Jean Daniélou: un itinerario in tre libri

Rileggere il cardinale Daniélou per superare indenni il “regno della quantità” e vivere una vita contemplativa che, nelle condizioni attuali, è un «atto di eroismo».
Rileggere il cardinale Daniélou per superare indenni il “regno della quantità” e vivere una vita contemplativa che, nelle condizioni attuali, è un «atto di eroismo».

Il mondo non è ateo. Nel mondo ci sono degli atei, ma il mondo è divino. Gli atei sono un incidente. Queste semplici parole condensano la personalità di Jean Daniélou (1905-1974), cardinale e accademico francese, sempre impegnato in un profondo e rigoroso dialogo con le istanze extra cristiane. Daniélou – che era gesuita – ha avuto una particolare attenzione verso il mondo contemporaneo costruitosi all’ombra della tecnica, dove il nichilismo sembra andare a braccetto con il relativismo. Nondimeno, la dimenticanza del Sacro che sembra colpire l’umanità occidentale contemporanea (e, nel complesso, l’umanità in generale) non può essere intesa come una dimenticanza dell’umanità da parte del Sacro; piuttosto è, e non può che essere, la dimenticanza del Sacro da parte dell’umanità. Il sottinteso è chiaro: Dio è sempre presente, quantunque in modo invisibile e nascosto. Ecco il senso della dichiarazione d’apertura: gli atei sono un incidente. 

In L’orazione, problema politico (pubblicato per la prima volta in Francia nel 1965) l’analisi di Daniélou è insieme lucida e carica di una speranza che può suonare insolita in un testo che denuncia la frivolezza e l’edonismo dell’umanità occidentale. Il dramma che si sta svolgendo davanti ai nostri occhi è la decristianizzazione delle masse, dice il gesuita. La causa? Una società costruitasi programmaticamente al di fuori del cristianesimo. Scrive:

L’esperienza dimostra che è praticamente impossibile a un cristiano che non sia un militante perseverare in un ambiente che non lo sostiene. Quanti sono coloro che vanno in chiesa nel loro paesetto e che una volta arrivati in città non ci vanno più!

Jean Daniélou

Un dramma, appunto, che si perpetua ogni giorno, con la complicità di una comunicazione social sempre più invasiva, una socializzazione insomma che non lascia spazio personale per l’orazione e che ridicolizza qualsivoglia testimonianza di fede. Ma di certo – e questo è il tratto distintivo della Chiesa – la religione non può essere appannaggio di una piccola élite, sicché una politica che porga attenzione alle esigenze spirituali dell’uomo è vieppiù necessaria. «L’ateismo di Stato che soffoca la vita religiosa e il laicismo che l’ignora sono contrari al diritto naturale», aggiunge Daniélou. Ancora una volta ci si riferisce a un giusnaturalismo che non è quello moderno (quest’ultimo costituitosi al di fuori di una antropologia religiosa) e che fa da contraltare a un puro diritto positivo razionale e, proprio per questo, indifferente alle istanze non razionali ma non perciò irrazionali bensì soprarazionali.

Jean Daniélou con Giorgio La Pira nel 1953

L’orazione è dunque una questione politica, un fenomeno che ha un peso sociale non indifferente e che riguarda l’uomo tutt’intero. Continua Daniélou: «Non tratto l’orazione nel senso specificamente cristiano, ma nel senso in cui la preghiera è un elemento costitutivo di tutte le religioni». Un respiro universale attraversa il pensiero del gesuita, attento com’è al divino in ogni sua forma. «In un mondo in cui siamo minacciati dall’ateismo, bisogna difendere innanzitutto la sostanza del sacro, ovunque essa si trovi»: un proposito netto e inequivocabile nel quale è persino possibile intravedere una auspicata alleanza fra tutte le religioni del mondo, quantunque non offuscata da un nefasto sincretismo né da un livellamento altresì detto “rilancio al ribasso”. 

Quale possibilità per l’orazione all’interno di un quadro urbano? Difficile trovare una risposta, men che meno una soluzione viabile. «Una società nella quale accanto alle fabbriche non vi siano chiese è una società disumana», dice Daniélou – ed ecco che «per l’insieme degli uomini di oggi, visti i condizionamenti nei quali si trovano, la realizzazione della vita d’orazione è praticamente impossibile. Di conseguenza, la società è mal fatta». La società è mal fatta, dice proprio così. Il progresso tecnologico (non liberato dalle «forze delle tenebre», scrive) ha accelerato il tempo (ai più attenti non può sfuggire il fatto che l’accelerazione del tempo è uno dei cosiddetti “segni dell’Ora” che l’escatologia islamica pone alla fine del mondo), e la conseguenza denunciata dal gesuita è appunto l’impossibilità di ritagliarsi un minimo spazio per la vita d’orazione. «La preghiera», continua, «è resa così quasi impossibile alla maggior parte degli uomini al di fuori di un atto di eroismo». La preghiera come eroismo, quindi, il cui corollario è il seguente:

Il maggior pericolo per il cristiano non è la persecuzione, ma la mondanizzazione. 

Jean Daniélou

La “tecnocratizzazione” dell’universo umano e la costituzione di un uomo ovunque identico offrono un senso di sicurezza e una impressione di forza che, in fin dei conti, sono fallaci, pie illusioni e, più di tutto, tentazioni di separarsi dalle proprie radici in cielo, dacché «nella misura in cui l’uomo si sente più potente, è meno cosciente della propria dipendenza»: un altro modo per dire che l’oblio dei propri limiti nasconde anche l’illimite. Nondimeno, non bisogna assumere un atteggiamento passatista, uno sguardo retrospettivo; nostalgico sì, qualche volta e con le dovute cautele, ma «il cristiano non deve assumere nei riguardi [di questo mondo] un atteggiamento scontroso, rimpiangendo sempre il passato e criticando il presente: questo sarebbe una mancanza di rispetto per ciò che Dio stesso ha voluto». Guai a insulsi isolazionismi, eccettuati i casi di vita contemplativa. I laici – obiettivo dello scritto di Daniélou – non possono ritirarsi dal mondo ma immergervisi interamente, e devono farlo persino con gioia ma mai ingenuamente: vale sempre il detto evangelico di essere prudenti come serpenti e semplici come colombe (Mt 10, 16), guai dimenticarlo. E i laici, oltretutto, devono essere profetici, nel senso che devono tracciare nuove strade che, a partire dal mondo così com’è, conducano infine a Dio.

Scrive Daniélou:

Quando i cristiani difendono il posto di Dio nella società umana come elemento essenziale della società stessa, non è Dio che difendono, perché Dio non ha bisogno di essere difeso, non è minacciato: chi è minacciato è l’uomo.

Jean Daniélou

La società umana terrestre non può sfuggire all’azione e all’interesse dei cristiani per il semplice fatto che l’uomo integrale non è solo spirituale ma anche sociale, animale comunitario, sicché «servire i propri fratelli e salvare la propria anima non sono due cose in opposizione ma una sola ed unica cosa». E Daniéou lo ripete costantemente: «Un mondo senza adorazione è un mondo umanamente irrespirabile», e ancora, «una civiltà che, in quanto civiltà, non abbia questa dimensione divina è una civiltà inumana»

Jean Daniélou

Certo, si parla spesso oggi del ritardo della Chiesa rispetto al mondo: la Chiesa è rimasta indietro, uno stanco retaggio di mondi passati, sogni svaniti, credenze ingenue, tutte considerazioni di chi confonde l’essere credente con l’essere credulo. Ma la Chiesa è come una costante spina nel fianco del mondo contemporaneo, è «uno dei grandi testimoni della dissociazione tra novità e valore»: non tutto ciò che è nuovo ha necessariamente valore, e anzi la vera e perpetua novità è costituita dall’eterna Presenza, ove invece la novità moderna deperisce presto, viene superata in un batter d’occhio, diventa anacronistica ancor prima di essere commercializzata – perché, va da sé, tutto oggi viene commercializzato, al punto che ciò che non viene immesso sul mercato nemmeno esiste. Jean Daniélou, quindi, non può non asserire che «in realtà, è il mondo moderno ad essere in ritardo sul Cristo e sulla Chiesa», affermazione che rende i cristiani veri e propri avanguardisti, persino futuristi, come emerge nella seguente affermazione del gesuita: «Il cristianesimo è la fine dei tempi già presente al centro del tempo».

Dove dimora Dio? Ne Il segno del tempio (uscito in Francia nel 1990) Jean Daniélou offre una prospettiva che in un certo senso completa la trattazione iniziata in L’orazione, problema politico. Il cristianesimo diventa così la rivelazione completa del tempio in cui vive Dio – e Dio, si sa, è ovunque.

All’origine dell’umanità, la creazione tutta quanta, uscendo dalle mani di Dio, è santa; il paradiso terrestre è la natura in stato di grazia. Il cosmos intero è la casa di Dio. […] La natura intera è ancora un tempio per Lui. Un gruppo d’alberi, una sorgente sono per lui un frammento di Paradiso dove offre i propri sacrifici; una pietra qualsiasi gli serve da altare. Si tratta della religione primitiva, originale, comune a tutta l’umanità e della quale si ritrovano le tracce – deformate, contaminate, pervertite – in tutte le religioni. […] I pastori ed i magi sono come l’affiorare nel Vangelo di una vena sotterranea, elementare.

Jean Daniélou

Una citazione lunga, questa, che lungi dall’essere un richiamo a quella che viene generalmente chiamata Tradizione primordiale è, invece, la descrizione dell’uomo come animale religioso, nella sua necessità di volgersi al Sacro – e non può proprio farne a meno, quest’uomo, dal basso della sua condizione, immerso nel fango e nella sporcizia ma con un inestirpabile senso sacrale che lo guida e lo illumina. Il concetto di Tradizione primordiale certo richiama alla mente l’opera di René Guénon, che però nel caso specifico era già stato affrontato da Jean Daniélou nel testo Saggio sul mistero della storia (1953). Qui, difatti, il gesuita riconosceva che «l’opera di Guénon contiene una parte di verità; ed ha pure dei limiti che la rendono inaccettabile ad un cristiano». Ed ancora: «L’eccellente e il detestabile si uniscono stranamente in lui [in Guénon]». Dal simbolismo universale che Guénon riscontra nelle grandi tradizioni religiose dell’umanità (e che per Daniélou è una «considerazione importante») non si può però inferire alcuna dottrina nascosta, alcuna conoscenza iniziatica di cui le religioni, specialmente i monoteismi, sarebbero semplici rivestimenti sentimentali per renderla accessibile ai più. 

Ad ogni modo, in Il segno del tempio Daniélou continua la trattazione introducendo il peccato come evento destabilizzatore e di cui l’intera creazione patisce la violenza. Conseguenza è l’istituzione del tempio mosaico, il ruolo dell’Arca e del Tempio di Gerusalemme come contenitori della gloria di Dio, e la successiva nascita dell’opposizione fra sacro e profano. Poi accadde Gesù che, compiendo la Legge, «riferisce a sé tutte le qualità del Tempio». Dopo la sua morte è il turno della Chiesa, la comunità cristiana per eccellenza, un edificio spirituale di cui ciascun cristiano è pietra viva. «La chiesa di pietra non continua il Tempio ma la sinagoga», chiaramente. La Chiesa con la maiuscola, invece, prende il posto di un luogo fisico: Cristo è il suo «sole mistico che è il principio che vivifica l’universo spirituale»

Ciò che suggerisce Daniélou a noi tutti è di assumere uno sguardo che vada oltre il razionalismo sterile che vede solo quantità laddove è sempre presente la qualità. E infatti Dio, benché fuori dal tempo e, insieme, sempre qui e ora nel tempo, svela questo sviluppo di Sé (un ri-velarsi, uno s-velarsi, un annunciarsi), opponendosi a «quella visione razionalista di un progresso unicamente quantitativo dove non vi è un’elevazione assoluta e quindi vero progresso [e opponendosi pure] a quella visione irrazionalista che vede nella storia un seguito di civiltà eterogenee, discontinue, non collegate da alcuna saggezza»

La vita cristiana è «tutta quanta una attesa» perché «il cristiano sa che è fatto per cose più alte» e quindi non si attacca ai piaceri e ai possessi del mondo ma è già sciolto benché al momento unito al corpo. «La vita cristiana è una vita nascosta», scrive Daniélou – una vita che, però, partecipando di un ordine temporale, non può esimersi dal partecipare «pure ardentemente», scrive il gesuita, alle lotte politiche e sociali del proprio tempo, perché «la salvezza di molte anime dipende dalle condizioni temporali di esistenza».

È così che si passa a La Trinità e il mistero dell’esistenza (prima edizione nel 1968), che pur trattando del fulcro teologico della religione cristiana è, al contempo, una esortazione ad immergerci sempre più responsabilmente nella vita quotidiana della civiltà tecnologica, ben consapevoli della destinazione celeste. Nell’introduzione al testo, il cardinale gesuita scrive: «Quanto più si amplia nella vita dei cristiani la dimensione dell’azione temporale, tanto più la testimonianza contemplativa la deve controbilanciare». Si torna alle considerazioni di L’orazione, problema politico, dunque: una città costruita al di fuori del Sacro sarà sempre imperfetta e mal fatta. «Compito dei cristiani è quello di inserire la Trinità nell’universo della natura e della tecnica così come si dà oggi», in una accettazione selettiva dei suoi aspetti positivi.

La purificazione dello sguardo è il primo esercizio per la battaglia che ci attende: «Non appena gli occhi dell’anima si purificano, questo mondo torna davvero a essere un paradiso pieno di divine energie. […] Ovunque Dio è celato. […] La presenza di Dio è coestensiva alla totalità dell’essere». Ed è così che la nostra vita interiore non deve fare lo sbaglio di dire sempre “io, io, io”: «Per quanto peccatori possiamo essere, responsabili delle colpe più gravi, bisogna prima raggiungere la Trinità, e poi pensare ai peccati. Se cominciamo dai peccati non arriveremo mai alla Trinità», scrive Daniélou. Ecco che allora bisogna squarciare il velo dell’apparenza (nella tradizione indù, il velo di Maya) per penetrare in «ciò che è sovranamente reale», al contempo «superando ogni pretesa dell’intelligenza che vorrebbe in qualche modo forzare il mistero divino» – e cosa c’è di più inintelligibile ancorché dicibile e parzialmente analizzabile di un Uno che è Tre?

Il mistero divino non è oscurità ma pienezza di luce e «gli occhi dell’anima sono troppo deboli per sopportare quella luce» – rivelazione diventa ri-velazione, un velarsi di nuovo nello svelamento adeguato alla vista umana, e cioè il volto di Cristo, dacché «non siamo proporzionati che alle cose create». Il fondo dell’essere che giace al di là dell’apparenza materiale delle creature è la Trinità, vale a dire una comunità interpersonale. «Chi dice che il fondo dell’essere è la materia, chi lo spirito, chi l’uno: hanno tutti torno. Il fondo dell’essere è la comunione. […] Nessuno prima di Gesù aveva detto che l’uno è un noi». La conseguenza è questa, e cioè che «non ci si realizza che donandosi». E si ritorna, di nuovo, a L’orazione, problema politico, in un botta e risposta tra la dimensione temporale e quella spirituale, tra le esigenze del corpo e quelle dello spirito: l’uomo totale non può scinderle, coinvolto com’è nel movimento trinitario, che è «non una legge esterna cui dovremmo obbedire ma una forza interna che ci attira e trionfa sulla pesantezza della carne».

Jean Daniélou racconta il mondo contemporaneo, quel “regno della quantità” che però non è, e non sarà mai, abbandonato dal Sacro, quantunque la cultura generale Gli abbia voltato le spalle. È certo però che, se gli atei sono un incidente – come provocatoriamente sostiene Daniélou –, il mondo è da sempre sacro e sacrale, irradiato dal divino onnipresente e nascosto. Sicché (ecco la speranza del cardinale) «se una certa forma di civiltà sacrale è legata all’infanzia dell’umanità, l’ateismo non rappresenta lo stadio dell’umanità adulta, bensì l’adolescenza. È esattamente il momento in cui l’umanità bambina si rivolta contro l’universo all’interno del quale si è costituita, e sappiamo che la rivolta è essenzialmente l’atteggiamento dell’adolescenza. Allo stadio adulto, al contrario, si ritrova quell’equilibrio superiore che permette di recuperare i valori religiosi fondamentali in un nuovo equilibrio». E chissà se la provvidenziale globalizzazione (leggasi: il processo per cui le culture e le religioni sono condotte necessariamente a guardarsi reciprocamente negli occhi) non apporterà un avanzamento verso questa auspicata direzione.

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