OGGETTO: Non si scappa dai social media
DATA: 07 Ottobre 2026
SEZIONE: Postumano
FORMATO: Visioni
AREA: Europa
Il KIDS Act presentato dalla Commissione europea chiude i social ai minori di tredici anni e li tratta come fossero una sostanza tossica, da dosare con cura. Sono invece un luogo, il primo in cui si vive fra milioni di sconosciuti come in una metropoli, ma con il controllo e la memoria di un paese. Lì il riserbo, che per Simmel rendeva libero chi l’abitava, non protegge più, e chi, come le nuove generazioni, ci cresce non ha una città alternativa in cui trasferirsi.
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Il 17 settembre la Commissione europea ha adottato l’EU KIDS Act, la proposta con cui intende regolare l’accesso dei minori ai social. Per chi ha meno di tredici anni i social resteranno chiusi: le piattaforme non potranno consentirgli l’accesso. Fra i tredici e i quattordici anni sarà possibile solo un account a funzioni ridotte, legato a quello di un genitore; un account autonomo si potrà aprire dai quindici. Per tutti gli utenti sotto i diciotto anni, poi, saranno vietate le funzioni che creano dipendenza, come lo scorrimento infinito e le notifiche notturne. Un’altra parte della proposta riguarda le piattaforme più grandi e inverte l’onere della prova. Finora potevano limitarsi a intervenire quando un rischio si era già manifestato; d’ora in poi dovranno dimostrare in anticipo che i loro servizi sono adeguati all’età e sicuri fin dalla progettazione, presentando alla Commissione un piano di conformità valutato da un revisore indipendente. Il testo passa ora al Parlamento europeo e al Consiglio, che potranno modificarlo.

Il lessico della proposta, e di chi l’ha presentata, è quello della salute. I divieti colpiscono ciò che crea dipendenza. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha detto che i ragazzi usano tecnologie che «non sono mai state concepite tenendo conto del loro benessere». E il dato che ha citato in conferenza stampa misura il tempo: in media dalle quattro alle sei ore al giorno davanti a uno schermo. Dipendenza, benessere, tempo di esposizione: è il vocabolario con cui si parla di una sostanza, qualcosa che fa più o meno male a seconda di quanto se ne prende e di quanti anni si hanno.

Una sostanza si dosa. Eppure la stessa proposta, quando deve dire che cosa vieta, usa una parola che viene dallo spazio: l’accesso. Ai social si accede, e ci si resta. Sono i verbi di un luogo, e un luogo si abita. La domanda che il linguaggio della salute lascia fuori riguarda questo: che tipo di spazio siano i social, e che cosa succeda a chi ci entra. La sociologia nata fra Otto e Novecento ha pensato la vita associata a partire da un’opposizione. Da una parte la metropoli, dove si vive fra milioni di estranei e quasi nessuno sa chi ha accanto. Dall’altra il paese, dove ci si conosce tutti e quello che si fa resta nella memoria degli altri. I social sono il primo luogo che li tiene insieme: la scala e l’estraneità della metropoli, il controllo e la memoria del paese. Si sta fra milioni di persone che non si conoscono, e ognuna di loro può conservare e riportare alla luce quello che si è fatto.

Si dirà che l’immagine è vecchia, e che l’ha già data Marshall McLuhan. Nel 1962, in La galassia Gutenberg, scriveva che la nuova interdipendenza elettronica avrebbe ricreato il mondo a immagine di un villaggio globale. Il suo villaggio però era un ritorno alla tribù, a un’identità collettiva in cui tutti partecipano di tutto, e gli mancava proprio la figura che definisce la metropoli: lo sconosciuto. Nei social lo sconosciuto c’è ancora, e diventa il pubblico davanti a cui ogni cosa accade.

L’opposizione fra metropoli e paese ha il suo testo classico in una conferenza che Georg Simmel tenne nel 1903 sulla grande città e sulla vita mentale di chi la abita. La città, scrive, investe i nervi con un cambiamento rapido e ininterrotto di stimoli, e chi ci vive se ne difende con l’intelletto: reagisce con la testa invece che con il cuore. Da qui nasce un atteggiamento che per Simmel appartiene alla metropoli come nessun altro fenomeno psichico, il blasé. È l’incapacità di reagire alle sensazioni nuove con l’energia che richiederebbero, per cui le cose appaiono tutte dello stesso tono piatto e grigio e nessuna merita di essere preferita alle altre.

Accanto a questo atteggiamento verso le cose, la città ne chiede uno verso le persone, e Simmel lo chiama riserbo. Nella piccola città si conosce quasi chiunque si incontri, e con ciascuno si ha un rapporto. Se si reagisse allo stesso modo agli innumerevoli contatti della metropoli, ci si atomizzerebbe interiormente, fino a uno stato psichico inimmaginabile. Per questo si tace. Il risultato è che spesso non si riconoscono nemmeno di vista i vicini che si hanno da anni, e che agli occhi della gente di paese si appare freddi e senza cuore. Quello che nella metropoli sembra dissociazione, osserva però Simmel, è una delle sue forme elementari di socializzazione.

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E il riserbo dà qualcosa in cambio: concede all’individuo un tipo e una misura di libertà personale che non hanno analogie in nessun’altra condizione. Quanto più la cerchia è piccola, tanto più sorveglia con ansia la condotta e le opinioni del singolo. L’uomo di città è invece “libero”, in un senso spirituale e raffinato, rispetto alle meschinità e ai pregiudizi che stringono l’uomo di paese. Simmel conosce anche il rovescio: in nessun posto ci si sente soli e perduti come nella folla della metropoli, perché non è affatto detto che la libertà si traduca in benessere.

Qualche anno dopo, in un testo dedicato al segreto, Simmel porta il ragionamento fino in fondo. Nella cerchia piccola un segreto è difficile da tenere anche per ragioni tecniche, perché ognuno è troppo vicino a tutti gli altri e alle loro circostanze. La vita moderna ha invece sviluppato, proprio in mezzo alla calca della metropoli, una tecnica per rendere e tenere segrete le cose private, che prima si otteneva soltanto stando lontani dagli altri. Il pubblico diventa sempre più pubblico, il privato sempre più privato. I social rovesciano questo movimento. Tengono la calca e tolgono la tecnica del segreto, e il riserbo che per Simmel rendeva libero l’uomo di città non basta più a proteggere chi li abita.

Che cosa espongano i social lo aiuta a capire Charles Taylor. In L’età secolare ricorda che le società del passato avevano le «feste del capovolgimento», come il carnevale, in cui l’ordine consueto veniva sospeso e rovesciato. Nella modernità quelle feste si sono eclissate, ma le società liberali ne hanno trovato un equivalente nella distinzione fra pubblico e privato e nell’ampio spazio lasciato alla libertà negativa, cioè alla possibilità di fare ciò che si vuole senza che altri intervengano. È lì, scrive, «da soli, in famiglia e tra gli amici, o nelle associazioni volontarie», che si può «mollare tutto» e svestirsi dei ruoli codificati. Senza questa sfera di libertà privata, conclude, la vita nelle società moderne sarebbe «invivibile». Taylor ne vede anche i rischi, l’isolamento e la perdita di significato, ma quella sfera è il luogo in cui non si recita una parte. Ed è questo che i social espongono: la lite in famiglia e la frase detta fra pochi diventano materiale che milioni di estranei possono guardare.

Un secondo passo di Taylor, scritto in tutt’altro contesto, aiuta a capire che cosa succede dopo. Lì ragiona sui codici morali e sulla guerra al male, e i suoi esempi sono gli assi del male e le reti del terrore. I codici, anche i migliori, scrive, rispondono al bisogno di vedere confermata la propria bontà, e possono diventare rapidamente il sostegno di un senso di superiorità morale. Peggio ancora, questa superiorità si nutre delle prove offerte dal caso opposto, dai cattivi, dai devianti. Si dà la prova suprema della propria bontà muovendo guerra al male, e poi si scopre con orrore di riprodurre il male contro cui ci si era definiti. Portato fuori dal suo contesto, il meccanismo descrive con precisione la gogna. Il paese l’ha sempre conosciuta, ma su scala di paese: i giudici erano i vicini di chi ci finiva, e la memoria si spegneva con loro. Sui social la gogna ha la scala della metropoli: i giudici sono milioni di estranei, e la prova resta.

Nessuno, del resto, è obbligato a entrare. Anche le sfere pubbliche nate intorno al privato, osserva Taylor, si reggono su una partecipazione «puramente volontaria». Ma la volontarietà ha un prezzo, e Manuel Castells lo aveva descritto in La nascita della società in rete, prima che esistessero i social come li conosciamo. Il sistema di comunicazione nato dall’integrazione elettronica di tutti i media, scriveva, include e contiene tutte le espressioni culturali, e per questo i messaggi vi funzionano in modo binario: o ci sono dentro, o ne restano fuori. Solo quelli che ci sono dentro diventano comunicabili e condivisi; gli altri sono ridotti all’immaginazione individuale o a sottoculture faccia a faccia sempre più marginali. Ed entrare costa: bisogna adattarsi alla logica del sistema e al suo linguaggio. Nelle conclusioni del libro Castells dà a questa condizione una forma quasi geometrica. Dentro una rete la distanza fra i nodi è zero; per qualsiasi punto esterno è infinita.

Castells parlava di messaggi e di culture. Applicato alle persone, e a ragazzi che si conoscono dentro i social, il suo ragionamento dice qualcosa di preciso: il luogo in cui si forma la reputazione non ha un’alternativa esterna. Chi ne resta fuori è a distanza infinita dal posto in cui gli altri si fanno un’idea di lui, e quell’idea si forma comunque, senza di lui.

A lungo, chi voleva sottrarsi allo sguardo del paese ha avuto un modo per farlo: andarsene in città. La libertà che Simmel riconosceva all’uomo di città si guadagnava così, cambiando luogo, perché chi se ne andava si lasciava alle spalle la reputazione che il paese gli aveva costruito. Chi oggi forma amicizie e reputazione dentro i social non ha una città in cui trasferirsi. Lo sguardo del paese ha già le dimensioni della metropoli e lo segue ovunque vada. Starne fuori, come si è visto, vuol dire soltanto trovarsi a distanza infinita dal posto in cui gli altri continuano a farsi un’idea di lui. Il KIDS Act può stabilire a che età si entra; nessuna legge può dare a chi ci cresce un altro posto in cui andare.

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