OGGETTO: Narnia nello spazio
DATA: 22 Dicembre 2025
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
AREA: Europa
Nella “Trilogia cosmica” (1938-1945) dello scrittore britannico Clive Staples Lewis ripubblicata recentemente da Adelphi in un volume unico, assistiamo, in bilico tra science fiction ed epos, allo scontro senza esclusione di colpi tra bene e male, materia e spirito, razionalità calcolante e pensiero poetante, spirito di geometria e di finezza.
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La scrittura, com’è noto, traduce sulla carta i grandi enigmi senza risposta di un’epoca, si fa emblema delle vicissitudini delle classi sociali in ascesa e dei loro eroi (come rilevava il marxista rumeno Lucien Goldmann nel 1964) e manifesta più in generale le contraddizioni culturali in cui si dibatte una società diventando un osservatorio privilegiato per captarne i punti di rottura. Nel caso della serie di romanzi di Clive Staples Lewis (“Lontano dal pianeta silenzioso” del 1938, “Perelandra” del ’43 e “Quell’orribile forza” del ’45), in equilibrio tra letteratura fantascientifica e apologo morale finalmente disponibili per Adelphi in un solo libro, “Trilogia cosmica” il 14 novembre scorso, il cuore della materia narrativa si identifica con la discrasia analizzata già da Max Horkheimer tra ragione strumentale e ragione oggettiva, col conflitto dell’obiettivismo con il mondo della vita, con il tema dell’etica in epoca tecnologica, su come conservare l’anima al tempo degli acceleratori di particelle. 

Dietro l’esplorazione di Macalandra e Perelandra (“Marte” e “Venere” secondo il lessico terrestre) da parte degli eroi dei romanzi Elwin Ransom, Jane e Mark Studdock, sullo sfondo del suo scontro con gli scienziati senza scrupoli emuli del Saruman tolkeniano e il famigerato istituto di ricerca ICE luciferino e nichilista, lo scrittore inglese, infatti, muove i fili di una favola moderna allegorizzando con la sua penna tropi ebraico-cristiani di caduta, libero arbitrio, così via. In questo senso l’autore intende stringere in un unico nodo modernità ed esperienza religiosa, fede e tecnica, mostrandone i punti di congiunzione (agli occhi di un cristiano come noterà ne “Il sacro e il profano” Mircea Eliade la spiritualità stessa diventa storica e aperta all’attesa speranzosa del futuro diversamente dalle religiosità pagane temporalmente cicliche, pertanto la modernizzazione non può essere rifiutata ma accettata nella sua sfida) e i contrasti insanabili per inaugurare un catechismo all’altezza delle scoperte più recenti, armonizzando come già l’Aquinate nel Medioevo il meglio del sapere laico (Aristotele) con la cultura cristiana. 

L’elemento macchinico risuona pertanto con l’irrazionale, la tecnica dimostra di essere la continuazione della magia con altri mezzi oltre un certo livello di sviluppo dei suoi artefatti, come rilevava recentemente Andrea Venanzoni, sulla scorta della mitologia delle aziende tech della Silicon Valley e dei loro rituali cripto-esoterici e ricostruendo i lineamenti dell’antropologia del neonato homo digitalis, disincarnato e fagocitato dai suoi stessi innesti come in un lungometraggio cronenberghiano in “Il trono oscuro. Magia e potere nell’era degli algoritmi”. A Lewis difatti non interessa, secondo la moda di un tradizionalismo antimoderno à la page (si pensi al saggio “Vita selvatica. Manuale di sopravvivenza alla modernità” di Francesco Borgonovo e Claudio Risé oppure ad analoghe virate neoprimitiviste sul versante politico opposto), mettere la tecnologia sul banco degli imputati, perché sarebbe banale, quanto provare ad articolare un sermone nella forma di una storia fantastica dove le innovazioni rischiano di piegarsi a logiche disumanizzanti, corrompendosi per l’abuso della libertà umana a cui siamo condannati, come insegnava Jean-Paul Sartre. 

Per lui la scienza e le sue applicazioni mirabolanti deve essere, invece, sottratta alla “antropologia della dissoluzione” su cui puntava il dito don Giussani, per essere riguadagnata alla fede e reinserita in un discorso di senso orientato ai fini: Ransom verrebbe dunque a rappresentare le “ragioni del cuore” in opposizione alla famelica tecnocrazia scientista. Le tecniche scientifiche, infatti, sono interpretate a tutto tondo e possono essere frutto di vana curiositas affrettando la caduta dell’uomo distaccandolo dalla propria creaturialità o collaborare all’amministrazione del creato nel rispetto delle gerarchie divine, la partita è aperta e si gioca nel cuore di ognuno, sembra dire il narratore. Solo così permane l’agonias pirituale, per dirla alla Miguel de Unamuno, la tensione perenne che contraddistingue il nocciolo duro della religione cristiana e insieme la sua cifra più caratteristica: Cristo per Lewis simbolizza una follia vitale che rompe con la vuotaggine piatta e insipida delle scienze esatte deprivate del bisogno di significato che degenerano in “modernismo reazionario” (cit. Jeffrey Herf). 

Il trittico di romanzi nacque per una scommessa di Lewis con l’amico J. R. R. Tolkien, che l’avrebbe visto impegnato in un world building sci-fi sulle tracce di una storia ambientata nello spazio capace di saldare mito e fantascienza, mentre l’altro celebre membro degli Inklings avrebbe dovuto dedicarsi ad un’opera giocata sul viaggio all’indietro nel tempo che però non vedrà mai la luce. Ne uscì una space opera in tre atti, il primo dedicato all’esplorazione di Marte da parte del protagonista, un filologo spedito sul pianeta rosso da due scienziati, Weston e Devine, ammaliati da sogni di grandezza e intenzionati ad appropriarsi dei suoi tesori costretto a venire a contatto con forme di vita inaspettate che stridono con le sue convinzioni, apprendendo dell’esistenza di misteriose specie senzienti, gli hrossa, i pfifltriggi e i séroni e dell’esistenza di presenze di luce, gli eldil, e di vere proprie intelligenze angeliche guardiane dei vari pianeti del sistema solare, gli Oyarsa, a loro volta al servizio di Maledil, il dio creatore della cosmologia romanzesca. Viene a sapere anche che la terra (o per meglio dire “Thulcalandra”) è diventata un pianeta silenzioso per effetto della ribellione (specchio della rivolta biblica di Lucifero) del suo Oyarsa, separandosi dal resto dei pianeti sorvegliati da queste entità metafisiche benevole in seguito alla corruzione del suo angelo-guida, tagliandosi fuori dalla rete di comunicazione spirituale cosmica. L’umanità come specie decaduta da una originaria condizione edenica di contatto metafisico col divino presente nella natura riflesso della dimensione trascendente, interrompendo i canali di trasmissione del verbo religioso peccando, scegliendo di peccare di amore disordinato allontanandosi dall’Essere vero

Nel primo capitolo della trilogia il personaggio principale, ricapitolando, fa esperienza del “problema dell’altro” tematizzato da Cvezan Todorov in una monografia famosa dedicata all’assimilazionismo violento e al culturicidio dei popoli mesoamericani, imparando a mettere in discussione i suoi preconcetti, in primis la convinzione della superiorità della sua specie sulle altre in virtù dei giocattoli tecnologici utili al gioco al massacro delle guerre, al dispiegarsi della “libido dominandi” di sant’Agostino, ecc. Dopo aver preso parte alla caccia di pericolosi bestioni locali ed evitato un rapimento ad opera dei villain della storia, il sovrano spirituale del pianeta popolato da alieni che vivono in armonia gli permette di tornare a casa rimpatriando assieme a lui la coppia di scienziati avidi di guadagno che l’avevano imbarcato in quell’improbabile avventura raggiungendolo in un secondo momento, ripromettendosi di scriverne per sensibilizzare sull’accaduto i suoi contemporanei. Con la promessa da parte di Ransom di riportare in forma indiretta quanto ha vissuto ha termine così il primo romanzo, che con la tecnica dell’estraniamento vuole problematizzare le certezze ottuse del suo tempo, l’idolatria per il denaro a discapito della gratuità (su cui scrisse parole definitive Charles Péguy nel 1913), i rischi di una scienza deprivata di valori morali. 

Roma, Dicembre 2025. XXX Martedì di Dissipatio

Nella seconda parte della serie di romanzi l’asse narrativo si sposta sulla Venere terrestre, per il linguaggio alieno “Perelandra”, dove Ransom si reca in risposta alla chiamata dell’Oyarsa di Macalandra per scongiurare le mire dell’Oyarsa corrotto a bordo in una navicella fai da te costituita da una cassa dopo essere stato aiutato dallo stesso Lewis (con una trovata metaletteraria) invitato nel suo cottage per assisterlo nei preparativi della partenza. Avendo appreso nel frattempo il linguaggio Solare antico, o Hressa-Hlab, parlato in quelle contrade, Ransom approda su Venere dove vive una nuova, mirabolante, avventura facendo la conoscenza della regina Tinidril, che vive su una distesa di isole galleggianti in costante movimento, avendo ricevuto l’interdizione dal dio Maledil di stabilizzarsi sulla terra fissa del suo pianeta, una misteriosa montagna che si erge immobile tra i flutti. Qui viene raggiunto da Weston, posseduto ormai dall’arconte terrestre rinnegato l’Oyarsa decaduto del nostro pianeta fattosi silenzioso e suo strumento nella profanazione di Perelandra, che tenta di sedurre la regina spingendola con i suoi sofismi a prendere dimora sulla terra di là dai marosi in nome del diritto all’autodeterminazione assoluta, anche rispetto ad un creatore onnipotente, come il nichilista Kirillov nei “Demoni” dostoevskijani.

Nell’ultimo romanzo il focus segue le disavventure della coppia Studdock, lui accademico presso la facoltà di Edgestow tentato da ente di ricerca (l’ICE) desideroso di inventare un tipo d’uomo in linea con il razionalismo utilitaristico senz’anima del secolo, lei tormentata da incubi inspiegabili che la conducono a stringere amicizia con un gruppo di spiantati capeggiato dallo stesso Ransom. Questi ha intuito che l’ICE perseguendo il folle proposito di destrutturare la stessa natura umana in virtù di un superomismo amorale, di un futurismo esoterico che pare ispirato da Nikolaj Fedorov e dai cosmisti russi come mostrato da George Young. In uno scontro senza esclusione di colpi che minaccia di allontanare Mark Studdock da sua moglie, tra piani occulti per rinvenire il corpo dormiente di Merlino del ciclo arturiano e tentativi di controllare la popolazione della cittadina dove si svolge l’azione del libro attraverso sommosse orchestrate, Lewis scioglie i nodi lasciati in sospeso nei romanzi precedenti, portandoci ad un finale inaspettato. 

Nell’ultimo blocco narrativo della trilogia si può dire che guadagnino i riflettori le insidie di un “governo mondiale” (applaudito da molti intellettuali anche progressisti alla Bertrand Russell) volto al governo tecnocratico dell’umano, il rischio di una sempre maggiore costrizione della “nuda vita” in funzione di progetti totalitari e fanatici (anche da parte di istituti come la Mont Pelerin Society neoliberale potremmo aggiungere), l’abuso intellettuale e il “tradimento dei chierici” di cui parlava Julien Benda, la critica dell’indifferentismo morale, la difesa dell’immaginazione simbolica di cui ha scritto pagine illuminanti Gilbert Durand. La favola moderna di Lewis, anche in quest’ultimo assaggio termina disseminando dubbi e spingendo il lettore a prendere posizione, riscuotendolo dall’apatia del presente. 

Se è vero, come ha scritto Roberto Paura per Kobo, che le pagine della trilogia cosmica vaticinano il nostro futuro e grondano di intuizioni sull’attualità, possa la “Trilogia cosmica” con le sue immagini fantasiose almeno provare a risvegliare il bambino sepolto dentro di noi, quello “stupore infantile” di cui scriveva Elémire Zolla per aprirci ad uno sguardo più completo e meno mediato sulle cose.

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