Intervista

Luigi Di Maio: «Con il mandato che mi è stato affidato lavoro ogni giorno per rafforzare i rapporti tra gli Stati membri dell'Unione europea e i Paesi del Golfo. Non si tratta di un processo meccanico, di qualcosa che avviene indipendentemente dalle nostre scelte. È un processo politico e pertanto va costruito giorno dopo giorno»

«Vediamo quanto la crisi attuale, pur avendo il suo epicentro nel Golfo, pesi anche sull'Italia, sia dal punto di vista economico sia da quello degli equilibri geopolitici. Esiste un interesse politico comune da perseguire. Credo che l'Italia abbia svolto un ottimo lavoro, favorito anche dalla sua rinnovata stabilità politica»
Luigi Di Maio: «Con il mandato che mi è stato affidato lavoro ogni giorno per rafforzare i rapporti tra gli Stati membri dell'Unione europea e i Paesi del Golfo. Non si tratta di un processo meccanico, di qualcosa che avviene indipendentemente dalle nostre scelte. È un processo politico e pertanto va costruito giorno dopo giorno»
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Mentre la crisi iraniana ridisegna gli equilibri del Medio Oriente, il Golfo Persico si afferma come uno degli epicentri della trasformazione dell’ordine internazionale. Tra il confronto con Teheran, la militarizzazione delle rotte commerciali e il progressivo riposizionamento americano, le monarchie della regione cercano di emanciparsi dal tradizionale ruolo di comprimarie, rivendicando una crescente autonomia strategica e diplomatica. In questo scenario, l’Europa è chiamata a ripensare il proprio ruolo, mentre si avvicina il vertice di Riyadh tra Unione europea e Consiglio di cooperazione del Golfo. Delle prospettive di un accordo con l’Iran, del futuro degli Accordi di Abramo, della competizione tra grandi potenze e del ruolo dell’Italia nel nuovo Medio Oriente abbiamo parlato con Luigi Di Maio, rappresentante speciale dell’Unione europea per la regione del Golfo ed ex ministro degli Esteri italiano.

-Donald Trump ha respinto l’ultima proposta di Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz e riprendere i negoziati. Lei ha più volte sostenuto che, alla fine, non esiste alternativa a un accordo. Quali margini restano per una soluzione diplomatica?

Lo scenario rimane estremamente fluido, ma i margini per un’intesa non sembrano esauriti, come dimostra il ruolo di mediazione assunto dagli stessi paesi colpiti da Teheran. La priorità resta però raggiungere un accordo che garantisca la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e il rispetto del diritto internazionale. In questo senso, tanto l’incontro previsto a Salalah, in Oman, tra i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’Iran e l’Iraq, poi annullato, quanto il cosiddetto «Piano dei sette giorni» hanno prodotto preoccupazioni significative tra i Passi della Regione. Entrambe le iniziative prevedono infatti disposizioni temporanee sul transito marittimo. Secondo alcune ricostruzioni, Iran e Oman avrebbero raggiunto un’intesa provvisoria, accompagnata da successive misure per ristabilire la fiducia reciproca e ripristinare le condizioni precedenti. Il timore di molti attori internazionali è tuttavia che tale soluzione finisca per consolidarsi, compromettendo il pieno ripristino del regime di navigazione previsto dal diritto internazionale. Prima ancora di aprire i capitoli sul nucleare, i droni o le proxy, occorre ricordare che il nodo del ritorno ad una libera circolazione nello Stretto di Hormuz è una condizione essenziale per poter costruire una vera soluzione diplomatica.

-Un eventuale nuovo accordo sul nucleare iraniano non potrebbe prescindere da Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Egitto, Turchia, Israele e Pakistan. Che ruolo dovrebbero avere questi Paesi?

Credo che quanto realizzato dall’Unione europea oltre dieci anni fa con il JCPOA debba essere motivo di orgoglio. Si arrivò a un accordo sul nucleare molto ambizioso. Detto questo, all’epoca la percezione dei Paesi della regione era chiara: avete negoziato senza coinvolgerci. Oggi ci troviamo in uno scenario diverso, nella quale i Paesi del Golfo hanno acquisito una notevole forza diplomatica e una propria capacità di iniziativa. Per questo, a mio avviso, qualsiasi processo riguardante il nucleare o una futura architettura di sicurezza regionale deve essere guidato dai Paesi della regione e non può avvenire sopra la loro testa. Questo non vuole dire che noi europei non possiamo supportarli e svolgere un ruolo in questo quadro. Ma affinché un processo diplomatico e politico possa inverarsi anche dopo la firma di un accordo, occorrono il pieno coinvolgimento e la piena consapevolezza dei Paesi interessati. È esattamente di questo che stiamo discutendo.

-Hormuz e Bab el-Mandeb, due arterie della globalizzazione, sono diventati strumenti di pressione strategica. Sta finendo l’epoca nella quale la sicurezza delle grandi rotte commerciali globali poteva essere data per acquisita? E cosa seguirà ad essa?

Ogni scenario futuro deve essere pensato ragionando su come garantire la libertà di navigazione. Per decenni, a questa libertà si è accompagnata la capacità di deterrenza degli Stati Uniti nei confronti di attori statali e non statali. Quella capacità esiste ancora, ma Washington sta dicendo agli alleati europei e del Golfo che dobbiamo occuparci maggiormente, anche dal punto di vista militare, della sicurezza delle nostre regioni. È ciò che stanno facendo i paesi della regione con il Multinational Maritime Defense Alliance (MMDC) promosso dall’Arabia Saudita. Ma è anche ciò che sta succedendo con le due missioni dell’Unione Europea Aspides nel Mar Rosso e Atalanta nel Golfo di Aden. C’è poi l’iniziativa promossa da francesi e britannici, con l’adesione di molti Paesi europei, per una missione di protezione della navigazione a Hormuz quando saranno rimossi i blocchi. Il futuro è pertanto difendere la libertà di navigazione assumendoci maggiori responsabilità. E questo vale sia per noi europei che per i Paesi della regione. Perché la sicurezza del Golfo è la sicurezza dell’Europa, e direi anche viceversa.

-Dalla crisi dell’ordine multilaterale stiamo passando a un ordine multipolare? E il Golfo può essere considerato il laboratorio di questa trasformazione?

Il multilateralismo purtroppo si è indebolito, e questo ha spinto molte forze nel mondo verso il cosiddetto multipolarismo. Siamo, infatti, nel pieno di un processo nel quale le scosse telluriche che produce questa transizione sono molto forti. Proprio per questo dobbiamo puntare a proteggere e rilanciare il dialogo e la cooperazione internazionale. Serve pertanto un lavoro comune per costruire un processo strutturato di medio periodo che consenta di creare una nuova equazione di sicurezza regionale. Quando parliamo di questo, parliamo necessariamente di un approccio multilaterale e in tal senso serve un maggiore coinvolgimento delle Nazioni Unite. Credo infatti che l’elezione del prossimo segretario generale sarà un passaggio molto importante soprattutto al fine di rilanciare un rinnovato protagonismo dell’ONU.

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

-Il 24 ottobre Riyadh ospiterà il secondo vertice tra Unione europea e Consiglio di cooperazione del Golfo. Lei ha parlato di ambizioni elevate, dalla sicurezza alla difesa, dall’economia alle nuove tecnologie. Che significato ha questo vertice?

Non posso entrare nel dettaglio delle conclusioni, perché il negoziato è ancora in corso. Ma vorrei sottolineare un elemento: è molto significativo che i capi di Stato e di governo dell’Unione europea, insieme ai rappresentanti delle istituzioni europee, si incontreranno a Riyadh con i vertici dei sei Paesi del Golfo e del Consiglio di cooperazione. Già questo è un fatto molto rilevante, soprattutto considerando la situazione che la regione sta attraversando. Dico quindi che non dobbiamo sottovalutare il valore diplomatico del vertice in sé, in un momento così particolare.

-Gli Houthi hanno nuovamente aumentato la pressione sul Mar Rosso e sull’Arabia Saudita. Per anni abbiamo parlato di Hezbollah, milizie irachene e Houthi come di proxy iraniani. Quanto controllo esercita oggi Teheran su questi attori?

Sappiamo che tutti questi agenti rientrano in una strategia regionale dell’Iran. Le azioni degli Houthi, soprattutto contro la libertà di navigazione a Bab el-Mandeb e contro l’integrità e la sovranità dell’Arabia Saudita, sono assolutamente inaccettabili e dobbiamo mostrare la nostra solidarietà verso Riyadh. Ma c’è un secondo punto altrettanto importante: dobbiamo riattivare il processo di pace delle Nazioni Unite che aveva coinvolto anche alcuni di questi attori. Adesso bisogna capire come aggiornare quel percorso aperto prima della tragedia del 7 ottobre e farlo ripartire. Altrimenti il rischio è di entrare nuovamente in una dinamica esclusivamente militare.

-Prima della crisi di Gaza la normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele sembrava poter coronare il progetto diplomatico di Tel Aviv. Oggi che futuro hanno gli Accordi di Abramo?

Tutti auspichiamo che possano essere uno strumento per armonizzare e normalizzare le relazioni tra i Paesi arabi e Israele. Perché in qualsiasi futura architettura di sicurezza del Medio Oriente devono esserci tutti gli attori della regione. La questione, però, è che nell’attuale situazione di tensione e polarizzazione, anche per quello che è successo e sta succedendo a Gaza, per un Paese come l’Arabia Saudita è molto complicato portare a termine un processo di normalizzazione nei confronti di Tel Aviv. Su questo dobbiamo essere molto chiari. Il mio auspicio è però che un clima di maggiore distensione possa svilupparsi nel medio periodo.

-Le monarchie del Golfo rafforzano il legame con Washington e, contemporaneamente, diversificano i rapporti con Cina, India ed Europa. Che posizione possono conquistare in questo scenario?

Questi Paesi stanno costruendo partenariati con diversi attori sul piano geopolitico. Ma mi sento di dire che, per quanto riguarda la sicurezza e la difesa, il partenariato che privilegiano rimane quello con gli Stati Uniti e con i loro alleati.

-E tra dieci anni, con l’approfondirsi dei rapporti con la Cina e con i BRICS, avrà ancora senso parlare di appartenenza del Golfo all’architettura occidentale?

Questo, sinceramente, dipende da noi. Credo che le relazioni si costruiscano sempre da entrambe le parti. Con il mandato che mi è stato affidato lavoro ogni giorno per rafforzare i rapporti tra gli Stati membri dell’Unione europea e i Paesi del Golfo. Non si tratta di un processo meccanico, di qualcosa che avviene indipendentemente dalle nostre scelte. È un processo politico e pertanto va costruito giorno dopo giorno.

-L’Italia è al centro dello spazio che collega Mediterraneo, Mar Rosso, Golfo e India, anche attraverso il progetto IMEC. Il governo Meloni ha investito nei rapporti con le monarchie della regione. Roma può svolgere un ruolo di ponte tra Europa e Medio Oriente?

Quanto è stato costruito negli ultimi anni tra l’Italia e i Paesi del Golfo è davvero notevole. Pensiamo al vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo che si è svolto alla fine dello scorso anno in Bahrein, sotto la presidenza bahreinita. Giorgia Meloni è stata invitata come ospite d’onore: era l’unica leader straniera presente a un vertice interno del GCC. L’Italia, come è noto pubblicamente, dispone anche di assetti schierati in Arabia Saudita nel quadro degli accordi bilaterali di difesa. Vediamo quanto la crisi attuale, pur avendo il suo epicentro nel Golfo, pesi anche sull’Italia, sia dal punto di vista economico sia da quello degli equilibri geopolitici. Esiste dunque un interesse politico comune da perseguire. Credo che l’Italia abbia svolto un ottimo lavoro, favorito anche dalla sua rinnovata stabilità politica. 

I più letti

Per approfondire

Matteo Renzi, il giocatore

Il politico del 40% ha aperto la strada all'uomo del 2%. Da quando ha smesso di inseguire il consenso, al punto da essere impopolare, si è trasformato nell'ultimo uomo politico di professione.

La battaglia per il Centro

Con la fine del populismo sta tornando progressivamente la vecchia polarizzazione. A destra e a sinistra è tutto occupato, per questo la battaglia si gioca al Centro. Infatti l'asse Conte - Di Maio lavora dietro le quinte.

The Old Pope

Le traiettorie degli opinionisti e dei mezzi di informazione sono infinite: dopo aver fatto passare Conte per uno statista e aver accusato Renzi di fare il "giocatore di poker", ora viene eletto Mario Draghi a uomo della Provvidenza, un nome ripescato proprio dal leader di Italia Viva. Il Presidente del Consiglio uscente, invece, viene liquidato in due battute. Su una questione però hanno tutti ragione: non possiamo leggere la premiership di Mario Draghi con "le categorie del politico" con cui interpretavamo il governo tecnico di Mario Monti.

Farnesina: la roccaforte di Luigi Di Maio

Per l'attuale ministro degli Esteri la questione interna “del limite dei due mandati” non è affatto un problema, anzi. Il suo destino è sempre più chiaro, e non è quello del politico di professione, tantomeno di candidato sindaco di Napoli, bensì dell’uomo di potere, che scinde gli apparati dalle attività parlamentari, in un perimetro di azione che va ben oltre il Movimento 5 Stelle perché ormai il suo sistema di amicizie e di rapporti professionali sono letteralmente trasversali

La diplomazia dell’Intelligence

Con la nomina di Piero Benassi, Giuseppe Conte ha blindato sé stesso, ma si è anche proiettato nel futuro della più antica arte di trattare le informazioni e gestire la sicurezza interna ed esterna del Paese.

Gruppo MAGOG