Virgili, o della fine

Leggere “La distruzione” è un esercizio sadico, violento, necessario. Catabasi in Dante Virgili, lo scrittore più estremo della letteratura italiana
Leggere “La distruzione” è un esercizio sadico, violento, necessario. Catabasi in Dante Virgili, lo scrittore più estremo della letteratura italiana

La coscienza è una mutilazione”.

La distruzione di Dante Virgili non sarebbe un libro da leggere – e neppure da scrivere. Nondimeno, proprio per questo, andrebbe letto – per esperire l’infernale atmosfera di odio che, in tempi di retorica esibizione di buoni sentimenti, controbilancia in modo estremo l’idea – sempre più dogmatica – secondo cui l’uomo è – o deve per forza essere – un animale sociale, altruista, tollerante e amante dell’umanità. Beh, Dante Virgili – alla stregua di De Sade o, che dire, di Hobbes, Schopenhauer, Nietzsche e Céline – dà fuoco alle illusioni: “gli umani sono esseri da branco, non sociali”, lupi, non pecore; bestie assettate di sangue, divorate dalla bramosia naturale – dominatori senza coscienza: morte al buon selvaggio. Tuttavia, a dispetto dell’esercito di moralisti che lo liquiderebbero sbrigativamente con giudizi troppo umani, Virgili è un grande autore proprio perché riesce a dare l’impressione di non esserlo – e anche per questo andrebbe letto.

Accostandosi al testo – pubblicato da Mondadori (1970), da Pequod (2003) e da Il Saggiatore (2016) – tanti addomesticati lettori potrebbero sentenziare: “Mah, questo Virgili è un maniaco sessuale, un potenziale serial killer, un nazista che andrebbe rinchiuso; oltretutto, butta lì le parole alla rinfusa come potrebbero fare tutti!”. Insomma, in due secondi, folle e anche mediocre – accoppiata vincente in tempi di censura e di reductio ad Hitlerum; tuttavia, bisogna dirlo, in questo caso la riduzione sarebbe ben gradita all’autore! D’altra parte, lo stesso Dante Virgili – che non è uno pseudonimo – sembra uno scherzo del destino dato che, con un nome così, ci si aspetterebbe di leggere uno scrittore volto alla scoperta degli stati più elevati dello Spirito. Stavolta invece Dante non ascende ad alcun Empireo né s’innalza interiormente; anzi, tutto nel suo viaggio letterario è satanico ribaltamento del puro, rappresentazione del nostro giù, galleria tartarica, rescendenza, cunicolo da demone, tenebrosa e orizzontale permanenza tra le fiamme – e non c’è Virgilio che tenga né – assolutamente – alcuna celestiale Beatrice. E se qualcuno fosse tentato di pensare che un conto è la scrittura un altro la vita, in questo caso sembra che neppure tale ragionevole opinione – spiraglio, aria – possa reggere.

Infatti – lo rilevano Antonio Franchini in Cronaca della fine e Simone Scafidi nel film Appunti per la distruzione – il bolognese Dante Virgili era simile al suo personaggio – “era” perché, dimenticato da tutti, è trapassato nel 1992: morto da solo, parenti che rifiutano di riconoscere la salma, al funerale quattro gatti, raccolta fondi per evitare che le sue ossa finissero in una fossa comune. A detta dei pochi che l’hanno conosciuto, Virgili non era ricco, era basso, grasso, brutto, con pochi denti, professava idee inaccettabili, scriveva sotto pseudonimo romanzi western per ragazzi e non voleva essere fotografato: non c’è alcuna immagine del nostro autore e qualcuno ha addirittura dubitato della sua esistenza; Virgili è insomma i prototipo del cosiddetto fallito, è uno che ha pubblicato con molta fatica il suo romanzo e che non è riuscito a piazzare il secondo (Metodo della sopravvivenza, uscito postumo nel 2008) perché il primo non aveva avuto alcun successo; Virgili è un emarginato, un maledetto vero, non un dannato da copertina, un Lucifero da serie tv, ma un reietto in carne e ossa, un miserabile proscritto – e anche per questo andrebbe letto. Il fatto che sia stato ignorato e che ancora oggi pochi lo conoscano, è per certi versi indizio dell’oblio – trasfigurazione rassicurante – del nostro stesso male, che non è altro-da-noi. È innanzitutto per questo che Virgili andrebbe letto. Certo, adattando Nietzsche, il rischio è che, una volta scoperchiato, il vaso di Pandora ci risucchi nel suo oscuro marasma; ma se non accade, forse, se ne esce diversi, sicuramente più autocoscienti – più armati? E se il male – come diceva Hannah Arendt – fosse talvolta immensamente banale perché comune – latente in tutti – emergente talvolta – a seconda della circostanza – ad Abu Ghraib, a Guantanamo, nei Lager, nei Gulag, nelle nostre stanze, nei nostri pensieri? Ecco perché andrebbe letto: La distruzione è uno specchio che esasperando attrae, un’occasione di riscatto – ciò che non dobbiamo essere.   

Nel romanzo l’autore descrive alcune giornate della sua miserabile vita fornendo pochissime e confuse coordinate, raccontando pochi e confusi fatti, mischiando continuamente sogni e apocalittiche visioni del futuro in un assillante flusso di coscienza. I piani temporali sono totalmente mescolati, Proust risorge in una infinita ricerca del tempo perduto che bergsonianamente diventa valanga: il presente è abolito in un gomitolo di fiele.  Sembra che i dialoghi, invece di rifulgere dallo sfondo della narrazione, siano uno spettrale e vacuo vociare – la luce è tutta sulle malvage elucubrazioni del protagonista, il sotto diventa sopra: ciò che sarebbe propedeutico alla comprensione dei fatti – le idiosincrasie che introduco al parlato – assurge spesso al ruolo di unico irrazionale evento. Pure in questo senso si assiste a un rovesciamento: l’inconscio amorale, magmatico, inquieto ha la meglio sulla razionalità del dire, prevale l’Es, il logos è fatto a pezzi – anche a livello tecnico: articoli prima del punto, assenza di virgole, interi brani in altre lingue, soprattutto tedesco. L’esterno è fagocitato da una sorta di idealismo tartarico, solipsismo demonico – il mondo come volontà e delirio di Dante Virgili.

Il protagonista ha circa quarant’anni, lavora come correttore di bozze in un giornale, è totalmente alienato e vorrebbe liberarsi dalla prigione della quotidianità. Disprezza i suoi colleghi, l’uomo in generale, il mondo moderno. È abbastanza povero da non potersi regalare la felicità – e la felicità per lui consiste in due cose: piacere fisico declinato in sadismo e collegata brama di strage. Da giovane era stato in Germania e ha imparato il tedesco; così, durante la Seconda guerra mondiale aveva svolto il ruolo di interprete per le SS nell’Italia settentrionale. Poi però la guerra era finita e per lui – nazista convinto – erano iniziati i guai. Non che prima avesse avuto chissà quali soddisfazioni, ma certo era stato apprezzato dai suoi camerati, si sentiva utile alla causa – con i crucchi si sarebbe formato, scrive. Nondimeno un rimpianto gli era rimasto: durante la guerra avrebbe dovuto odiare di più, vale a dire: uccidere di più, stuprare di più, umiliare di più, picchiare di più, terrorizzare. Invece, nonostante avesse partecipato a torture e pestaggi, a suo avviso, non aveva fatto abbastanza – per questo la vita gli pareva qualcosa di inutile: non avrebbe più goduto. La felicità infatti è solo nel presente, il carpe diem è terrore assoluto, degradazione nell’attimo, voluttà integrale che bisogna sviluppare in intensità nell’ora: uccidere uccidere uccidere:

“col mitra impazziamo lungo la strada

ridendo come déi

l’arma mi vibra fra le braccia

urla gli umani crollano

l’odore gradevole della polvere

finalmente mi realizzo come UOMO”.

Catapultato in un mondo governato da “democristi” e “nere sottane”, egli non nutre più speranze: soltanto i ricchi avrebbero ancora potuto concedersi i piaceri proibiti. Invece lui, oltre che povero, è anche brutto, gracile, malaticcio e, a quanto pare, non esattamente virile, forse impotente – o quasi. Difficilmente una donna avrebbe potuto desiderarlo, se non magari qualche prostituta, ma appunto solo per soldi – che lui non aveva. Oggi, rimugina l’insoddisfatto giornalista, non si sa più agire né pensare: si sa solo commerciare. Le donne hanno sostituito la gioventù con i soldi e lui ha la “certezza soffocante” che non avrà mai più una ragazza: “voglio fanciulle non morire così”. Anche per questo il misantropo vuole vendicarsi – benché non si capisca se l’amore negato sia la causa del suo sadismo o se il sadismo sia una pulsione naturale e l’insoddisfazione sessuale sia un pretesto per difenderlo e assurdamente legittimarlo:

“donne con le quali io non ho nulla a che fare non mi detestano mi passano accanto con insuperabile indifferenza distacco assoluto io non esisto perciò occorrerà rapirne un paio e a colpi di frusta far loro bene intendere che esisto anch’io lo faremo prima di morire questa è una certezza ratto a fine di libidine”.

La misoginia, alimentata dalla frustrazione erotica, è senza fondo, la violenza è a tutto tondo – fisica, psicologica, studiata, ardentemente bramata. Piuttosto che sposarle “meglio rapirle e violentarle” le donne e sarebbe bello ucciderle in caso di rifiuto: “in ginocchio con la lingua di fuori e premere nel punto giusto. Finalmente un gesto liberatore per un minuto mi sentirei un altro (…) lineamenti contratti pupille roteanti che gusto”. E qualora il lettore credesse che questi siano i passi più beceri, si sbaglierebbe di grosso.

Il libro è una bibbia del sadismo che potrebbe gareggiare – quasi – con i testi del Divin Marchese. La distruzione in ogni caso rimane l’acme della voluttà. Ma prima di arrivare a questo apice bisogna sopravvivere, cioè bisogna evitare di compromettersi col sistema borghese (no a famiglia, figli, democrazia): “vivendo in attesa della vendetta non mi sono alienato. Sono ancora IO”. E per perfezionare tale marcia verso l’integrità c’è bisogno dello sterminio nucleare – “mi farò grasse risate. Dieci minuti prima di morire. Morire ridendo”. Perennemente immerso in siffatte idee ferali l’odiatore vagola in un allucinato stato mentale in cui non si distingue di netto neppure la sua stessa identità poiché talvolta parla e pensa alla stregua di Hitler.

Il male di vivere è come un’ombra spettrale e, parafrasando Nietzsche, il protagonista è un uomo esulcerato da sentimenti rancorosi e astiosi che, non riuscendo a esprimere esteriormente la propria volontà di potenza, fa a brani se stesso: “(…) dovrei essere costruito diversamente, un bel giovane o un prosseneta un bandito dagli abiti eleganti duro con le donne forse non avrei odiato il genere umano”. Anche in virtù di questa costante e terribile automacerazione, egli è lontano dal tipo umano proposto dalla propaganda nazista – vorrebbe essere un dominatore ma non riesce a non essere una vittima; più che un superuomo traboccante di vita è un improbabile, tristissimo “esule in patria” che, lungi dallo sforzarsi di edulcorare il proprio ideale politico, non perde occasione di sviscerarne gli aspetti più tetri e intollerabili. Ecco perché qualcuno potrebbe pensare che Virgili col suo libro non voglia esaltare il nazismo quanto, al contrario, metterne a nudo gli aspetti più inumani. Tuttavia l’ideologia hitleriana è presente nella sua sulfurea purezza, il protagonista la esalta di continuo con concupiscibile compiacenza e sostenere che invece Virgili non la pensi circa così, non è facile. La storia è una carneficina ordita dai più forti, i conflitti hanno un carattere razziale, la guerra è igiene dei popoli, il capitalismo si regge sull’usura, “la spada trionferà sul denaro”, il bolscevismo è immane barbarie – il retroterra è chiaro. Non manca tra l’altro anche l’idea secondo cui non si debba “mai ragionare in termini umani”. Ciò implica la misantropia e, soprattutto, il rifiuto dell’umanismo:

“Ragiono ancora in termini umani. Un vizio dal quale non riesco a liberarmi. Diffidare del linguaggio, forse creare un nuovo linguaggio una nuova dimensione. Abolire l’umano l’uomo è qualcosa che bisogna superare diceva”.

Il riferimento a Nietzsche e allo stesso Hitler è funzionale al rigetto del sottouomo borghese che calca, ad avviso di Virgili indebitamente, i sentieri della storia dopo la caduta del Reich. Ma più in profondità il sadico martellatore agogna a una conflagrazione universale, a una guerra nucleare. In questo senso egli – al pari dei coniugi Goebbels e dello stesso Führer – rappresenta una sorta di stoicismo nichilistico che non lascia spazio ad alcuna alternativa: “io sono senza storia”: la storia dopo Hitler non c’è più, nulla conta, un’azione vale l’altra – “non esistono crimini solo fatti e possibilità”; “la vita è un buio evento e la storia una successione illogica di fatti”; “ho fede nell’antiragione, io”.

Lui stesso – Shiva del caos distruttore – è un candidato al suicidio; suicidarsi dunque, ma, sia chiaro, non da soli: il sommo atto deve contenere il definitivo piacere, apoteosi, Eros che evoca Thanatos; in un mondo inutile l’etica è morte: “uccidere e morire la sola dignità”; uccidere è anche atto rivoluzionario, opposizione ultimativa: la protesta sta “nella capacità di uccidere”. L’autoeliminazione deve essere una festa tronfia di “massacri gioiosi”: “farò un macello io prima di crepare”; “l’esistenza è di troppo. Ripugnante”. Il desiderio del nulla diventa visione e la scrittura di Virgili è spesso esposizione immaginifica più che descrizione. Egli scrive come se vedesse:

“Ombre di esseri viventi carbonizzati nel fuoco del lampo atomico. I contorni di una mano di una testa su un pezzo di maceria. Superficie liscia ombre ben conservata ah ah. L’immensa fiammata di luce giallobiancastra 2000 gradi di CALORE. Arsi vivi. Le carni si liquefano cadono a brandelli. Il suono delle ossa che si spezzano. La tempesta di fuoco. E stavolta non soltanto sulle città tedesche (…) la GIOIA per le città americane incenerite, finora invulnerabili. Anche le pietre piangono e sanguinano un momento della fine del mondo. Montagne di cadaveri bruciano er ist gerächt GERÄCHT (è vendicato VENDICATO)”.

Non solo vendetta di Hitler, ma olocausto generale, catarsi. La distruzione – “visibile Dio” – è fine a se stessa, nessuna palingenesi. Il raggio nucleare è aurora risolutiva, estetica antiumana: “l’abbagliante bellezza della vampa atomica il sogno di una gioia raffinata mai goduta”. Ogni strage, d’altronde, è sullo stesso piano e, contro ogni “martirologio ebraico”, è bene constatare che tutte le vittime, compresi gli atomizzati giapponesi, hanno pari dignità. Ma gli americani pagheranno il conto:

“Mi lecco le labbra pensando all’ammasso di pietre cui si ridurranno le loro città. Colonne di fuoco alte come i grattaceli torri crollanti in un orizzonte sconvolto il cielo brucia sopra New York”.

La frase – che molti interpretano come agghiacciante predizione dell’attacco del 2001 alle Torri Gemelle – acquisisce un significato più preciso se collocata nel contesto storico. Siamo nel 1956: Nasser ha nazionalizzato il Canale di Suez. Israele, Francia e Inghilterra muovono guerra all’Egitto. Il protagonista spera che USA e URSS, inserendosi nella crisi, arrivino al conflitto atomico e che un rettile divori l’altro. Il fatto che durante la Guerra fredda molti Stati ambiscano alla bomba atomica, è un’ulteriore conferma della imminenza della catastrofe: prima o poi qualcuno la utilizzerà: “quanto più aumenta la nostra capacità di difesa tanto più cresce la possibilità di distruzione”. Ma, come si diceva, la vendetta ormai non può essere solo politica, non basta che capitalismo e bolscevismo scompaiano in coriandoli di cenere: non bisogna indugiare a compromessi, è necessario estirpare la vita, “distruggerne l’essenza” – “uccidere la natura stessa”. Una nuova intensa alba “segna la dissoluzione dell’umanità” e con essa la morte, paradossalmente estatica, del satanico misantropo.

È Origine la distruzione – cancellazione del tempo, alfa e omega una sola cosa – come fusione di nuclei. Bisogna avere il coraggio di affondare nell’ultima scintilla – è tutto stato un sogno, un incubo, non è mai nato nulla. Neppure Dante Virgili.

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