OGGETTO: Il burattino che siamo diventati
DATA: 12 Ottobre 2026
SEZIONE: Storie
FORMATO: Analisi
AREA: Italia
Nel bicentenario di Carlo Collodi, "Le avventure di Pinocchio" non hanno perso la loro rilevanza. Il burattino di legno che vuole diventare bambino è l’emblema dell’uomo condizionato dal potere, schiavo di fili invisibili che rendono illusoria la sua libertà. Se è questa l’epoca che ha ridotto l'istruzione a prestazione tecnica e la libertà a consumo, allora la lezione collodiana suona più sovversiva che mai: non si nasce umani, lo si diventa.
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Non è una semplice fiaba, ma un racconto fiabesco che scava nell’animo umano. Un’opera in cui il protagonista è pervaso da difetti, ma dove persino le figure adulte riflettono le fragilità del mondo reale. Pinocchio è testardo, irrequieto e impulsivo; Geppetto, il padre povero, cerca di fare del suo meglio tra mille difficoltà; il Grillo Parlante tenta invano di dispensare consigli a un burattino sordo ai richiami della prudenza, mentre il Gatto e la Volpe speculano cinicamente sull’altrui ingegno e ingenuità. È attraverso la dura prova dell’esperienza che Pinocchio impara, seppur lentamente, a crescere.

Nel 2026 si celebrano le ricorrenze legate alla figura di Carlo Lorenzini, in arte Carlo Collodi, scrittore e giornalista toscano celebre universalmente per aver dato i natali alle avventure del burattino più famoso del pianeta. Fu proprio Collodi a pubblicare a puntate, sulla prima annata de Il Giornalino per i bambini (supplemento del quotidiano Fanfulla), i primi otto episodi della storia. Due anni più tardi, edito dalla Libreria Editrice Felice Paggi e impreziosito dalle illustrazioni di Enrico Mazzanti, il testo vide la luce con alcune modifiche fondamentali, intitolato ufficialmente “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino“. Iniziava così, negli anni Ottanta dell’Ottocento, la straordinaria fortuna editoriale di un’opera destinata a diventare il pilastro della letteratura italiana nel mondo. Tradotto in oltre duecento lingue e stampato in milioni di copie, il capolavoro ha generato anche innumerevoli imitazioni, le cosiddette “Pinocchiate”. Tra queste spicca, la piccola chiave d’oro o Le avventure di Burattino, pubblicata negli anni Trenta del Novecento da Aleksej Nikolaevič Tolstoj – parente alla lontana del più celebre Lev – in cui la marionetta dal naso a punta prende il nome di Burattino.

Tra pedagogia e tradizione cristiana, quello di Collodi è un testo epocale, un grande trattato educativo che affonda le sue radici nella tradizione biblica e nella pedagogia ottocentesca. È una parabola morale, un cammino faticoso verso la verità, la responsabilità e l’amore, intriso di profonde suggestioni della cultura cattolica. Patriota e fine pedagogista, Collodi fonde la morale a un percorso di liberazione interiore, sospeso costantemente tra la tentazione e la redenzione, Geppetto, il padre creatore che dà vita alla materia inanimata, evoca direttamente l’atto divino della creazione dell’uomo. Pinocchio, novello Adamo, nasce originariamente libero ma incline alla disobbedienza. La sua caduta nel peccato – simboleggiata dalle bugie, dalla fuga da scuola e dalla cattiva compagnia – apre la strada a un lungo calvario di riscatto. La Fata Turchina, guida severa ma amorevole, incarna una presenza mariana e angelica, dispensatrice di grazia e ammonimento. Il Grillo Parlante rappresenta la voce della coscienza interiore, spesso bistrattata ma insopprimibile. Il ventre del pescecane, infine, in cui Pinocchio ritrova Geppetto, riecheggia la figura biblica di Giona, ergendosi a simbolo del momento di massima prova, morte e rinascita.

La formazione dell’anima e l’attualità del messaggio, l’educazione è il perno dell’intera vicenda: non si tratta di mera istruzione scolastica, bensì di formazione dell’anima, di apprendimento del sacrificio, del lavoro e della verità. Influenzato dalle istanze pedagogiche post-unitarie, Collodi costruisce un racconto in cui l’errore non è una colpa irrimediabile, ma una tappa fondamentale del processo di crescita. La redenzione, tuttavia, passa esclusivamente attraverso la responsabilità e l’affetto filiale. I personaggi secondari – Lucignolo, Mangiafuoco, lo stesso Gatto e la Volpe – incarnano le lusinghe del mondo, le scorciatoie illusorie e le pericolose derive dell’egoismo e dell’ozio. In un’epoca come la nostra, in cui l’istruzione viene spesso ridotta a mera prestazione e competenza tecnica, il capolavoro di Collodi rimane attuale: educare significa accompagnare l’individuo verso la verità, la libertà interiore e la capacità autentica di amare. La metamorfosi conclusiva del protagonista non è soltanto fisica, ma eminentemente spirituale: è il passaggio dall’essere oggetto passivo dei desideri altrui a soggetto libero di scegliere. Come ammonisce la Fata Turchina, “I ragazzi birboni non hanno mai né fortuna né felicità”. Soltanto alla fine, quando Pinocchio avrà compiuto il suo esame di maturità morale, il narratore potrà suggellare il percorso con le celebri parole: “A forza di essere buono, Pinocchio diventò un ragazzo perbene”. Di fronte a un mondo che sembra aver smarrito il senso del limite, la lezione collodiana rimane scolpita: non si nasce umani, lo si diventa.

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

Il testo rifiuta di farsi portavoce di qualsiasi ideologia contingente. Sarà sempre una forzatura interpretativa applicare a Pinocchio griglie ideologiche precostituite, siano esse conservatrici, marxiste, liberiste, illuministiche o psicoanalitiche. A guidare la narrazione non sono le ideologie, bensì una verità universale ed eterna. Pinocchio, opera legnosa plasmata da mani diverse da sé, viene chiamato “figlio”. Questa alterità di natura viene colmata unicamente da un imprevedibile e sovrabbondante amore. La fuga dal padre, che dà origine a tutte le sventure della marionetta, trova il suo contraltare nel ritorno a casa, meta agognata di un viaggio tormentato e ragione ultima della felicità ritrovata. Nel romanzo emerge con forza il senso del male, avvertito innanzitutto come una ferita interna al nostro cuore. Non si tratta di un semplice difetto di conoscenza (di socratica memoria), né di una disfunzione strutturale della società (come vorrebbero l’ideologia liberalborghese o quella marxista). Sotto la narrazione di queste sconfitte opera la convinzione teologica della natura decaduta, della libertà ferita e dell’impotenza dell’uomo a operare spontaneamente secondo giustizia. Una tragedia aggravata dall’azione di potenze esterne e maligne, raffigurate non come proiezioni psicologiche, ma come intelligenze astute che tramano contro la salvezza umana.

In questa prospettiva, la seconda parte del libro (dall’episodio del sedicesimo capitolo in poi, quasi un Nuovo Testamento di questa sorta di Bibbia laica) demolisce l’illusione dominante della cultura moderna: l’idea cioè che l’uomo, debole e insidiato, possa salvarsi con le sue sole forze. Senza l’intervento di un aiuto superiore – simboleggiato dalla Fata dai capelli turchini – la riconciliazione con il padre e il riscatto della creatura ribelle sarebbero impossibili. La scelta stessa di un burattino di legno come protagonista racchiude una cifra simbolica potentissima: esso è l’emblema dell’uomo condizionato, schiavo dei poteri forti e dei persuasori occulti, imbrigliato in fili invisibili che rendono illusoria la sua libertà. Il burattinaio di turno potrà anche cadere sotto i colpi di una rivoluzione, ma finché la creatura umana rimarrà una marionetta isolata, la tirannia troverà sempre un successore. Pinocchio si salva perché, a differenza dei suoi simili di legno, riconosce e proclama di avere un padre. Il senso della filiazione è l’unica vera diga contro le molteplici tirannie della storia. Il mistero della trasnaturazione e del destino. La piena libertà interiore e la realizzazione di tutte le proprie potenzialità avvengono solo quando l’uomo oltrepassa i propri limiti per accogliere una natura più alta: la stessa natura del padre.

È l’attuazione sul piano dell’essere di quella vocazione filiale con cui l’intera storia era cominciata. Come ci ricorda l’opera, possiamo essere pienamente noi stessi soltanto se accettiamo di essere “più di noi stessi” attraverso una partecipazione vitale; l’uomo che pretende di bastare a se stesso finisce inevitabilmente per impoverirsi. La vicenda umana, concepita in questo universo narrativo, non garantisce un lieto fine scontato. Gli esiti possibili rimangono radicalmente due: da un lato la sublimazione di Pinocchio, che per la mediazione della Fata si assimila al padre. Dall’altro la perdizione irreversibile di Lucignolo, irraggiungibile da qualsiasi potenza redentrice. Questa è la lezione ultima che possiamo trarre: le ideologie possono servire per fare politica, per arricchire, per gestire il potere o organizzare l’esteriorità della vita terrena, ma risultano del tutto impotenti di fronte al destino profondo dell’uomo. Per la salvezza occorre la verità autentica sulla vita e sulla morte, sul dolore e sulla speranza, sulla nostra origine e sul nostro destino eterno. La vera liberazione comincia quando l’uomo smette di rifugiarsi nelle ideologie per paura di misurarsi con la verità. Questo è l’insegnamento più alto e fecondo che la vicenda letteraria di Carlo Collodi continua a consegnarci, ricordandoci che la salvezza e la pienezza dell’esistenza iniziano là dove l’individuo ritrova il coraggio di guardare negli occhi il proprio padre e la propria vocazione.

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