In un’epoca dominata dai paradigmi della società liquida, dall’edonismo esasperato e da un materialismo sempre più pervasivo, la sostanza ha ceduto definitivamente il passo all’immagine. Dai palinsesti televisivi alle architetture dei social media, dai messaggi pubblicitari fino ai codici estetici delle nuove generazioni, si assiste alla celebrazione costante e pervasiva della cultura del corpo. Ne emerge la visione di una sessualità da consumare rapidamente: priva di tabù, certamente, ma anche spogliata di ogni profondità emotiva e orientata al mero appagamento immediato. È il trionfo di un’affettività ipersessualizzata e deregolamentata, in cui il corpo umano rischia di essere degradato a semplice oggetto “usa e getta”. In questa cornice, la fisicità si consolida come il linguaggio primario della contemporaneità.
Con ritmi più rapidi di un semplice click, la società sfoglia volti e dettagli anatomici come si farebbe con le pagine di un catalogo commerciale. Sotto la spinta incessante della mediazione digitale, la dimensione corporea perde la sua sacralità e si trasforma in una vera e propria piattaforma espressiva: filtri visivi ed algoritmi di profilazione ci inducono a concepire l’esistenza come un profilo da curare, ottimizzare e mostrare. Ogni selfie, ogni scelta di stile e perfino il ricorso alla chirurgia estetica finiscono per convertirsi in atti di comunicazione d’impresa, manifesti identitari esibiti nell’arena pubblica del web. L’ostentazione della superficie trova uno dei suoi terreni d’elezione nel dibattito sul genere, ormai ampiamente svincolato dalla classica dicotomia uomo/donna. Il trucco, l’abbigliamento e la postura non sono più semplici opzioni stilistiche, ma strumenti ideologici volti a rendere visibile ciò che prima era invisibile, trasformando l’estetica in un atto politico e in una rivendicazione di esistenza.
Tuttavia, questo costante “campo di battaglia” espositivo trascina con sé un’enorme pressione psicologica: l’ansia da prestazione visiva, la paura paralizzante del confronto e la trappola dell’omologazione a un modello plastico di bellezza. Eppure, l’involucro corporeo è ben più di un veicolo comunicativo: esso rappresenta la nostra prima memoria. Il corpo custodisce cicatrici, posture interiorizzate ed esperienze vissute. Riconciliarsi con la propria fisicità non significa sottomettersi ai canoni del mercato o alle mode del momento, ma riappropriarsi della propria storia personale e integrarla nell’identità interiore, senza avvertire la necessità di mascherarla per ottenere approvazione. A confermare la portata di questo mutamento sociale intervengono le rilevazioni empiriche.
I dati diffusi dal sociologo Enzo Risso sulle pagine del quotidiano Domani tracciano un quadro nitido e impietoso delle aspirazioni degli italiani: il 79% degli intervistati dichiara apertamente di voler “spassarsela e divertirsi in ogni occasione”, il 52% si definisce alla costante ricerca di emozioni forti e il 44% individua come priorità assoluta la necessità di sentirsi libero da qualsiasi vincolo o responsabilità. Guidati dai modelli proposti da influencer, creatori di contenuti e media mainstream, molti individui finiscono per diventare i registi e gli scenografi di un’esistenza spettacolarizzata. Il valore intrinseco della persona non viene più misurato sulla base della sua statura morale o intellettuale, bensì sulla metrica quantitativa dei “like”, sulla prestanza fisica o sull’ostentazione del successo economico. Il rovescio della medaglia è un senso strisciante e paralizzante di fallimento che colpisce chiunque non riesca a stare al passo con questi standard prestazionali. A pagare il prezzo più alto di questo galleggiamento privo di punti d’ancoraggio sono soprattutto gli adolescenti. La famiglia contemporanea ha progressivamente abdicato alla propria storica funzione normativa e contenitiva per ripiegare su un ruolo quasi esclusivamente affettivo e protettivo. Se in passato i giovani crescevano entro perimetri di regole rigide ma capaci di offrire confini certi, oggi si ritrovano immersi in un vuoto adulto privo di orientamento, ma saturo di aspettative di successo difficilissime da incarnare.

È in questo scenario sfilacciato che si inserisce il dibattito sull’introduzione dell’educazione affettiva e sessuale nelle scuole, riacceso con forza a seguito del drammatico omicidio di Giulia Cecchettin. Da un lato, un’articolata parte politica e sociale spinge per l’adozione di moduli scolastici volti a decostruire il presunto “sistema patriarcale”; dall’altro, molti osservatori si chiedono se la risposta all’emergenza relazionale possa davvero risiedere nell’adozione di un approccio ideologico che rischia di trasformare le aule scolastiche nell’ennesimo terreno di scontro di propaganda. Sullo sfondo resta un paradosso istituzionale: in un contesto che sdogana precocemente la pornografia e riduce la dimensione emotiva a un mero tecnicismo biologico o procedurale, diventa sempre più arduo insegnare ai giovani il valore dell’empatia, del rispetto reciproco e della complessità dei sentimenti. La scuola è storicamente un terreno conteso, ma il rischio attuale è che gli studenti diventino i meri ostaggi di battaglie ideologiche e riforme d’emergenza.
Mentre le discipline scientifiche e tecniche si affannano a preparare gli studenti al mercato del lavoro, e i vari moduli trasversali pretendono di insegnare “il mestiere di vivere” tramite ricette sintetiche, ci si deve interrogare su che fine abbia fatto la forza pedagogica del sapere umanistico. I grandi classici della letteratura – dalle architetture morali di Dante alle dinamiche relazionali del Manzoni – e le grandi tradizioni culturali dell’Occidente non costituiscono noiosi passatempi del passato, ma potentissimi strumenti critici capaci di educare la persona nella sua interezza, insegnando a interpretare il dolore, il desiderio e la complessità dell’altro. La crisi strutturale dell’alleanza educativa tra scuola e famiglia non si risolverà con riforme di facciata, né con l’illusione di poter sradicare le storture del mondo tramite decreto legge. Una vera ricostruzione sociale richiede di restituire alla famiglia la sovranità educativa e alla scuola la centralità dell’insegnamento, ripartendo dalla riscoperta del bello, del bene e dalla costruzione di un’autentica e profonda alleanza relazionale tra educatori e studenti.
Solo scavalcando una società, edonistica e materialistica, ritornado a un’educazione di valori, come le relazioni vere e autentiche, insegnando che l’affetivita e le relazioni e non un mero gesto sessuale o un corpo da mostrare, usa e getta. Il sesso è una parte importante del corpo. Poiché serve a trasmettere la vita, il suo uso porta un intenso piacere, perché aiutasse l’uomo a dare la vita ad altre creature e rendesse più dolce la vita coniugale. Amare è voler bene, è volere il vero bene ed è fare il vero bene della persona amata. Amare è elevare, mai abbassare; è rafforzare, mai indebolire; è comunicare felicità, mai sprofondare la persona che si ama nella frustrazione e nella colpa. Amare è medicare la fragilità di chi si ama, è colmare il vuoto, è dare un ideale, amare è donarsi.