Cavalcanti, o l’amore che dilania

Facciamo uscire Guido Cavalcanti dalle polverose mura accademiche
Facciamo uscire Guido Cavalcanti dalle polverose mura accademiche

Guido Cavalcanti, nato a Firenze nel 1255, faceva parte di una delle famiglie più importanti della città, di sangue aristocratico. Attivo politicamente sin dalla gioventù, si schiera dalla parte della famiglia dei Cerchi, dunque della fazione bianca, distinguendosi subito in qualità di agitatore sociale. Quella di Cavalcanti è una figura complessa, scandalosa, per certi aspetti. Animato da un carattere assai retrivo e scontroso, è conosciuto principalmente per la sua dedizione allo studio della filosofia e delle scienze naturali. Per molti, la natura dei suoi ragionamenti è assai misteriosa, tanto che voci incontrollate e dicerie su di lui si diffondono in tutta la città. Qualcuna di esse possiamo conoscerla grazie alla novella che Boccaccio gli dedica nel Decameron, dove, con piglio volutamente popolaresco, Cavalcanti viene descritto come un uomo tutto intento a voler dimostrare che Dio non esiste. La sua scontrosità, unita al disprezzo che dimostra apertamente nei confronti di chi non possiede un grado di conoscenza pari al suo, porta inevitabilmente Cavalcanti ad avere più nemici che amicizie, più avversari che alleati. Questo aspetto, però, non pare, almeno dalle svariate tenzoni a cui risponde, intaccare minimamente la sicurezza nei suoi mezzi o turbarne l’emotività, naturalmente incline, al di là degli scontri, a una certa tragica tristezza. Guido Cavalcanti è uno dei più grandi poeti della nostra letteratura. Nel vedere il trattamento riservatogli in molti manuali di letteratura, ma anche lo spazio angusto nel quale è rinchiuso dai programmi scolastici, questo non si direbbe. Derubricato a nome in una lista di poeti chiamati stilnovisti, al massimo gli viene concesso l’onore di essere uno dei maggiori esponenti di quella corrente letteraria, ricordato principalmente per il suo controverso rapporto con Dante.

Come sempre più spesso accade, la bellezza dei suoi versi rimane imprigionata dentro le mura accademiche, ben lontano dal mondo reale; eppure, mai come oggi sarebbe fondamentale tornare a Cavalcanti, studiarne profondamente lo stile e il pensiero, in modo da mettere in crisi tutta quella sagra di luoghi comuni e falsità che ruotato attorno a uno dei tempi più cari non solo alle arti, ma anche all’uomo, ovvero l’amore. Amore, si badi bene, non inteso in senso puramente sentimentale, ma sensoriale, fisico, concreto. Andiamo con ordine, però. La poesia di Cavalcanti si distingue da quelle dei suoi contemporanei per la chiarezza espositiva, per la purezza della lingua usata e per la raffinata e decisa melodiosità del verso. Il poeta riesce a esprimere con immagini coerenti, logiche ma anche altamente evocative concetti complessi e originali, in cui si rintracciano non poche influenze del pensiero aristotelico. In poche parole, quella di Cavalcanti è poesia pura, cristallina, che dona un senso di levità che cozza, però, col denso contenuto filosofico del testo, creando un effetto straordinario. Il tema principalmente trattato nei versi cavalcantiani è strettamente legato a una delle dispute filosofiche e scientifiche più sentite del suo tempo, ovvero la natura di amore. Lo spunto principale del dibattito era legato al De anima di Aristotele, dove il filosofo greco parlava, appunto, dell’anima, dividendola in diverse “sostanze” come venivano chiamate in volgare. Ciò che non era “sostanza”, voleva dire che aveva natura solamente fisica, sensoriale, e quindi interessava la parte sensibile del corpo. In quel caso, invece che di sostanza, si parla di “accidente”. Dunque, sic stantibus rebus, qual era la natura di amore? Quella di “sostanza” o quella di “accidente”? Riguardo ciò, Cavalcanti non pare avere dubbi: l’amore è “accidente”, e colpisce fisicamente l’uomo, con effetti a dir poco devastanti. Per comprendere meglio, però, è importante aiutarsi con un testo esemplificativo, ad esempio il sonetto Voi che per li occhi mi passaste ‘l core:

Voi che per li occhi mi passaste ’l core
e destaste la mente che dormia,
guardate a l’angosciosa vita mia,
che sospirando la distrugge Amore.

E’ vèn tagliando di sì gran valore,
che’ deboletti spiriti van via:
riman figura sol en segnoria
e voce alquanta, che parla dolore.

Questa vertù d’amor che m’ha disfatto
da’ vostr’ occhi gentil’ presta si mosse:
un dardo mi gittò dentro dal fianco.

Sì giunse ritto ’l colpo al primo tratto,
che l’anima tremando si riscosse
veggendo morto ’l cor nel lato manco.

Nel componimento, il poeta si rivolge direttamente alla donna, emanatrice e custode del segreto d’amore, colpevole di aver “colpito”, tramite gli occhi, il suo cuore. La mente, pacifica, è presa alla sprovvista dall’ attacco, e si risveglia con stupore, mentre la vita del poeta viene distrutta da amore, tra sospiri di tristezza e dolore. Sempre amore sta devastando internamente l’uomo, con così grande forza che gli spiriti (le sostanze) che compongono l’anima fuggono via spaventati, lasciando dunque il corpo, che diventa vuoto simulacro, come una sorta di fantoccio inanimato, capace solo di parlare flebilmente, e di raccontare il suo dolore. L’amore è come un dardo che, partito dall’amata, si è conficcato nel fianco dell’amatore, in un solo colpo, preciso, perfetto, talmente tremendo da far spaventare l’anima e disintegrare il cuore. Ora, è atipico vedere abbinato all’amore verbi e azioni inerenti al campo concettuale della distruzione. Queste immagini devastanti, poi, si vedono rinforzate anche dall’uso del lessico militare, che per primo proprio Cavalcanti abbina all’ambito amoroso. Già in questo solo aspetto, Cavalcanti si fa scandaloso, associando amore e violenza, innamoramento e morte dello spirito: invece che nobilitare l’uomo, lo rende un fantoccio inanimato, umano solo perche ne rimane la «figura». Una volta colpito da amore, il corpo umano perde la sua unità organica, com’è possibile notare anche dal testo, dove gli organi, le parti del corpo e le parti dell’anima sono prese singolarmente, come entità a sé stanti, incapaci di comunicare tra loro. Il cuore, la mente, gli spiriti, presi alla sprovvista, si dividono, disarticolando il corpo e rendendolo incapace di reagire. Amore, dunque, appare come qualcosa di distruttivo e doloroso, ma allo stesso tempo, inevitabile. Non in quella riportata, ma in altre liriche compare molto spesso la parola “conven”, con il significato di “è inevitabile”. Il processo di innamoramento, dunque, ha caratteri fatali: l’uomo dal cor gentile non può scamparne, poiché, come si evince dalla lirica riportata, basta un’occhiata, niente più, per caderne vittima in maniera irreparabile e diventare, dunque, poco più di un oggetto inanimato, un fantoccio abile solo a parlare del suo dolore. Siamo dunque ben lontani dall’idea di amore come conforto, come rimedio a tutti i mali del mondo, come potere benefico e corroborante con cui redimere le anime di chi “odia”, tutti tratti fondamentali dell’odierno pensare.

Dal punto di vista dottrinale, ma non solo, la lirica più importante di Cavalcanti è senza dubbio Donna me prega, vera e propria dimostrazione filosofico-scientifica della natura accidentale dell’amore (tanto scientifica che il primo a farne un commento critico sarà un medico, Dino del Garbo). È l’unico componimento che il poeta dedica a una esposizione esplicita delle sue posizioni, ed è conosciuta dalla critica come uno dei componimenti più complessi, dal punto di vista metrico e concettuale, di tutta la letteratura italiana. Ezra Pound ne rimase folgorato, tanto da cimentarsi pure in una traduzione inglese all’interno dei suoi Cantos. Si veda la prima strofa:

Donna me prega, – per ch’eo voglio dire
d’un accidente – che sovente – è fero
ed è sì altero – ch’è chiamato amore:
sì chi lo nega – possa ‘l ver sentire!
Ed a presente – conoscente – chero,
perch’io no spero – ch’om di basso core
a tal ragione porti canoscenza:
ché senza – natural dimostramento
non ho talento – di voler provare
là dove posa, e chi lo fa creare,
e qual sia sua vertute e sua potenza,
l’essenza – poi e ciascun suo movimento,
e ‘l piacimento – che ‘l fa dire amare,
e s’omo per vederlo pò mostrare. 

Di amore, appunto, si parla esplicitamente come “accidente”, attribuendogli pure gli epiteti di “fero” (selvaggio) e “altero”. Dalla strofa, poi, è possibile notare un altro carattere fondamentale della poesia e dell’indole del poeta, ovvero la propensione ad escludere. Per Cavalcanti, d’altronde, non tutti avevano la capacità o la sensibilità di comprendere il sentimento amoroso. Qui, in linea con altri autori stilnovisti, crede che tale comprensione sia appannaggio solo di chi è di “gentil core”, ovvero di animo nobile. Cavalcanti, però, opera un passo maggiore, più estremo: oltre a questo, deve mostrare anche una certa preparazione in ambito filosofico e naturale, che sono gli unici ambiti con cui è possibile spiegare cosa sia realmente quell’”accidente”. La donna del primo verso, portatrice del segreto d’amore, si fa dunque donna-filosofia, depositaria della sapienza terrena, capace pure di seguire il procedimento logico del resoconto. Ma in questo riferimento, si nasconde pure, probabilmente, un riferimento ironico a Dante, nello specifico alla canzone Donne ch’avete intelletto d’amore. D’altronde, l’amicizia tra i due era proprio tramontata in virtù del segno opposto delle idee da loro maturate. Per Dante, infatti l’amore è un “accidente in substanzia”,ovvero riconosce la natura accidentale, ma può ambire a farsi sostanza, può essere dunque anche parte dell’anima. Dante non può ammettere che l’amore sia soltanto un fattore fisico, come potrebbe altrimenti esistere l’amore divino? Questa distanza è visibile anche dalla natura delle donne evocate: la donna di Cavalcanti che è, come si è visto, donna-filosofia, e la Beatrice di Dante che, nella Commedia, si fa donna-teologia. È in virtù di questi aspetti che Dante non si limiterà soltanto a votare, da priore, per l’esilio da Firenze dell’ex amico, nel 1300 (esilio a Sarzana che gli costerà la vita), ma lo porterà anche a operare una programmatica rimozione di Cavalcanti dal canone poetico, citandolo solo sporadicamente e innalzando a suo discapito, come “antipapa” poetico, Guido Guinizzelli, o anche l’amico Cino da Pistoia. È tempo, oramai, di lasciarsi alle spalle questa antica censura, e dare a Cavalcanti lo spazio che merita nell’alto Pantheon della nostra letteratura. Tramite i suoi versi, poi, riscoprire la natura tragica e fatale dell’amore, salvandoci finalmente dal luogo comune tardo-hippie del fare l’amore per non fare la guerra; poiché, il poeta c’insegna, il conflitto più crudele è proprio quello amoroso.

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