La Cina non è versata per le semplificazioni concettuali; il suo è un sistema che solca acque increspate da contraddizioni, dalla necessità di bilanciare sicurezza e sviluppo, dal bisogno di plasmare simulacri di legittimità con un costante adattamento darwiniano. Declino ed evoluzione non possono essere confusi, pena ingannevoli equivoci dovuti a politiche basate sull’imaging a specchio. Il sentore sulfureo del 2025 è quello della frustrazione per le disuguaglianze, con scandali evidenzianti i difetti di una struttura percepita come sessista e legata a stereotipi confuciani, dove il disagio psichico è visto come una mera mancanza di volontà e non come una potenziale patologia.
La Cina rimane una società dove il privilegio regna sovrano tra gli eletti, ovvi difensori del sistema, ed il proletariato dei laureati; la ciclicità della tempesta politico-sociale del III secolo della Roma imperiale potrebbe fornire a Zongnanhai, con le dovute attualizzazioni, chiavi interpretative ed indirizzi solutori, utili a comprendere l’inattuabilità ideologica di un palinsesto che, nel mezzo di sensibili crisi economiche, palesa la necessità di periodiche e meditate rifondazioni opportune per evitare autoritarismi e rigidità capaci di indebolire un già fragile contratto sociale. Più facile a dirsi che a farsi in un sistema che vuole essere monolitico ma che teme le scosse telluriche dell’instabilità, dove gli elementi di novità vengono mediamente compromessi. Se il mercato interno stagna, la demografia attraversa una transizione accelerata verso invecchiamento precoce e fertilità bassa, una duplice dinamica che, forte della dissennata politica del figlio unico, ha generato un declino fortificato dal rifiuto per nozze e genitorialità, nonché stress fiscale e perdita di capitale umano con pressione in aumento su pensioni e assistenza sanitaria. Si può, del resto, costringere alla procreazione?
Di certo, il ricorso ad un’IA quale potenziale concorrente della forza lavoro umana e l’incoraggiamento alla fertilità possono solo peggiorare disoccupazione e vulnerabilità strutturali. Spinta alla produttività, espansione del welfare e pronatalismo costituiscono una sfida impossibile da sostenere dato che la prima richiede dinamismo e assunzione di rischi che aumento degli oneri assistenziali ed insicurezza lavorativa soffocano; ecco che la senescenza diventa punto di equilibrio esiziale che obbliga Pechino o a sostenere la crescita o a stabilizzare il welfare incentivando la natalità con la consapevolezza di non poter raggiungere tutti gli obiettivi. È qui che il Partito osserva con preoccupazione il disimpegno giovanile quale minaccia esistenziale alla crescita economica, tanto che Xi sta attingendo alla retorica bellica dello Spirito della Lunga Marcia, paventando un conflitto con gli USA per Taiwan, ma scontrandosi con disoccupazione e tendenze sociali negative, artefici del distacco tra obiettivi della mobilitazione militare e ambizioni economiche messe a rischio dall’ennesima e disillusa generazione perduta, una generazione fatta beffardamente propria dall’aborrita decadenza occidentale.
Beninteso, una generazione distante da quella che animò la rivoluzione culturale che, innescata da Mao per contrastare l’ala moderata del Partito, sfuggì ad ogni controllo per essere poi neutralizzata e dimenticata dai suoi stessi creatori nell’oblio dei centri rurali e diversa da quella di Piazza Tienanmen, celeste spettatrice di un massacro da cancellare dalla memoria collettiva. Come allora, c’è il rischio di un caos da contrastare, una stabilità da proteggere, una disciplina da rinsaldare per evitare un nuovo turbine pari a quello delle Guardie Rosse o a quello di tank man che, da solo, con due shopper, affronta i corazzati. Pechino sta intervenendo con sussidi e supporti all’occupazione di oltre 12 milioni di laureati contenendo e regolamentando l’automazione, perché non dissolva ma crei occupazione dove, pure, trova spazio il fenomeno del lavoro teatrale, il finto impegno mentre si fa il minimo indispensabile. Il problema è che ogni popolo si ciba di sogni e che i giovani cinesi devono obtorto collo passare da fantasie oniriche a indicibili amarezze, servite dalla propaganda in centri rurali appartenenti a realtà parallele ed asperrime rispetto a quelle urbane comunque passate al setaccio dalla Lega della Gioventù Comunista, responsabile della prevenzione dell’esplosione della rabbia sociale.

Di fatto, la Cina si sta misurando con una crisi causata anche dalla tecnologia, demone a cui tuttavia ricorre parossisticamente in cerca di soluzioni che creano circoli viziosi. Nonostante il Grande Firewall sia lo strumento censorio più avanzato, la tecnologia è un’arma a doppio taglio, capace di offrire pieghe entro cui occultarsi bypassando algoritmi, scavalcando la muraglia dell’informazione, addomesticando un’IA dalle risposte talvolta pericolosamente imprevedibili, capace di determinare un distacco tale da rendere impossibile qualunque controllo offline. Il futuro è un Giano bifronte, davanti a cui i giovani si sentono come ingranaggi di un algoritmo che, come un grande fratello, ti vede, analizzando anche le interazioni con i social media ed aumentando così il senso di alienazione. Lavorando di fantasia ci si potrebbe rifare ad una sorta di epicureismo affine allo Yangismo, attento all’individuo ed al vivere nascosti, o ad una forma di nichilismo passivo, una resistenza silenziosa contro le pressioni esterne o, infine, ad un neostoicismo che vuole ritrovare la pace interiore negando ogni possibilità di sfruttamento. Una nuova rivoluzione culturale dovrebbe riformare la convinzione che il valore personale dipenda esclusivamente da utilità economica e prestigio sociale, ma come far comprendere l’importanza del disagio psichico a genitori che, nella loro gioventù, hanno vissuto l’era del libretto rosso, interagendo con un sistema che esiste come filtro per accantonare i più deboli?
Il diritto alla disconnessione dall’attività lavorativa dopo i turni, le pause obbligatorie, il monitoraggio dei livelli di stress sono atti rivoluzionari ma rischiosi: una gioventù meno incline al nichilismo distruttivo sarà meno disponibile all’obbedienza ed al sacrificio per le ambizioni del Partito. La rivoluzione qui chiede la sostituzione del materialismo con la valorizzazione delle arti ed il ritorno alla lentezza borghese del tempo libero. La crisi non è dunque frutto di singoli eventi, ma di un melting pot di fattori economici, sociali e psicologici, dove la realtà del mercato del lavoro è diventata un punto di faglia in cui l’involuzione tratteggia i contorni di una competizione dove si lavora in condizioni di burnout ma dove i benefici per il singolo rimangono invariati o addirittura si dissolvono. Comprensibili (e temibili) le nuove filosofie di resistenza passiva del Tang Ping, che si accontenta del minimo indispensabile, e del Bai Lan, che spinge ad abbandonare ogni sforzo a fronte di situazioni percepite come irrecuperabili. Ma il disagio si è evoluto e, su piattaforme come Xiaohongshu e Douyin, trovano spazio i rat people, gli invisibili, che trascorrono la giornata a letto per evitare qualsiasi pressione; oppure la sensazione di rubare attimi di una vita che spinge all’incognito, o l’economia della guarigione fatta di infinitesimi sfoghi emotivi, secondo la percezione di un bisogno di conforto sospinto da una nostalgia materica che si rifà a nostalgici vissuti affettivi. Può apparire paradossale, ma il battito d’ali di una giovane farfalla cinese frena i consumi globali, depaupera i settori tecnologici di capitale umano, porta alla senescenza demografica: non sembra vero, ma la disperazione esistenziale può uccidere un’economia che, per sopravvivere, deve cinesizzarsi secondo un marketing che punti all’empatia.
Il sogno cinese, ammesso che sia esistito, si è trasformato in una lotta per la sopravvivenza non solo economica, ma anche mentale; la sfida per il Partito è passare da un’economia di produzione di massa ad una basata sull’alta tecnologia, dovendo trainare una generazione giovane e già esausta, una Generazione Z che sì ridefinirà il futuro della Cina, ma che rimane lontana da quella ideologizzata dei Principi Rossi, una generazione che lascia cadere nell’oblio il conformismo privo di ambizioni, immersa in una realtà individualista in cui lo slancio per l’autonomia relativizza i rapporti con una comunità che non offre spunti per un futuro che non si presenta avvincente, con un mercato del lavoro che penalizza il privato e che porta al consolidamento dell’inurbamento dell’individualista tang ping. La tecnologia, di fatto, non dona speranza. A fronte di una maggiore apertura verso la sessualità si oppone una superficialità relazionale che incentiva il fenomeno dei compagni di conversazione a compenso, stigma di un’economia della solitudine e punta dell’iceberg di un pericolo sociale cui il partito reagisce con una censura che trascende i contenuti politici. I giovani cercano rifugio nelle youth nursing home, case come quelle per gli anziani ma pensate per gli under 45, dove ragazzi e ragazze possono dedicarsi alla salute mentale disintossicandosi dalla frenesia distruttiva per mettersi in pausa in una sorta di limbo temporaneo.
Vade retro, dunque, minimalismo e pessimismo sociale, latori di un’inadeguatezza esistenziale inaccettabile per il Partito. La gioventù cinese, non potendo riformare il sistema, sta semplicemente smettendo di giocare, vivendo con meno, accarezzando la chimera della fuga, anche fisica, da una realtà alienante che non presta attenzione alla recrudescenza dei suicidi fra adolescenti nei paesi asiatici dove il sistema di istruzione è più competitivo, Cina compresa, dove impera l’incubo del gaokao, l’esame universitario di sbarramento. Depressione e ansia emergono dando forma alla sindrome del cuore vuoto, che affligge studenti modello che non trovano un significato confacente per la loro vita, dove la cultura confuciana dell’interdipendenza familiare non trova spazi; si è tentati di dire che, in Cina, più che una rivolta di piazza, possa giungere un declino della spinta della motivazione sociale; per alcuni, il regno di mezzo attuale sta replicando il Giappone degli anni ’90, con calo dei consumi, nascita di una sorta di eremiti sociali ed il rischio di diventare vecchia prima di diventare ricca. I giovani non sembrano dunque aver accolto con favore l’invito presidenziale a cibarsi di amaro, come ha fatto lui stesso durante la rivoluzione culturale. In un momento di rallentamento economico il lavoro diventa una chimera generatrice di malcontento associato agli strascichi della strategia zero Covid; difficile accettare la proposta di un ridimensionamento rurale che ha il sentore di retorica da Congresso e dove le responsabilità cominciano a rimbalzare.
Ma questa generazione, così avanzata e colta, replicherà quella perduta degli anni Sessanta, oggettivamente impreparata, o più probabilmente potrebbe trasformarsi in una mina alla deriva? Se da un lato il partito è monolitico, dall’altro mancano le grandi piazze alla Tienanmen, il controllo è pervasivo, mancano dirigenti flessibili, mancano scenari che potrebbero trascendere qualsiasi attenzione, per quanto vivida. Vedremo, ma certo a fronte dell’espansionismo militare, la situazione interna, sociale e di mercato, richiede controlli che monitorino la tenuta di un contratto sociale da rinegoziare, posto che la resistenza passiva porta all’invulnerabilità verso la repressione fisica e ad una sorta di solidarietà silenziosa basata su sentimenti condivisi. Sembra di poter scorgere l’auspicio di un nuovo sogno cinese, con meno PIL ma con, nell’ombra, il rischio di precipitare nel vortice di un rinnovato sentimento nazionalista, obnubilante succedaneo delle istanze giovanili.