OGGETTO: Israele con le spalle al muro
DATA: 04 Luglio 2024
SEZIONE: Geopolitica
L’attacco di Hamas è stato l’11 Settembre d’Israele poiché ha sancito la funesta cesura fra una percezione d'apparente invulnerabilità e la sua scomparsa. Ma rappresenta anche la fine di una convergenza parallela fra Tel Aviv e l'Occidente. Il vallo orientale fra il mondo dei buoni e quello dei cattivi ha perso ogni ragion d'essere, così come il credito politico su cui si fondava la Nazione, finito bruciato assieme a Gaza.
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La Guerra di Gaza sembra avere definitivamente ribaltato l’assunto clausewitziano, evidenziando come oggi sia la politica ad essere diventata la prosecuzione della guerra con altri mezzi e non viceversa. Una guerra che, rovesciando il secolare teorema del celebre prussiano, si autoalimenta proprio della mancanza di chiari obiettivi politico-diplomatici, cementando paradossalmente la stabilità di governi e istituzioni contestate quanto inqualificabili – a Ramallah e Beirut come a Tel Aviv e altrove – che, altrimenti, andrebbero incontro a crisi interne o addirittura – come nel caso di Netanyahu – a processi esiziali.

Israele, dopo otto mesi di feroce quanto inconcludente offensiva a Gaza, pare infatti essere sempre più intenzionato a raddoppiare gli sforzi e scontrarsi direttamente con Hezbollah invadendo il Libano meridionale. Le minacce si alzano di tono; i blindati si accumulano al confine; gli omicidi “mirati” e, specularmente, gli attacchi di droni si fanno più letali e sofisticati mentre gli sfollati della Galilea del nord (circa ottantamila) e quelli a sud del fiume Litani (circa centomila) attendono inutilmente di poter tornare alle proprie case.

Una guerra, quindi, che non avendo più confini si ammanta d’un forte connotato ideologico; una delle forme più pericolose da combattere dove, al posto d’una vittoria tattica – la liberazione degli ostaggi e la cattura/uccisione/esilio dei leader di Hamas della Striscia – si preferisce un obiettivo ineffabile quanto irraggiungibile: l’eradicazione di Hamas stesso. Una dichiarazione d’intenti roboante e programmatica degna delle peggiori “guerre infinite” in cui l’America s’infilò dopo l’11 Settembre senza alcun apparente profitto mentre il resto del mondo, inorridito, restava a guardare.

Uno scontro d’altronde profondamente squilibrato, portato avanti a furia di bombardamenti indiscriminati accompagnati dal blocco dei beni di prima necessità e dalla sistematica distruzione d’ogni infrastruttura civile. Un orrore che uno Stato democratico non dovrebbe mai avallare. E, allora, perché Israele imperterrito prosegue e, anzi, ritiene di dover perfino espandere il conflitto verso nord e, magari, farla finita anche con la teocrazia iraniana? Una scelta apparentemente suicida e controproducente, che allontana l’espansione degli Accordi di Abramo e la normalizzazione con i propri vicini, rischiando di renderlo uno Stato paria a livello internazionale; una scelta incomprensibile se non contestualizzata attraverso le scorie escatologiche dello shock del 7 ottobre 2024.

L’attacco di Hamas, infatti, è stato l’11 Settembre d’Israele. Non solo per l’elevato numero di vittime – il più alto mai patito dallo Stato ebraico in una singola incursione – ma, perché sancisce una funesta cesura. C’è un “prima” e un “dopo” 7 ottobre che va ben oltre la conta di morti e rapiti, rappresentando una catastrofe nazional-esistenziale paragonabile solamente all’attentato alle Torri Gemelle. Si potrebbe, certo, obiettare che gli Stati Uniti non avessero mai subito un attacco sul proprio territorio dai tempi di Pearl Harbour, mentre Israele è uno Stato perennemente in guerra con i propri vicini fin dalla propria fondazione; eppure il trauma di riscoprirsi vulnerabili e che l’impenetrabile muraglia ipertecnologica possa essere violata dal basso come dal cielo, configura un rovescio epocale. Uno spartiacque che supera in gravità – militare ed emotiva – perfino la strage alle olimpiadi di Monaco e la Guerra del Kippur, amplificata proprio perché, come gli Stati Uniti post Guerra Fredda, subita nel momento storico in cui ogni tradizionale nemico statuale (Egitto, Giordania, Libano, Siria e Iraq) era stato definitivamente sconfitto o normalizzato.

Il 7 ottobre assume quindi la forma d’una tragedia insuperabile, di cui rinnovare e rinverdire l’orrore mandandone continuamente in onda spezzoni e testimonianze, mentre la guerra che dovrebbe emendarla si trasforma in cieca e violenta punizione collettiva nei confronti d’un intera popolazione. Il tipico complesso da “nazione ferita” che con furia biblica si scaglia a testa bassa in una crociata contro il male assoluto incarnato da Hamas e dagli altri gruppi della jihad islamica. La stessa reazione che trascinò l’America di Bush a dichiarare la “Guerra al Terrore” che, iniziata tra gli altipiani di Helmand e Kabul finì per impanarsi nei deserti tra Siria e Iraq.

Un Israele ferito che, mentre colpisce duro per ristabilire il proprio concetto di deterrenza, s’indigna per la mancata assoluta solidarietà di governi e cittadini dell’Occidente allargato. Anzi, più aumentano le pressioni internazionali per limitare le vittime d’un massacro fuori scala (circa quantamila tra morti e dispersi), rabbiosamente aumentano gli sforzi e il tonnellaggio degli ordigni. Pare, infatti, sconcertante che oltre confine gli “altri” non capiscano, non comprendano come l’IDF rappresenti la punta di lancia del mondo liberale contro la barbarie intollerante e islamista che minaccia il bel “giardino” dalla giungla di caoslandia.

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Roma, Dicembre 2023. XIII Martedì di Dissipatio

Come osano il Sudafrica e il Brasile accusarci di fronte alla CPI? – si lamenta sgomenta la Knesset; Come può la Spagna e l’Irlanda dare in premio ai terroristi il riconoscimento dello Stato palestinese? – schiuma di rabbia l’ambasciatore all’ONU stracciando platealmente lo statuto delle Nazioni Unite; Come possono studenti borghesi protestare da Harvard alla Sapienza?

È semplicemente inconcepibile ai loro occhi che il resto del consesso civile rimanga inorridito dalla sproporzione del massacro e, quindi, chiunque non manifesti incondizionato appoggio alla Guerra di Gaza deve per forza essere un antisemita e un nemico d’Israele. In una lotta manichea tra le forze del male e quelle dell’ordine non può, infatti, esserci spazio per tentennamenti, sfumature o distinguo, ed è proprio questa trappola mentale a guidare il governo Netanyahu verso la progressiva folle logica dell’escalation, mettendo sempre più sotto tensione l’inscindibile rapporto con gli Stati Uniti e gli alleati della UE.

La “sindrome da 11 Settembre” ha però un’origine ben più profonda e radicata. Dopo la prima Guerra del Golfo, Israele iniziò a perdere la centralità strategica che aveva mantenuto durante tutta la Guerra Fredda, ma le Twin Towers cambiarono il paradigma. Quando, infatti, Bin Laden dichiarò guerra all’intero Occidente, Israele era l’unica democrazia del Medio Oriente e, di conseguenza, doveva essere difeso a priori, qualunque cosa facesse. L’IDF di conseguenza diventava “l’esercito più morale del pianeta”, il reparto avanzato nella guerra di civiltà che contrappone la libertà al male assoluto, e qualunque misfatto, violazione dei diritti umani e occupazione militare diventava automaticamente lecita. E, dal momento che Israele è – o meglio nel 2018 diventa per legge lo Stato-Nazione degli ebrei – tutti gli ebrei diventano automaticamente difensori dell’Occidente. La prima linea, il vallo orientale, a cui affidare parte della sicurezza collettiva e anche l’onere di disdicevoli azioni militari oltre confine, essenziali eppure sgradite all’opinione pubblica democratica. Il “lavoro sporco” composto, insomma, di omicidi extragiudiziali e operazioni speciali compiute al di fuori d’ogni convenzione di Ginevra che elevano di nuovo Israele ad alleato imprescindibile di Washington. Così, innanzi al sillogismo che descrive la lotta tra la libertà e chi la rappresenta in Medio Oriente (Israele) e la sua negazione (il terrorismo), quest’ultimo perde ogni connotazione storica, ogni retroscena politicamente assodato, trasformandosi semplicemente in un nemico del Bene da eliminare. E chi non lo comprende allora è automaticamente un alleato del Male o un’utile idiota; Nazioni Unite comprese.

L’associazione Israele – Sionismo – Imperialismo, che infiamma i campus universitari e le manifestazioni della Sinistra più radicale, alimentandone la reciproca incomprensione, ha invece una genesi ben più antica e circostanziata. Fino allo scoppio della Guerra dei Sei Giorni, infatti, il rapporto tra l’Unione Sovietica e i suoi satelliti (in particolare la Polonia e alcuni Stati Baltici) era stato piuttosto cordiale e collaborativo. Stalin stesso fu il primo capo di governo a riconoscere lo Stato d’Israele nel 1948 e, nonostante la diffidenza e il sospetto che nutriva nei confronti degli ebrei, Golda Meir venne accolta come ambasciatrice a Mosca con manifestazioni di massa e invitata perfino a parlare nella sinagoga della capitale. Lo Stato dei sopravvissuti all’Olocausto e dei kibbutz  suscitava simpatia, finché la rapida e schiacciante vittoria dell’IDF contro l’Egitto di Nasser, la Siria baathista e la Giordania, cambiano di colpo l’intero paradigma. Breznev, durante la riunione d’emergenza d’un Patto di Varsavia allarmato per il repentino crollo degli eserciti dei Paesi musulmani “socialisteggianti”, ottiene la condanna d’Israele e l’appoggio incondizionato ai Paesi arabi. Il governo di Tel Aviv viene allora dichiarato nemico del progresso e braccio armato dell’imperialismo americano, già in piena guerra del Vietnam. A Varsavia s’inizia a temere che l’opinione pubblica parteggi per Israele e che “quinte colonne” sioniste complottino contro il regime. “L’aggressione israeliana” viene paragonata al nazismo; lo Stato ebraico diventa un “nemico dell’umanità” mentre gli arabi sono dei “progressisti” ingiustamente aggrediti; di conseguenza Israele è additato come nemico del socialismo e dell’intera umanità.

Ogni Stato e movimento anti-imperialista d’ora in avanti dovrà essere anche anti-sionista e, dal momento che s’è stabilita la connessione per cui ogni ebreo è sostenitore d’Israele e ogni sostenitore d’Israele è automaticamente un sionista, l’antisemitismo viene sdoganato, diventando un valore “di sinistra”. Il sionismo stesso da normale posizione politica si trasforma in esistenziale, identificandosi tout court con lo Stato israeliano. A questa forma d’antisemitismo presto s’affianca il “negazionismo” della Shoah che, quindi, non nasce né nell’estrema destra europea né, tantomeno, dal radicalismo islamista ma proprio nel fertile terreno della Polonia comunista. Questo peculiare antisemitismo – storico-politico più che razziale – ispirato dall’anti-imperialismo, che si sposa presto con l’anti-americanismo è esattamente quello che ancora prevale nelle piazze durante tutte le manifestazioni in favore di Gaza o, da noi, durante le commemorazioni del 25 aprile. Un riflesso, insomma, ereditato dalle dinamiche della Guerra Fredda e, tuttavia, una sorta di profezia auto-avverata che oggi tende a identificarsi, non a torto, con il governo di Netanyahu retto dal Likud con l’alleanza dei partiti ortodossi più radicali.

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