Houellebecq totale

Non c’è niente di meglio che rileggere “Serotonina”, che scava nei sentimenti umani con tragica brutalità
Non c’è niente di meglio che rileggere “Serotonina”, che scava nei sentimenti umani con tragica brutalità

La notizia gira da qualche settimana: a gennaio 2022 uscirà il nuovo romanzo di Michel Houellebecq. Oltre all’ovvia curiosità, l’annuncio stimola, inevitabilmente, anche un certo livello di aspettativa, più che giustificato, vista la portata dei precedenti lavori e gli eventi che hanno sconvolto il mondo nel periodo che ci separa dalla sua ultima fatica romanzesca. Per ingannare l’attesa, è bene appunto rispolverarla, questa fatica, ovvero Serotonina. Datato 2019, edito con La nave di Teseo, è un romanzo crudo, a tratti crudele, che ha suscitato le più diverse reazioni tra critica e lettori. Per il suo stile poco lineare, grezzo e semi-dialogico è stato da molti accostato, intuitivamente, al Voyage au bout de la nuit di Céline, per quanto forse, a una lettura più attenta, la struttura e il piglio caotico con cui sono narrati gli avvenimenti ricordino più da vicino The good soldier di Ford Madox Ford. Questo romanzo, certamente meno conosciuto rispetto al capolavoro di Céline, narra le vicende amorose di due coppie sposate, tra amicizie, tradimenti e quant’altro, dal punto di vista interno di uno dei mariti. Il racconto appare come un resoconto confidenziale, caotico, in cui i fatti si accavallano e vi sono numerosi e violenti flashback e anticipazioni; insomma, tutti tratti che simulano alla perfezione i comportamenti tipici di chi racconta non sapendo raccontare. Houellebecq, in Serotonina, cerca un effetto molto simile, con anticipazioni lasciate a metà, nomi evocati e subito ricacciati nei labirinti della memoria, punti di vista parziali e contraddittori.

A raccontare, in questo caso, è Florent-Claude, funzionario del Ministero dell’Agricoltura francese, uomo con una vita distrutta: le sue esperienze sentimentali sono un disastro, il suo lavoro non gli dà nessuno stimolo e nessuna soddisfazione, data la disastrosa situazione del mercato agricolo francese. L’esistenza pare non avere più sapore per lui, per questo comincia a fare uso del Captorix, psicofarmaco contenente serotonina, e decide di “scomparire”, ovvero di abbandonare tutto e tutti e di ritirarsi in una vita isolata, ben lontano da tutti quei doveri, pubblici e privati, da cui si sente imprigionato. Florent, dunque, si licenzia da lavoro, inventando di aver accettato un’offerta lavorativa in Argentina; lascia casa sua e abbandona la sua “fidanzata” asiatica, con cui non aveva mai costruito un vero e proprio legame affettivo. Nonostante la volontà di sparire, Florent si limita a trasferirsi in un altro quartiere di Parigi: non importa, infatti, fuggire chissà dove per diventare un fantasma, è sufficiente rendersi irreperibili e scomparire all’interno della folla, come d’altronde già insegnava Baudelaire. La volontà di isolamento, però, è turbata da uno strano impulso del narratore, di voler incontrare di nuovo le persone che hanno avuto un certo peso nella sua vita, portandolo anche a spostarsi da Parigi. Oltre alla capitale, le vicende del romanzo, infatti, si sviluppano anche in Normandia, in particolare a Canville-la-Rocque e a Falaise. Proprio a Parigi, però si svolge il primo incontro importante del protagonista, una delle sue tante ex: Claire. Il suo nome affiora dal nulla alla mente di Florent, residuo di un passato agrodolce che evoca dolcezze e sensi di colpa. Successivamente, ci vengono presentati i ricordi che lo legano alla ragazza: nella sua mente, Claire è giovane, vitale, colma di progetti e aspettative.

Fissa un appuntamento con lei, dopo tanto tempo, ma sarà a dir poco disastroso: niente le è rimasto, di quella vitalità, dei suoi sogni, delle sue ambizioni; il mondo le ha portato via tutto, lasciandola vuota e inconsistente, non più che un fantasma. Il secondo incontro è ambientato invece nella campagna normanna: Florent decide di andare a trovare il suo vecchio amico dell’università, Aymeric, proprietario terriero che ha rilevato l’azienda agricola dei genitori e che, a causa della crisi, è costretto a sbarcare il lunario affittando dei bungalow ai turisti. Florent decide di fermarsi per un periodo da lui, soggiornando proprio in uno dei suoi bungalow, rianimando, dunque, un rapporto amicale da molto tempo lasciato alla polvere. Aymeric, al contrario di Florent, è uomo abile, capace, veramente innamorato della sua terra e del suo lavoro. Nonostante le offerte della Danone, arrivategli subito dopo la conclusione del ciclo di studi, Aymeric decide comunque di prendersi cura dei possedimenti della famiglia, di antiche origini nobiliari. Florent è molto critico nei confronti di queste prese di posizione idealiste, legato com’è a una mentalità utilitarista tipicamente borghese, che invece ha guidato tutta la sua esistenza, dalla scelta dell’università a quella del lavoro. I due personaggi, dunque, per quanto legati da un certo affetto reciproco, hanno una mentalità di segno opposto, che rende il dialogo tra i due assolutamente impossibile. Quando Florent reincontra Aymeric, lo trova con una vita devastata: la folle politica agricola del governo francese ha ridimensionato sensibilmente le sue rendite e il suo patrimonio, la moglie, probabilmente più attratta dalla sua condizione sociale che da altro, lo ha abbandonato ai suoi problemi senza troppi complimenti. Aymeric chiede consiglio al vecchio amico, che da parte sua, però, non fa altro che ribadire che nessuna soluzione è possibile. Lo consiglia, piuttosto, di sbarazzarsi di tutto, finché è in tempo, di vendere tutti i suoi terreni e con il denaro ricavato spassarsela per tutto il resto della sua vita; in pratica, una versione molto più abbiente del suo stesso “fuggire dalla vita”. Come si è detto, però, Aymeric è di pasta ben diversa: invece di abbandonare tutto, si fa capo della rivolta degli agricoltori. Durante una manifestazione, in un momento di forte tensione con le forze dell’ordine, decide di suicidarsi sotto gli occhi esterrefatti delle forze dell’ordine e di Florent. Questa tragica risoluzione non è fine a sé stessa: grazie a questo gesto, la manifestazione attira l’interesse dei media, portando, anche se per poco, alla ribalta le istanze dei manifestanti a livello nazionale. Più che un suicidio, quello di Aymeric può essere letto come un sacrificio; come una reminescenza ancestrale, il sangue aristocratico della sua famiglia riemerge, stimolando quello che era il primo compito della casta nobiliare: la protezione del territorio, dei suoi braccianti, anche a costo della vita. Il suo gesto è destinato al fallimento, ma non certo per demeriti suoi: Aymeric è uno sconfitto solo perché calato in una contemporaneità avversa. È lo spirito dei tempi, che non ammette che uomini come lui possano vincere; lui stesso ne è consapevole, tanto da affermare, parlando di suo padre:

«La cosa terribile è che parliamo di un uomo che in pratica non ha mai fatto niente di utile in tutta la sua vita – si è limitato ad andare a matrimoni e funerali, a qualche battuta di caccia, ogni tanto un bicchierino al Jockey Club, credo che abbia avuto anche qualche amante, comunque niente di eccessivo – e ha lasciato intatto il patrimonio degli Harcourt. Io invece cerco di metter su qualcosa, mi ammazzo di lavoro, mi alzo ogni giorno alle cinque, passo le mie serate a fare conti – e il risultato, alla fine, è che impoverisco la famiglia…»

Il suicidio non è atto di codardia, quindi, ma tragica affermazione di sé, non inteso come individuo, ma come retaggio, come si vede anche dalle reazioni del villaggio nelle vicinanze dei possedimenti degli Harcourt, che omaggiano e parlano del suicida con riverenza e rispetto quasi feudale.

Il terzo incontro, e senza dubbio il più importante dopo quello con Aymeric, ha una natura decisamente diversa dagli altri due, anche perché non si tratta di un incontro propriamente fisico. Si tratta di Camille, il grande rimpianto della vita di Florent. Il nome è evocato sin dalle prime pagine del libro, senza troppe spiegazioni, ma solo nell’ultima parte pare che la voce narrante trovi davvero il coraggio di parlare di lei. Unica in grado di far venir fuori il lato migliore del protagonista, di stimolarne la vitalità, si trova ripagata con la moneta del tradimento; questo la allontana definitivamente da lui. Dopo molti anni, Florent scopre che è tornata a vivere nel suo paese natale, ma una volta arrivato, scopre che gli manca il coraggio di entrare di nuovo nella sua vita. La spia da lontano, dal mirino di un fucile di precisione regalatogli da Aymeric, vede che pure la sua vita non deve essere stata semplice: ha avuto un bambino, ma non ci sono tracce del padre. Contro ogni logica, però spiarla da lontano dona al protagonista una certa serenità; finisce per osservare per mesi, appostato abbastanza lontano, quel suo bizzarro “paradiso perduto”, arrivando ad affermare che «per la prima volta da mesi – o meglio, da anni» si sentiva dove doveva essere, in pratica, «felice».

È a seguito di questo passo, che si comprende pienamente la struttura profonda del testo; ovvero che il viaggio sentimentale di Florient ricalca, in un certo senso, il viaggio oltremondano di Dante. I personaggi incontrati dal protagonista sono tutti stati uccisi dai tempi, le loro esistenze si sono annichilite sotto il peso di una vita troppo dura e ingiusta. Non sono più che spiriti, come le anime incontrate da Dante nelle varie cantiche. Anche il processo di evocazione di queste ricalca quello del sommo poeta: evocazione dello spirito, racconto della vita terrena e descrizione della pena inflitta. Claire, la prima anima, è completamente perduta nell’inferno, simboleggiato da Parigi: l’insuccesso come attrice, la cala in un processo di autodistruzione che le fa prendere la forma del caos parigino. Per quanto riguarda Aymeric, la condanna è data dai tempi, ma i suoi insuccessi sono redenti dalla lotta.

La Normandia si dimostra terra antica, ancora legata, in un certo senso, a radici antimoderne e feudali; è possibile individuarvi, dunque, una sorta di Purgatorio, dato che è un luogo dove è possibile trovare redenzione. Sulla cima del Purgatorio, non può certo mancare il giardino dell’Eden, che possiamo facilmente individuare nella casa si Camille, come altrettanto semplice è unirla, simmetricamente, alla figura di Beatrice. Ma, si badi bene, Florent non è Dante. Quella che vediamo, non è una catabasi, ma il vagare di un’altra anima dannata, irredimibile, a cui infatti è precluso sia l’Eden, che il paradiso. A dirla tutta, Florent è proprio escluso da tutto, lui stesso si è escluso da tutto, isolandosi e mettendosi sotto Captorix. Non solo: si fa guidare, alla deriva, dallo spirito del tempo, evitando ogni tipo di azione o ribellione – anzi, deprecando pure quelle altrui; si fa trascinare dal caos, finendo per diventarne un agente. Insomma, l’identikit di Florent corrisponde completamente a quello di un ignavo, che corre dietro ai suoi ricordi senza speranza di redenzione, ma come correndo dietro a delle banderuole, braccato dagli insetti velenosi e feroci che sono i suoi sensi di colpa.

Al contrario di Aymeric, a Florient si presentano ben due occasioni per arrivare alla felicità: Claire e Camille. Perso in sé stesso, nelle vaghe aspettative del domani, incapace di resistere agli stimoli esterni e alle effimere promesse della contemporaneità, si perde nel caos e diventa lui stesso caos, e questo soltanto rispettando alla lettera il comandamento moderno del “tenersi lontano dai guai”. Così facendo, ha rovinato non soltanto la sua vita, ma anche quella di due innocenti, rimaste profondamente segnate dalle sue azioni sconsiderate. Di questo, non ha colpa un etereo “spirito dei tempi”, ma un essere ben più concreto, ovvero Florent. Non è lo spirito dei tempi, ad aver abbandonato Claire; non è lo spirito dei tempi ad aver abbandonato Aymeric; non è lo spirito dei tempi ad aver abbandonato Camille: è stata la passività di Florent. Il romanzo si conclude, magistralmente, così:

«Avrei potuto rendere felice una donna. Anzi, due; ho già detto quali. Tutto era chiaro, estremamente chiaro, sin dall’inizio; ma non ne abbiamo tenuto conto. Abbiamo forse ceduto a illusioni di libertà individuale, di vita aperta, di infinità dei possibili? È probabile, quelle idee erano nello spirito del tempo; non le abbiamo formalizzate, ce ne mancava l’inclinazione; ci siamo limitati a conformarci a esse, a lasciarcene distruggere; e poi, per molto tempo, soffrirne. E oggi capisco il punto di vista del Cristo, il suo ripetuto irritarsi di fronte all’insensibilità dei cuori: hanno tutti i segni, e non ne tengono conto. È proprio necessario, per giunta, che dia la mia vita per quei miserabili? È proprio necessario essere così esplicito? Parrebbe di sì.»

Niente di meglio, dunque, per ingannare l’attesa, che rileggersi Serotonina, nella speranza che a gennaio Houellebecq possa farci dono di un romanzo altrettanto brutale, tragico, profondo.

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