Giusva: da attore a killer

La storia di Giuseppe Valerio Fioravanti, il bambino prodigio che diventò terrorista
La storia di Giuseppe Valerio Fioravanti, il bambino prodigio che diventò terrorista

«La cosa più terribile è che non è sprezzante, né impaurito. È lucido, tranquillo, come se avesse previsto tutto!». Il giudice Borraccetti commenta così l’interrogatorio appena avvenuto in una stanza del Policlinico di Padova. Sorvegliato a vista da un solido cordone di agenti armati, un giovane poco più che ventenne, sdraiato sul letto con profonde ferite alle gambe, dinnanzi al sostituto procuratore appare quieto e imperturbabile, come se il peso schiacciante degli ergastoli non incombesse sulle sue spalle, del resto, il traguardo più importante quel ragazzo lo ha appena raggiunto: è vivo, nonostante la recisione dell’arteria femorale e l’ingente quantitativo di sangue versato.

I carabinieri appaiono ancora increduli: quel giovanotto che ha appena ammazzato due dei loro colleghi è lo stesso che qualche anno prima compariva accanto a Edwige Fenech sulla locandina di un filmetto vietato ai minori. Dopo un primo tentativo di dichiarare false generalità, il ragazzo è stato rapidamente inchiodato dal confronto con le segnaletiche. Anche la prova del guanto di paraffina ha dato esito positivo. Ormai non vi è alcun dubbio: a sparare lungo l’argine del canale Scaricatore, assieme ad altri membri di un commando, è stato il neofascista Giuseppe Valerio Fioravanti, ventidue anni, bambino prodigio negli anni Sessanta e oggi destinatario di un mandato di cattura per la Strage di Bologna.

Una rivendicazione dei Nar giunge puntuale ai telefoni di «Radio Omega», emittente vicentina. A parlare è una voce femminile: «Rivendichiamo l’agguato, volevano sorprenderci, noi li abbiamo sopraffatti. Onore al camerata Valerio Fioravanti!». La stessa comunicazione giunge anche alla redazione del quotidiano «L’arena di Verona». Agli albori degli anni Ottanta il Veneto sembra ripiombato nell’incubo neofascista che inghiottì la regione a cavallo tra i due decenni precedenti, ma ai tempi della cellula nera di Freda e Ventura, Valerio Fioravanti per tutti gli italiani era Giusva, una figura amorevole e rassicurante, distante anni luce dagli orrori della strategia della tensione […].

Da bambino prodigio a terrorista, Attore da bambino, poi picchiatore e spietato killer neofascista, Da attore bambino a killer del terrorismo nero, sono questi i titoli dei giornali. Ma chi è davvero Giusva Fioravanti? Alcune persone che hanno assistito ai suoi interrogatori lo descrivono come un ragazzo cinico e freddo, capace di parlare di crimini efferati con inquietante disinvoltura. Una fama, quella dell’assassino insensibile e glaciale, che Fioravanti si porterà dietro per anni nelle aule dei tribunali.

«Il mio problema è questo – racconterà al presidente della Corte d’appello di Bologna – io ho fatto molte cose. Di solito cerco di parlarne in un senso molto distaccato, diciamo in senso storico, saltando tutte le parti di polemica, di critica o di riflessione morale su quello che ho fatto. Mi piace tenere scisse le due cose. Questo dà quasi sempre l’impressione di un certo cinismo, di scetticismo, di una mancanza di senso morale. Io continuerò anche in quest’aula a tenere separate le due cose, io le racconterò i fatti, cercherò per quello che posso di raccontarle le date, quello che il mio tipo di collaborazione con la Corte mi consentirà di dirle, lascerò fuori, nei limiti del possibile, i giudizi, a meno che lei non me li chieda in senso particolare. Non vorrei che questo venisse scambiato per una particolare forma di cinismo o di mancanza di senso morale. Questa, purtroppo, è la sensazione che si ha sempre, io vengo descritto come una belva anche se poi magari non lo sono. Non mi interessa molto smentire questa cosa però era il minimo di premessa che dovevo fare» […].

«La mia attività politica – spiegherà Valerio Fioravanti – ha un inizio che io scherzosamente ho definito materno. Io ho cominciato a far politica solo perché la faceva mio fratello minore, Cristiano […]. A me accadeva di tornare a casa la sera, dopo che ero stato a giocare a tennis, dopo che ero stato in palestra, dopo che ero uscito col motorino a fare i giretti miei e di trovare mia madre preoccupata perché Cristiano non era ancora rientrato. “Vai a cercare tuo fratello! Vai a cercare tuo fratello! Prendi il motorino e vai a cercare tuo fratello! Saliamo in macchina e andiamo a cercare tuo fratello!”. A forza di essere mandato a cercare mio fratello, quando poi la macchina di mia madre è stata bruciata dai compagni come rappresaglia per questo ragazzino di dodici anni che girava per il quartiere ad attaccare manifesti, che era stato visto salire su questa macchina, quando mio fratello ha iniziato a prendere le prime botte, le prime bastonate, in me è scattato diciamo quell’istinto protettivo del fratello maggiore […]. Io ho semplicemente restituito le botte che prendeva mio fratello e ho restituito la macchina bruciata di mia madre, non c’è niente di politico in questo, in realtà. La cosa è andata avanti così per diversi anni, crescendo man mano, senza tappe particolari, senza punti di svolta particolari, siamo arrivati, nel corso degli anni, con una crescita graduale, dalla scazzottata alla bastonata, dalla bastonata alla coltellata, dalla coltellata alla pistolettata, dalla pistolettata alla raffica di mitra, siamo arrivati alla cosiddetta lotta armata. Senza momenti particolari di tensione, è stata una cosa molto graduale, molto semplice».

Nicola Ventura

David Barra

*Per gentile concessione si ricalca un brandello dal capitolo “Giusva”, in: Nicola Ventira e David Barra, “Borghesia violenta. I bravi ragazzi del terrorismo italiano”, Gog, 2021

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