L'editoriale

Farnesina: la roccaforte di Luigi Di Maio

Per l'attuale ministro degli Esteri la questione interna “del limite dei due mandati” non è affatto un problema, anzi. Il suo destino è sempre più chiaro, e non è quello del politico di professione, tantomeno di candidato sindaco di Napoli, bensì dell’uomo di potere, che scinde gli apparati dalle attività parlamentari, in un perimetro di azione che va ben oltre il Movimento 5 Stelle perché ormai il suo sistema di amicizie e di rapporti professionali sono letteralmente trasversali
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In democrazia il consenso è necessario ma solo fino a un certo punto. Quello che conta è la capacità di un politico di analizzare la scacchiera dei partiti, anticipare le dinamiche interne del proprio schieramento e posizionarsi all’interno dell’apparato istituzionale per diventare un elemento insostituibile della Macchina. Luigi Di Maio ha probabilmente imparato questa sottilissima “arte” durante l’esperienza giallo-verde perché non sempre governare un Paese significa occupare davvero il potere “reale”. Dopo la rottura in estate di Matteo Salvini, Di Maio fu tra quelli che provò a ricomporre un Governo Conte II con la Lega dentro, eppure appena aveva fiutato la volontà dei colleghi di trovare un accordo con il Partito Democratico, e avvertito la presenza di una bomba ad orologeria che sarebbe esplosa prima o poi a casa di Beppe Grillo, e di conseguenza nel Movimento 5 Stelle, piuttosto che fossilizzarsi su una posizione ha scelto di defilarsi e costruire silenziosamente il suo piccolo feudo. Lontano dal gossip politico, al centro delle meccaniche internazionali. Di preciso alla Farnesina, nel ruolo di ministro degli Affari Esteri, portandosi con sé lo staff che lo aveva seguito negli anni precedenti, confermando il Sottosegretario Manlio Di Stefano già in carica dal Governo Conte I. Un luogo tutto sommato ostile, popolato in larga parte da un corpo diplomatico che ha fatto grandi sacrifici in gioventù per superare un concorso che ogni anno offre pochissimi posti e possiede una lunga esperienza all’estero. Una sfida apparentemente impossibile, che oggi Luigi Di Maio ha indubbiamente vinto.

Non solo dunque è riuscito a inserirsi in un contesto estraneo alla sua formazione ma in più si è tenuto l’incarico nel passaggio dal Governo Conte II al Governo Draghi (che di nomi da proporre ne aveva parecchi) e ora, chirurgicamente occupa tutte le caselle del Ministero con i suoi uomini di fiducia. Le ultime, forse le più importante, quella della Segreteria Generale, con la nomina del suo ex Capo di Gabinetto Ettore Sequi, colui che lo ha accompagnato fin dal primo giorno dentro la Farnesina, al posto di Elisabetta Belloni, ora al Dipartimento delle Informazioni per la sicurezza (DIS); e quella dell’Ambasciatore Pasquale Ferrara alla Direzione Generale degli Affari Politici e di Sicurezza, ufficio che si occupa dei dossier più rilevanti, che di recente Luigi Di Maio aveva nominato inviato speciale del Ministro in Libia, al posto di Sebastiano Cardi, ora suo nuovo Capo di Gabinetto. Così mentre il premier Mario Draghi prosegue la sua operazione di liquidazione del “Contismo” nei posti chiave dell’apparato istituzionale, di cui l’uscita di Gennaro Vecchione ne è il simbolo più lampante, Luigi Di Maio in soli due anni è diventato il dominus dell’intera filiera della Farnesina dalla Segreteria Generale in giù, supportato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) e soprattutto dall’Agenzia informazioni e sicurezza esterna (Aise) di cui è direttore Gianni Caravelli.

Insomma, per Luigi Di Maio la questione interna “del limite dei due mandati” non è affatto un problema, anzi. Il suo destino è sempre più chiaro, e non è quello del politico di professione, tantomeno di candidato sindaco di Napoli, bensì dell’uomo di potere, che scinde gli apparati dalle attività parlamentari, in un perimetro di azione che va ben oltre il Movimento 5 Stelle perché ormai il suo sistema di amicizie e di rapporti professionali sono letteralmente trasversali. Di gran lunga superiore come attitudine, capacità di adattamento e proiezione internazionale a Graziano Delrio o Goffredo Bettini per il Partito Democratico, a Luca Lotti per Matteo Renzi o ancora a Vincenzo Spadafora per il M5S delle origini. Probabilmente al pari di un Gianni Letta per Silvio Berlusconi e di un Giancarlo Giorgetti per Matteo Salvini, con la differenza però che a suo a favore c’è il fattore tempo. A 34 anni è già stato Deputato, Vice-presidente della Camera, Capo politico, Vice-presidente del Consiglio, Ministro del Lavoro, dello Sviluppo Economico e ora degli Affari Esteri. Adesso gli orizzonti di Luigi Di Maio sono infiniti.


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