“Sono Papini, l’apache della cultura”

In appendice al ciclo delle sue Stroncature, Giovanni Papini stronca se stesso, pigliandosi a male parole. Autentico esercizio di stile del “lupo mannaro” che ha preso a morsi il perbenismo dei letterati, le becere ambizioni degli arrivisti
In appendice al ciclo delle sue Stroncature, Giovanni Papini stronca se stesso, pigliandosi a male parole. Autentico esercizio di stile del “lupo mannaro” che ha preso a morsi il perbenismo dei letterati, le becere ambizioni degli arrivisti

A me piace molto, quando mi salta la rabbia e sento il dovere di azzannare le bestie molestie, far la parte del cane mordace o puranco del lupo mannaro. Ma insomma, per chi lo vuol sapere, io tengo più, senza confronti, alle altre mie parti; a quella di poeta, per esempio, o di presentatore amoroso. lo, però, non mi crollo. Seguito a lavorare come pare a me e in tutte le maniere che mi vanno a genio. C’è pur qualcuno che mi conosce tutto. Altri, se giustizia vuole, verranno in seguito. Io so aspettare perché riempio ogni giornata. Intanto, per coronare lo spettacolo del mio cannibalismo, questo libro finisce colla mia stroncatura. (Giovanni Papini)

*

Giovanni Papini non ha bisogno d’esser presentato in buona e dovuta forma ai lettori italiani. Tutti sanno – e gli amici con più certa scienza de’ nemici – che costui è l’uomo (se uomo si può chiamare) più deforme e contrafatto d’Italia e così repugnante che il laido Mirabeau sembrerebbe, al confronto, un gesto d’accademia, un discobolo apollineo. E poiché come avverte l’incommensurabile saggezza dei popoli in quelle compresse d’esperienza che sono i luoghi comuni, la faccia è specchio dell’anima nessuno si meraviglia nel sapere che codesto Papini sia il teppista della letteratura, il becero del giornalismo, il barabba dell’arte, il picciotto della filosofia, il buio della politica, l’apache della cultura e impegnato, come abitudine, in tutte l’imprese della malavita intellettuale. Ognuno sa, del resto, ch’egli mena una sontuosa e sfarzosa vita – e naturalmente sibaritica – in un castello inaccessibile e che ritrae i mezzi abituali di sussistenza dal furto continuato, dall’accattonaggio prepotente e dal malandrinismo in incognito. Aggiungeremo, se pure ce ne fosse bisogno, che preferisce, fra tutti i companatici, la trippa degli imbecilli e, tra le bevande, il sangue umano tepido e fumante.

Non è un mistero per nessuno che questo animalaccio è il peggio tra quanti villanzoni e cafoni s’impippiano sulla terra italiana e corre voce ch’egli abbia giurato un odio cartaginese ad ogni galateo scritto o da scrivere. Difatti, tanto per dirne una, questa turpe canaglia ha la smania di scrivere quel che pensa e dire quel che gli par verità e se non bastasse ha l’ardire di rivoltarsi quando gli danno noia. Proprio come raccontava quel tal poeta di quella tal bestia transmarina:

Cet animai est très mechant:

Quand on l’attaque il se defend!

Questo Giovanni Papini – sinistro camaleonte della zoologia dello spirito – ha messo fuori, proprio in questi giorni, un libro nuovo, un libro grosso, un libro abbominevole e perverso. Se la naturale indulgenza che resiste a tutte le prove in un animo bennato non ci facesse velo dinanzi agli occhi e se l’assoluta necessità pratica di riparare un collega non ci rattenesse le parole più dure in fondo alla gola e al calamaio saremmo tentati di scrivere che neppure ai tempi più decadenti e vituperosi della nostra letteratura non si videro mai raccozzate insieme tanti e cosi sterminati flussi di perfide e ribalde parole a carico di uomini che, a dispetto de’ loro momenti di dodolezza (Quandoque bonus, ecc.), onorano altamente il nome e l’ingegno italiano in patria e all’estero. Il ribrezzo ci assale, la nausea trabocca, lo schifo ci vince, l’indignazione ci soffoca, lo sdegno ci agita, la rabbia ci consuma quando vediamo questo mariolo della penna, questo bandito della carta, questo furfante dell’inchiostro muovere all’assalto contro personaggi che il paese onora, che l’università ammira, che l’accademie premiano, che gli stranieri c’invidiano e che perfino la bassa plebe, senza nulla sapere, rispetta.

Chi può assistere senza fremiti a questo atroce spettacolo? E chi potrà, dopo averlo contemplato, starsene colle braccia conserte? Non sia detto che i filibustieri e i libellisti possano impunemente devastare gli orti conclusi, i giardini d’Armida, le torri d’avorio e i paradisi terrestri della nostra letteratura. La nostra voce è fioca e modeste le nostre forze ma non ci stancheremo d’elevare una protesta dignitosa, elevata, ma energica, contro queste vergognose degenerazioni della critica.

Il volume che abbiamo sott’occhio – e che l’autore intitola spudoratamente Stroncature – si apre, in modo degno dell’insieme, con alcune pagine di Vantazioni nelle quali il Papini insinua che lo sdegno può essere una via di conoscenza quanto l’amore, dato che soltanto i nemici vedono bene i nostri difetti e le nostre manchevolezze. Ma questo Tamerlano della guerra letteraria non mantiene poi le promesse del titolo. Difatti su ventiquattro capitoli appena undici posson esser chiamati stroncature: gli altri tredici o sono esaltazioni di vivi e di morti, o presentazioni cordiali di gente celebre e sconosciuta. E questo è un altro scandalo e che prova a lume elettrico la fondamentale disonestà dell’uomo. Se un disgraziato avesse speso, ma speriamo di no, cinque lire colla speranza di assistere a una carneficina (e purtroppo considerati gl’istinti dell’uomo, non si può negare a priori una tale possibilità) costui può denunziare lo stroncatore per truffa e per frode. Ci sono in questo sciagurato libro, e non soltanto dove si parla d’amici, delle pagine così inzuppate d’affetto e riscaldate d’amore che non sembrano della stessa boiesca mano che ha vergato quell’altre. Conoscendo l’uomo si potrebbe spiegare il portento: l’oro, il ricatto riuscito. Ma per l’appunto si tratta quasi sempre di morti e, in molti casi, di morti da gran tempo che il Papini non può aver conosciuti. Noi ci confessiamo impotenti dinanzi a questo enigma e ci consoliamo col pensiero, antico ideale ottimo che l’anima dell’uomo è un baratro dove l’ombre e le luci si mischiano e si combattono a confusione degli psicologi. Ma non ci lasciamo indurre in inganno da questo proteo impudente.

Nessuno si meraviglia nel sapere che codesto Papini sia il teppista della letteratura, il becero del giornalismo, il barabba dell’arte, il picciotto della filosofia, il buio della politica, l’apache della cultura e impegnato, come abitudine, in tutte l’imprese della malavita intellettuale

Giovanni Papini stronca Giovanni Papini

Non dimentichiamo che egli osa strapazzare per più di cinquanta pagine quel Benedetto Croce al quale, come già fu scritto, guardano, come faro e segnacolo, i giovani di quarantacinque anni, quel Croce che tutti, dal Giornale d’Italia al Senato, da Pescasseroli al Texas, venerano come l’ultima intuizione ed espressione del vero. Non dimentichiamo che in questo libro questo Zoilo in forma di Tersile si permette di straziare Gabriele d’Annunzio, il nostro grande poeta, romanziere, drammaturgo e oratore nazionale, che ha dato l’esempio della più attiva importazione intellettuale e vive, esempio unico se non esistesse Guglielmo Ferrero, sulla più redditizia esportazione. In questo libro si malconcia quel Luciano Zuccoli che tutte le signore italiane tengono sulla tavola o accanto al letto; quel Sem Benelli che tutte le platee italiane hanno applaudito: quel Guido Mazzoni che l’Accademia della crusca elesse a suo segretario perpetuo e che rimarrà nel libro d’oro della poesia col suo Mazzo di chiavi; quell’Emilio Cecchi che resterà ancora per molto tempo la migliore speranza della giovine critica italiana; quel Romain Rolland che si è sobbarcato a scrivere un romanzo di venti volumi e che la Svizzera, un giorno o l’altro, nominerà cittadino onorario. La stravagante insaziabilità di questa iena è così sterminata che s’è precipitato perfino sugli esseri inesistenti immaginati dalla fantasia dei popoli e dei poeti. Parrà incredibile ma è pur vero che in queste pagine vengon presi a partito e il dotto dottor Faust e il malinconico principe Amleto: esempio forse primo della malignità raffinata d’un forsennato.

Osservate per averne la riprova, che gli uomini lodati da lui son quelli che hanno detto male di qualcheduno e di qualcosa: Swift perché ha calunniato l’uomo, Weininger perché ha calunniato la donna, Cervantes perché ha canzonato l’idealismo, Remy de Gourmont perché ha fatto l’autopsia del pensiero filisteo, Tristan Corbière perché s’è beffato un po’ di tutti e di sé medesimo.

Giovanni Papini non conosce che l’odio: non ha altri stimoli che la bile: non maneggia che l’invettiva; non si compiace che nella bestemmia. Egli ha raccolto il marciume dell’Aretino, la bava d’Annibal Caro, l’umore di Antonfrancesco Doni e ha sbattuto questo intruglio di sanie con la frusta del Baretti tentando di farcelo ingozzare. Ma noi ci rivoltiamo con ogni scontorcimento a questa bevuta che siamo, come il fanciullo del Tasso, desiderosi un po’ di liquore soave, oggi specialmente che tante e sì funeste stragi ricoprono il mondo di cupa tristezza.

È giusto che i beoti vengano sculacciati, che le fame usurpate vengano rimesse al loro posto che i mediocri sian denunziati, che le vesciche sian bucate ecc. ecc.; sta tutto bene. Ma non è questo il modo. E il modo ancor m’offende scriveva il divino Poeta a proposito di quella onesta gentildonna che fu Francesca da Rimini.

L’autore di questo detestabile libro è ancora giovane ed ha mostrato di poter fare anche qualcosa di men peggio di questo. Noi gli ricorderemo perciò, un insegnamento che i nostri padri tramandarono e che noi trasmetteremo gelosamente ai nostri figli: La critica è facile ma l’arte è difficile. E se questa caparbia carogna ci rispondesse che anche la critica può essere arte e si ostinasse nella sua malvagità gli ripeteremo un detto un po’ vecchio ma sempre comodo, dell’immortale Manzoni; Va’ là, povero untorello, non sarai tu che spianterai Milano.

Giovanni Papini

*Giovanni Papini pubblica “Stroncature” nel 1916, per la Libreria della Voce; due anni dopo, presso lo Studio Editoriale Lombardo compie il ciclo con “Testimonianze”. Chiudendo questo libro, l’autore firma la pirotecnica autostroncatura che qui pubblichiamo (si ringrazia Silvano Tognacci per averci concesso il tomo)

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