sostanzialmente un fronte di dissuasione. Con un Iran sempre più proiettato nella sua dimensione internazionale piuttosto che regionale, Nasrallah si propone come erede per la guida dell’asse della resistenza nel quadrante. Khamenei non può permettersi un conflitto aperto per la leadership con Nasrallah perché mostrerebbe divisioni interne e debolezza ad un mondo che considera l’alleanza sciita un blocco unico: l’Iran impensierisce le potenze globali solo se si pone a unico portavoce dell’asse della resistenza. La questione quindi sarà solamente sulle modalità di adattamento alla duplice leadership che si sta delineando, non è da escludere una parallela e concorrente rappresentanza distinta sotto il profilo interno-esterno al quadrante. Nonostante la sterilità strategica del fronte meridionale, il conflitto a Gaza offre a Nasrallah un’opportunità in Iraq: liberarsi dell’ingerenza americana.
Nel Paese ci sono circa 2500 militari statunitensi nel quadro della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico, l’obiettivo delle milizie filo-iraniane è di associare il più possibile gli Stati Uniti ad Israele in modo da cavalcare l’onda di risentimento antisemita per legittimare la loro opposizione alla presenza americana in Iraq. Il consolidamento del potere dei partiti sciiti all’ombra del governo di al-Sudani non elimina però le frizioni all’interno della coalizione, il rischio di un Paese completamente destabilizzato è alto. Un’efficace gestione delle risorse irachene consoliderebbe il nuovo ordine interno all’asse della resistenza. Hezbollah continua ad distinguersi nella complessa geopolitica del Medio Oriente come un attore chiave per la strategia iraniana, ma se Nasrallah vuole definitivamente emergere ha bisogno di una vittoria, non a Gaza, ma in Iraq. Il profilo interno si conferma ancora una volta più significativo di quello esterno.