L’Italia vive un paradosso: dietro la superficie del benessere materiale si nasconde un disagio psicologico sempre più diffuso e radicato. I dati aggiornati dell’Indice Mind Health tracciano il quadro di una vera e propria fragilità sistemica, posizionando il nostro Paese a quota 60,3 punti. La fotografia scattata dagli esperti è ingenerosa: appena il 15% della popolazione dichiara di vivere in uno stato di pieno benessere emotivo – il cosiddetto flourishing. La schiacciante maggioranza degli italiani convive invece ogni giorno con stanchezza mentale, ansia e disorientamento. Questa crisi colpisce le nuove generazioni con un’intensità senza precedenti. Il Report AXA Mind Health 2026 rivela come la maggior parte dei ragazzi italiani si trovi in una condizione di sofferenza silente o di costante “galleggiamento” emotivo. Tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni, ben il 59% si definisce in uno stato di languishing (mancanza di crescita e appagamento) o struggling (difficoltà attiva nel gestire il quotidiano). È un dato che supera di 13 punti percentuali la media globale e che segna un picco storico per l’Italia. Nella fascia under 35, inoltre, la probabilità di ricevere una diagnosi clinica per depressione, ansia o stress è 2,3 volte superiore rispetto alla popolazione più adulta.
Negli ultimi quattro anni, l’uso di psicofarmaci tra bambini e adolescenti italiani è più che raddoppiato. A rivelarlo è il Rapporto OsMed 2024 dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), il quale ritrae lo stato della salute farmacologica del Paese, mettendo sotto i riflettori quello che sembra essere un trend in crescita: l’uso di terapie farmacologiche nell’ambito della salute mentale giovanile. Si tratta di un dato che induce a porsi interrogativi e preoccupazioni, ma che richiede anche una lettura equilibrata: dietro i numeri, infatti, si celano non solo l’effetto della pandemia, ma anche una maggiore attenzione clinica ai disturbi psicologici in età evolutiva. A fronte di questo malessere dilagante, l’accesso alle cure psicologiche tradizionali resta ancora fortemente limitato da barriere di natura economica e culturale. Per colmare questo vuoto, i più giovani si rivolgono sempre più spesso alla tecnologia: il 63% degli under 35 utilizza sistemi di intelligenza artificiale per cercare supporto psicologico, e il 38% ammette persino di riporre più fiducia nei software che nei professionisti umani.
La scorciatoia digitale presenta tuttavia insidie rilevanti. Il 28% degli utenti ha riferito di aver ricevuto dai chatbot risposte dannose o fuorvianti. Sebbene i sistemi di IA possano offrire informazioni di carattere generale, non dispongono dell’empatia, della competenza e della capacità di analisi del contesto personale necessarie per sostituire una vera relazione terapeutica. Il problema risiede anche nell’incapacità sociale di identificare il malessere. Lo stress cronico che si accumula, la stanchezza persistente e le difficoltà di concentrazione vengono spesso sminuiti e liquidati come inevitabili conseguenze della vita moderna. Una sottovalutazione pericolosa che impedisce di cogliere il momento in cui chiedere aiuto, favorendo la cronicizzazione dei disturbi. Pesa, infine, un sottile stigma culturale: il timore di definirsi “fragili”. Ammettere il bisogno di un supporto professionale viene ancora percepito come una debolezza in grado di sminuire il valore o la forza della persona, lasciando milioni di individui soli ad affrontare la propria sofferenza.

I giovani di oggi vivono un malessere diffuso, spesso inascoltato o sbrigativamente frainteso. Sebbene le istituzioni provino a muoversi, la questione fondamentale rimane inevasa: da dove nasce questo profondo disagio psicologico? La responsabilità risiede nell’inadeguatezza dei ragazzi, incapaci di adattarsi a un mondo globalizzato che corre troppo veloce e li fa apparire deboli e poco resilienti? Oppure la colpa è di una società segnata da fratture profonde, dove la ricchezza opulenta di pochi si contrappone alla disperazione e alla precarietà di molti? La risposta sembra risiedere nel modello in cui siamo immersi. Un sistema che ha trasformato l’esistenza in una corsa al consumo, riducendo l’individuo a mero numero seriale, ingranaggio utile solo a produrre e acquistare. Negli anni si è consumata una rapida transizione: il vecchio patrimonio di valori comunitari è stato progressivamente smantellato, minando le fondamenta stesse del vivere civile. Come denunciato dal filosofo francese Alain de Benoist nella sua Critica del liberalismo, l’economia ha preso il sopravvento su ogni aspetto dell’esistenza. Ogni rapporto umano si è fatto concorrenziale e utilitaristico; la persona è stata ridefinita come “capitale umano” o consumatore, rendendo chiunque sostituibile. Ma la società non è un mercato. L’ideologia del desiderio e del diritto individuale ha prevaricato l’etica del dovere, il senso di comunità e la gratuità dello scambio umano.
Secondo de Benoist, il liberalismo si è rivelato “l’ideologia che mette la libertà al servizio del solo individuo”: non la vera libertà di essere, dunque, ma solo la licenza di possedere, agendo per mero tornaconto personale contro ogni idea di bene comune. Il regno del “liberal-capitalismo” si è così tradotto nel regime del precariato lavorativo, sentimentale ed esistenziale. È il trionfo del narcisismo e della solitudine di massa, del condizionamento mediatico, dell’utilitarismo e del politicamente corretto. È in questo contesto impoverito, privo di altruismo e solidarietà, che i ragazzi si trovano immersi. Una società “usa e getta” finisce inevitabilmente per minare la salute mentale dei più giovani. Oggi più che mai, le nuove generazioni necessitano di relazioni autentiche invece che di connessioni virtuali, di una vita reale invece che della finzione dei social network. Chiedono un ascolto costante e il diritto di essere considerati persone in crescita, non oggetti da calibrare sulle esigenze del mercato. In questo scenario torna attuale la lezione di Carl Rogers, tra i padri della psicologia umanistica. La sua visione, centrata sulla persona, si fonda sull’idea che solo relazioni cariche di empatia, autenticità e accettazione incondizionata possano favorire la piena realizzazione dell’individuo. Per salvare le nuove generazioni serve proprio questo: rimettere l’essere umano al centro, riscoprendo quei valori sociali ed etici che una società orientata al solo profitto ha colpevolmente dimenticato.