OGGETTO: Il lusso di dire No
DATA: 14 Settembre 2026
SEZIONE: Politica
FORMATO: Analisi
AREA: Europa
L'Islanda non ha bisogno dell'euro, gestisce da sola le proprie acque e ha un PIL pro capite tra i più alti al mondo. Il suo No all'Europa incarna il privilegio di chi può ancora permettersi di scegliere. Chi controlla le proprie acque, la propria valuta e il proprio modello di sviluppo fatica a vedere cosa l'Europa possa aggiungere. La lezione più scomoda per Bruxelles è proprio questa.
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Il 29 agosto scorso l’Islanda ha votato no. Non all’adesione all’Unione europea in sé, che avrebbe comunque richiesto un secondo referendum a trattativa conclusa, ma alla riapertura dei negoziati preliminari, sospesi ormai dal lontano 2013. Con un’affluenza altissima, oltre l’82% degli aventi diritto, il 52,8% dei votanti, infatti, ha preferito tenere la porta ben serrata all’UE, contro il 47,2% favorevole uscito sconfitto.  La premier socialdemocratica Kristrún Frostadóttir, che quel referendum lo ha fortemente voluto e sostenuto, ha incassato il colpo con un understatement dal tono scandinavo, dicendosi “soddisfatta per la partecipazione” e promettendo di non riproporre il tema fino alla fine della legislatura, nel 2028. Bruxelles, dal canto suo, ha scelto la formula di rito, prendere atto e rispettare la scelta del popolo islandese, definendo l’Islanda “uno stretto partner”. Parole misurate che però nascondono una sconfitta reale, perché la Commissione aveva lavorato attivamente per un esito favorevole, arrivando a promettere alla vigilia “soluzioni creative” sul nodo della pesca, quello più delicato. Non è bastato.

Vale la pena notare, innanzitutto, una coincidenza che ha il sapore della beffa storica. Il margine islandese, 52,8 contro 47,2, è quasi perfettamente sovrapponibile a quello della Brexit del 2016, 51,89 contro 48,11. Due paesi ricchi, con tradizioni istituzionali solide e un rapporto già stretto con l’Unione, che scelgono entrambi di restarne fuori con scarti minimi ma sufficienti. E l’Islanda non è nemmeno la prima nazione nordica a farlo, la Norvegia ha rifiutato già due volte, nel 1972 e nel 1994. Il cuore della campagna referendaria islandese si è giocato attorno alla pesca, da sempre pilastro identitario oltre che economico del paese. Il 90% delle imprese del settore si è schierata contro l’adesione, temendo di perdere il controllo sulle proprie acque territoriali nell’ambito della politica comune europea della pesca, uno dei dossier storicamente più rigidi e meno negoziabili dell’intero acquis comunitario. Oggi il settore ittico pesa circa l’8% del PIL islandese e occupa appena il 4% della forza lavoro, percentuali che si sono ridimensionate rispetto al 25% del PIL registrato nel 2012, complice la crescita impetuosa di turismo, servizi ed energia geotermica. 

Eppure, il comparto della pesca continua a valere quasi il 40% dell’intero export di beni del paese, nonché la principale fonte di valuta estera dopo l’export di alluminio, segno che l’economia islandese si è diversificata nei consumi interni ma resta profondamente dipendente dal mare per finanziarsi. Un attaccamento già dimostrato ampiamente durante le cosiddette Guerre del Merluzzo, tra il 1958 ed il 1976, che videro Reykjavík e Londra combattersi, pur senza mai sparare un colpo. Tre round di tensione in cui i guardiacoste islandesi tagliavano a colpi di cesoie subacquee le reti dei pescherecci britannici di Hull e Grimsby, mentre le fregate della Royal Navy tentavano di scortarli a suon di speronamenti. L’Islanda le vinse tutte e tre, estendendo progressivamente la propria giurisdizione marittima da 4 a 200 miglia nautiche, e nella fase più tesa, quella del 1975-76, arrivò a interrompere le relazioni diplomatiche con Londra e a minacciare la propria uscita dalla NATO, con l’allora Segretario Generale in persona, Joseph Luns, volato tempestivamente a Reykjavík per convincere le parti a firmare una tregua.

La flotta islandese, fiore all’occhiello del paese che conta circa 1.500 imbarcazioni che pescano oltre un milione di tonnellate di pesce l’anno, in una zona economica esclusiva di 758.000 chilometri quadrati, opera dal 1984 sotto un sistema di quote individuali trasferibili considerato tra i più efficienti al mondo, capace di autofinanziarsi quasi interamente attraverso una tassa sulle risorse naturali senza gravare sui contribuenti. Un modello di gestione che Reykjavík non ha alcuna intenzione di sottoporre alla Politica comune della pesca europea, storicamente rigida e negoziata tra i 27 membri. Gli islandesi guardano inoltre con sospetto ai precedenti continentali, con il caso finlandese citato spesso nella campagna referendaria, quando i prezzi pagati agli agricoltori sarebbero crollati fino al 40% dopo l’adesione del 1995, un monito che i pescatori islandesi hanno applicato per analogia al proprio settore, temendo un’ondata di importazioni comunitarie a basso costo capace di erodere margini già sottili. È un tema che dice molto sui limiti strutturali del progetto europeo, e della sua incapacità cronica di offrire flessibilità reale su politiche settoriali quando la posta in gioco per un piccolo stato è la sopravvivenza economica, Grecia docet. 

Nonostante Bruxelles (ed in primis Berlino) abbia nel tempo imparato a modulare le proprie promesse di “specificità” e “soluzioni creative” come riflesso condizionato ogni volta che un candidato esita, il caso islandese dimostra che questa retorica ha ormai perso credibilità agli occhi degli elettori, che preferiscono le certezze date dal controllo nazionale alle incertezze di un negoziato che sarebbe stato portato avanti, poi, da una posizione di debolezza. Occorre specificare, comunque, che il  ha vinto solo nelle due circoscrizioni di Reykjavík, con punte del 57,5%, mentre tutte le aree rurali hanno votato no con margini superiori al 60%, arrivando al 62,9% nel Nordovest, proprio le zone dove la pesca pesa ancora molto sull’occupazione locale. 

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È la stessa faglia che attraversa quasi tutte le grandi democrazie occidentali negli ultimi anni, la capitale dei servizi e delle università contro la periferia legata a economie tradizionali. Accadde con la Brexit, con Londra schierata per il Remain e le contee industriali del nord per il Leave. Accade negli Stati Uniti, dove le metropoli costiere restano un feudo del Partito Democratico mentre gli Stati del Midwest premiano Trump. E vale, con le dovute proporzioni, anche per l’Italia, dove il consenso sovranista resta più solido nei piccoli centri che nelle grandi aree urbane. Il pattern è sempre lo stesso, chi vive nei centri globalizzati si fida di più delle istituzioni sovranazionali, chi vive nei territori più esposti alla concorrenza esterna preferisce blindare il controllo locale. L’Islanda, con appena 272mila aventi diritto, riproduce così in scala ridotta la stessa frattura che sta ridisegnando la politica delle grandi democrazie occidentali.

Vi è, inoltre, la dimensione geopolitica del caso islandese, tutt’altro che secondaria. Il governo Frostadóttir aveva accelerato l’iter referendario, anticipandolo dal 2027 al 2026, proprio in risposta ai dazi imposti dalla seconda amministrazione Trump e alle rivendicazioni statunitensi sulla vicina Groenlandia, presentando l’adesione come una forma di protezione aggiuntiva per un paese che, va ricordato, non possiede forze armate proprie e dipende interamente da garanzie esterne per la propria sicurezza. È un paradosso islandese di lunga data, infatti, essere membro fondatore della NATO e ospitare a Keflavík uno dei nodi cruciali della sorveglianza alleata nell’Artico settentrionale, la base che il Comitato militare dell’Alleanza ha definito elemento essenziale del sistema integrato di difesa aerea e missilistica nel Nord Atlantico, pur restando privi di un esercito nazionale. 

La posizione geografica, del resto, non aiuta. L’isola è un baluardo fondamentale per presidiare il traffico marittimo tra il Mare di Norvegia e l’Oceano Atlantico, il cosiddetto GIUK Gap, acronimo inglese delle terre che vi partecipano, GreenlandIcelandUnited Kingdom. Proprio quest’area, secondo la retorica trumpiana, sarebbe infestata da navi e sottomarini russi e cinesi, e proprio per questo sotto osservazione speciale di Washington, con i brividi di Copenaghen. La maggioranza degli elettori islandesi, ad ogni modo, hanno giudicato che l’architettura di sicurezza garantita dalla NATO fosse già sufficiente, nonostante le incognite provenienti da Washington, senza bisogno di sovrapporvi un’integrazione politica ed economica più ampia e più costosa in termini di sovranità.

Il referendum potrebbe apparire anche solo un episodio marginale, con la piccola Islanda ed i suoi 272.000 aventi diritto al voto confermare la propria vocazione solitaria in mezzo all’Atlantico. Ma inserito nel contesto europeo delle ultime settimane, il voto islandese suona come un ulteriore sintomo di una crisi più ampia dell’appeal del progetto comunitario e dei partiti politici tradizionali. Il 6 settembre, appena una settimana dopo il voto di Reykjavík, il partito nazionalista tedesco Alternative für Deutschland ha stravinto le elezioni nel land di Sassonia-Anhalt col clamoroso risultato del 43,8%, più che raddoppiato rispetto a cinque anni fa, diventando la prima forza politica di estrema destra a guidare potenzialmente un land tedesco dalla fine della Seconda guerra mondiale, mentre la CDU del cancelliere Merz è crollata al 17,2%, dimezzando il proprio risultato precedente. 

Se conservatori e progressisti tedeschi piangono, in Francia non ridono. A otto mesi dalle presidenziali del 2027, tutti i sondaggi danno il Rassemblement National saldamente in testa al primo turno, con Jordan Bardella accreditato anche di punte superiori al 34% e Marine Le Pen stabilmente sopra il 30%. Uno scenario che solo pochi osservatori sono certi di escludere che possa tradursi in una vittoria finale all’Eliseo. Ovviamente, non si tratta di fenomeni identici. L’Islanda non ha votato per un partito sovranista né la sua bocciatura dei negoziati equivale a un endorsement dell’estrema destra continentale. Ma il filo che li unisce è più sottile e forse più preoccupante per Bruxelles di una semplice ondata nazionalista. È la crescente percezione, in particolare tra i cittadini economicamente in affanno, che l’architettura europea offra sempre meno in cambio della sovranità che richiede.

L’Unione, infatti, è sempre più percepita dai cittadini come lenta o ininfluente nelle crisi geopolitiche, rigida sui dossier settoriali che contano per le economie nazionali e incapace di offrire una copertura militare altrettanto credibile di quella americana. Eppure, appaiono contraddittori, nella loro contemporaneità, il rifiuto islandese e l’accelerazione dei negoziati dell’UE con Ucraina e Moldova, dopo due anni di stallo dovuto al veto ungherese, venuto meno con il cambio di governo a Budapest, con anche Montenegro e Albania sulla stessa direttrice, il primo puntando a chiudere l’iter entro il 2028, la seconda descritta ormai come il candidato più prossimo dei balcani. Sono paesi il cui PIL complessivo non arriva a 400 miliardi di euro, una frazione minima rispetto ai 18.000 miliardi dell’economia europea, eppure vivono l’adesione come una questione esistenziale di sicurezza e prospettiva economica, non come un’opzione da soppesare in un referendum consultivo. Il contrasto con l’Islanda, che genera da sola un PIL pro capite tra i più alti al mondo e può permettersi di rifiutare la stessa porta per cui Kiev, Chișinău, Podgorica e Tirana negoziano capitolo per capitolo, riflette qualcosa di scomodo sulla direzione che l’allargamento europeo rischia di prendere, ovvero un’Unione sempre più simile a un club per bisognosi, paesi fragili, in guerra o in cerca di ancoraggio istituzionale, e sempre meno attraente per le economie già solide che dispongono di alternative credibili. 

Così, mentre Bruxelles fatica a trattenere chi ha già un piede fuori, come dimostrano Islanda oggi e Regno Unito ieri, si affanna contemporaneamente ad attirare nazioni problematiche che bussano incessantemente alla sua porta, mentre le democrazie ricche e stabili del continente scelgono di restarne ai margini, prendendo solo ciò che conviene. L’Islanda, infatti, ha potuto permettersi di dire no perché già gode dei benefici pratici dell’integrazione, dal mercato unico tramite lo Spazio economico europeo, alla libera circolazione regolata da Schengen, senza però pagarne il pieno prezzo politico. È forse questa la lezione più scomoda per Bruxelles, non che l’Unione sia rifiutata da chi ne ha bisogno, ma che sempre più spesso venga giudicata superflua da chi può fare a meno del pacchetto completo, moneta unica in primis. Un’Europa à la carte, verrebbe da dire, in cui persino il piccolo avamposto artico con poco più di duecentomila elettori sa scegliere dal menù, guardandosi bene dal sedersi al tavolo.

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