L’intero continente è minacciato da qualcosa che i suoi governi faticano ad ammettere. Non si tratta soltanto di una crisi contingente, né di una minaccia esterna. Comunità sempre meno inclini ad assimilarsi e sempre più capaci di imporre la propria presenza sfruttando le crepe del sistema: sono effetti convergenti verso un morbo più profondo, il disamore occidentale verso sé stesso. Si continua a confondere gli effetti con la causa. L’immigrazione incontrollata e la crescente entropia sociale che ne deriva sono l’effetto visibile di una causa più profonda, meno concreta e proprio per questo più difficile da riconoscere: è l’impostazione mentale con cui l’Europa ha scelto di guardare sé stessa e il mondo.
Per decenni, molte classi dirigenti europee hanno trasformato l’inclusione in imperativo ideologico e promesso il multiculturalismo come compensazione al declino demografico. Si è dato per scontato che ogni differenza potesse convivere senza attrito, che i diritti fossero sufficienti a produrre appartenenza e che la società si sarebbe ricomposta spontaneamente attorno alla burocrazia. Non si incorpora nessuno dentro un vuoto. Chi prova vergogna della propria storia, sospetto dei propri simboli e imbarazzo della propria identità perde la capacità di assimilare. La necessaria coscienza delle colpe del passato si è trasformata in auto-accusa permanente. La memoria è diventata vergogna anziché consapevolezza. Un disamore verso sé stessi che finisce per trasformarsi in ostilità verso tutto ciò che ricorda alla nazione la propria esistenza: confini, simboli, continuità storica, diritto a trasmettere una cultura comune. Ma una società che non riconosce più nulla di degno in sé non può pretendere che gli altri la rispettino. Chi non ama sé stesso difficilmente può essere amato; più facilmente finisce per farsi imporre la forma di chi, al contrario, crede ancora nella propria.
Il problema, dunque, non è soltanto quanti arrivano, ma la mentalità con cui gli Stati accolgono, selezionano e incorporano. le nazioni europee non sono capaci di assimilare, né di trasmettere una memoria relativa ad ogni singola nazione, limitandosi a regolare flussi e distribuire diritti dentro società sempre più frammentate. Per chi si considera moralmente superiore, riconoscere l’errore diventa quasi indicibile. L’Europa si è a lungo pensata come il punto terminale della storia: il luogo in cui il conflitto sarebbe stato assorbito dal diritto, la violenza espunta dall’animo umano, ogni differenza resa compatibile, ogni identità dissolta nell’assoluto dei diritti individuali. Ammettere che questa rappresentazione non coincida più con la realtà significherebbe incrinare il mito della propria innocenza civilizzatrice.
La contraddizione è solo apparente. Il disamore verso sé stessi non esclude la presunzione di superiorità morale; spesso la nutre. L’autosvalutazione diventa una forma rovesciata di narcisismo: ci si considera migliori proprio perché capaci di rinnegare ciò che si è, elevando la propria dissoluzione a prova estrema di virtù. Eppure, il compito primario di ogni comunità costituita in nazione resta lo stesso: sopravvivere. Garantire la propria esistenza e continuità. Prima della potenza, prima della morale, prima della proiezione esterna viene la capacità di durare. È dentro questa gerarchia di fini che si colloca l’immigrazione.
Ogni flusso introduce nuova materia umana nello spazio sovrano e obbliga lo Stato a trasformarla in parte della propria continuità. La risposta dipende dalla condizione della comunità ospitante: da quanto è più o meno sovrana, da quanto crede nella propria forma, da quanto è disposta a trasmetterla e difenderla. Le collettività che si sentono ancora dentro la storia trattano l’immigrazione come materia di potenza: incorporano, uniformano, assimilano. Quelle che vivono in condizione dopo-storica la considerano soprattutto una variabile economica e amministrativa: inseriscono, regolano, integrano. Nel primo caso si forma un corpo politico; nel secondo si gestiscono presenze.
L’integrazione regge finché la forma che accoglie resta più forte della massa che entra. Ogni società incontra una soglia oltre la quale scuola, casa, lavoro, welfare, sicurezza e trasmissione culturale non assorbono più. Allora non nasce una comunità più coesa, ma una geografia di identità separate: economie informali, crimini di strada, conflitti locali, enclave, entropia quotidiana. Il discrimine è la disponibilità alla coercizione: disciplina, imposizione di una forma, capacità di intervenire sull’identità dello straniero. Assimilare significa chiedergli di abbandonare tutto o parte della memoria originaria per assumerne un’altra. È un processo duro, spesso doloroso, ma reale e talvolta necessario.
Una civiltà che bandisce dal proprio vocabolario la forza necessaria a difendere la propria identità rende impossibile l’assimilazione e si espone a chi possiede più convinzione, più compattezza e più volontà di occupare lo spazio lasciato vuoto. Solo società consapevoli della propria sopravvivenza riescono a sostenerne il peso.
Ogni Stato che voglia durare deve prima ordinare la propria popolazione alla tenuta interna, poi alla proiezione esterna. Vale per tutti, quale che sia l’origine etnica, sociale o religiosa. Le minoranze non possono restare corpi separati, portatori di missioni alternative, memorie parallele, fedeltà concorrenti. Devono essere condotte dentro un destino comune.
Ogni confessione esterna, entrando nello Stato, deve adattarsi alla storia locale, essere assorbita nella mitologia nazionale, piegarsi al carattere del popolo che la ospita.
Il nemico esterno assolve. Dispensa dall’esame di coscienza. Ma se l’Europa vuole ancora preservare sé stessa, deve smettere di cercare soltanto fuori i propri pericoli. La Russia è reale quanto basta; ma il collasso più profondo si misura dentro. Non ai confini orientali, bensì nella perdita della capacità europea di amare sé stessa, trasmettere e difendere la propria forma. In tale faglia, due correnti cominciano a cercarsi. La violenza concreta e la rappresentanza legalitaria.
La prima affiora nelle città. Dove gruppi non assimilati non riconoscono il canone, la memoria o l’autorità della nazione ospitante, la criminalità smette di apparire soltanto come devianza individuale. Diventa sintomo di una separazione più profonda. Aggressioni, intimidazioni, controllo informale dei quartieri, sfida quotidiana all’ordine pubblico rivelano corpi sociali distinti dentro lo stesso spazio nazionale. La seconda corrente attraversa le istituzioni. Associazioni, mediatori, reti religiose, partiti identitari trasformano la separatezza in rappresentanza. Non agiscono necessariamente contro la legge. La abitano. Ne usano il linguaggio, i fondi, le consulte, la lotta alla discriminazione per orientare i decisori e dare forma politica a un’appartenenza separata.
Il punto critico arriva quando le due dinamiche convergono. La violenza viene tradotta in disagiopsicologico, la responsabilità dispersa nel contesto, la reazione autoctona convertita in colpa morale. L’allogeno viene spiegato. L’autoctono accusato. Il primo resta individuo da comprendere; il secondo diventa gruppo da sorvegliare. La nazione subisce così una doppia pressione. Dal basso, la violenza di chi non si sente parte del suo destino. Dall’alto, il discorso politico-mediatico che le impedisce di nominarla. Nel mezzo, lo Stato arretra. Non assimila, non punisce, ma nemmeno protegge.
In Germania, nel 2015, circa 890 mila persone entrarono nel paese in un solo anno, oltre la capacità immediata dello Stato di controllare, distribuire e assimilare. Colonia rese visibile ciò che l’accoglienza aveva occultato. Centinaia di donne aggredite da gruppi composti in larga parte da uomini nordafricani e mediorientali, polizia sopraffatta, autorità esitanti perfino nel nominare l’origine della violenza. Non soltanto fallimento dell’ordine pubblico. Inibizione politica. Da allora i numeri hanno scavato la ferita. Nel 2024 oltre 85 mila stranieri finirono nelle statistiche tedesche della criminalità violenta. Il dato più eloquente riguarda i provenienti dai Paesi del Maghreb: pur rappresentando appena lo 0,5 per cento degli stranieri presenti in quella categoria, costituivano il 9,1 per cento dei sospettati. Una presenza demografica minima, dunque, corrispondeva a un’incidenza criminale molto più alta della propria consistenza numerica.
Il Bundesamt für Verfassungsschutz, servizio di intelligence interna tedesco, ha segnalatorecentemente la minaccia islamista persistente, richiamando gli attentati di Mannheim, Solingen, Monaco e Berlino. Nel rapporto sul 2024 stimava oltre 28 mila soggetti nell’area islamista, quasi 10 mila dei quali orientati alla violenza. Sullo sfondo, la Fratellanza musulmana e le sue reti. Non soltanto attentati. Penetrazione lenta. Contatti politici, relazioni sociali, ingresso nei gangli istituzionali. L’impossibilità tedesca di assimilare nasce anche dalla vergogna di sé. Ad Amburgo tifosi della nazionale sono stati assaliti da incappucciati e chiamati «nazisti». Nel 2016 la giovanile dei Verdi della Renania-Palatinato invitava ad abbassare le bandiere, elevando la vergogna di sé a vanto.
Quando una società insegna che amare la propria forma è sospetto, consegna i propri simboli ai suoi avversari. La memoria del nazismo, da coscienza necessaria, diventa interdizione permanente dell’identità nazionale. Anche in Francia la violenza degli immigrati tende a saldarsi con l’uso delle istituzioni contro lo Stato che li ospita. Louis, diciassette anni, è stato picchiato a morte da un gruppo di immigrati. Non un caso isolato, ma frammento di una sequenza più vasta. Segno di uno spazio pubblico che lo Stato governa sempre meno. La traiettoria francese non può essere separata dall’immigrazione di massa non governata. Per decenni Parigi ha consentito l’ingresso e la concentrazione di comunità che non è poi riuscita ad assimilare. Nei vuoti lasciati da un’assimilazione mancata si sono consolidate reti familiari, codici religiosi, quartieri e appartenenze spesso parallele alla continuità nazionale, più che integrate in essa.
Qui si innesta l’entrisme. In origine, tattica politica. Entrare in un partito, in un sindacato, in un’associazione per mutarne dall’interno l’orientamento. I trotskisti francesi ne fecero uso già negli anni Trenta e Cinquanta, in forma palese o clandestina. Non assalto frontale. Penetrazione lenta. Oggi il termine viene esteso a un processo diverso. Gruppi portatori di codici estranei al canone repubblicano si radicano nel tessuto sociale, si organizzano, rivendicano, influenzano.

Il rapporto Frères musulmans et islamisme politique en France, pubblicato dal Ministero dell’Interno nel 2025, ha dato evidenza a questa seconda dinamica. L’entrisme islamista attraversa associazioni, scuole, reti religiose e caritative, municipi e partiti. Agisce mediante l’occupazione progressiva degli interstizi lasciati scoperti dallo Stato. Dove la strada produce disordine, l’azione legalitaria trasforma la presenza straniera in influenza; la violenza viene lasciata dilagare apertamente, l’organizzazione legalitaria la traduce in rappresentanza. È qui che si produce l’effetto decisivo: È sufficiente una convergenza tacita di interessi, silenzi e appartenenze. Comunità diverse, reti informali, strutture religiose, gruppi militanti e rappresentanze locali finiscono per muoversi nella stessa direzione, o quantomeno per non ostacolarsi. Lo Stato perde così presa sul proprio spazio, esita a nominare ciò che non contiene e finisce per giustificare ciò che non riesce – o non vuole – più governare.
In Inghilterra il non-scandalo delle grooming gangs – visibilissimo, ma sottratto allo sguardo da occhi impegnati altrove – mostra quanto a lungo un sistema possa scegliere di non vedere pur di non incrinare l’immagine costruita di sé. Il rapporto Casey ha documentato che, in numerose città, ragazze molto giovani, bianche e britanniche, sono state consegnate per anni a reti criminali composte da uomini di origine pakistana, spesso appartenenti a comunità musulmane. Polizia, amministrazioni e servizi sociali hanno arretrato davanti al fattore etnico e culturale, quasi che nominarlo fosse più pericoloso del crimine stesso. La tutela del racconto ha finito così per prevalere sulla tutela delle vittime. Anche in Italia la questione si dispone su più piani: strada, associazioni, partiti, scuola. Non serve immaginare una regia occulta. Le trasformazioni profonde raramente obbediscono a un solo comando. Elementi apparentemente slegati convergono, si richiamano, finiscono per comporre lo stesso affresco.
In una città emiliana, un uomo all’interno di un’automobile diventa improvvisamente un ariete contro la folla. Nel passato dell’uomo affiorano messaggi ostili, minacce, invettive contro i cristiani. Eppure la scena viene rapidamente ricondotta dai soliti media al linguaggio rassicurante della patologia individuale. Più a nord, nei messaggi di un giovane straniero compaiono il lessico della guerra religiosa, l’odio verso i miscredenti, la promessa di colpire gli italiani nel cuore delle loro case. Parole che sembrano appartenere all’astrazione ideologica, finché altrove non si avverano le minacce: una porta forzata dallo straniero, una donna aggredita, la violenza che entra nello spazio domestico. Poi la politica. Nei salotti televisivi, intanto, un vecchio esponente della sinistra, ancora fedele al nome di un’idea che da decenni ha smesso di coincidere con sé stessa, difende il tentativo di attrarre il voto di una comunità immigrata organizzata. Alla constatazione del fallimento risponde che gli elettori, prima o poi, impareranno a digerirlo. Il calcolo elettorale incontra così il dogma multiculturalista. Una parte della sinistra, dopo avere perduto i ceti che un tempo rappresentava, cerca nuovi blocchi sociali. Le reti identitarie cercano invece accesso, riconoscimento, rappresentanza. Individuano varchi nei gangli dello Stato e ne utilizzano le procedure, le libertà e le debolezze per accrescere la propria influenza.
Ciascuno pensa di servirsi dell’altro. Gioco rischioso per chi maneggia forze che comprende poco. Convinto di incorporarle, ne finirà intrappolato. Sul medesimo terreno emerge anche il versante associativo. Con l’operazione «Domino», nove persone sono state arrestate dalla Digos e dalla Guardia di finanza con l’accusa di appartenere o finanziare Hamas attraverso associazioni di solidarietà con il popolo palestinese. Tra gli indagati figurano un noto dirigente dell’associazionismo palestinese in Italia e la direttrice di una testata filopalestinese, accusata di concorso in associazione con finalità terroristiche per l’attività propagandistica e i rapporti con il principale indagato. Secondo gli investigatori, la rete avrebbe raccolto fondi tramite enti benefici con sede a Genova e articolazioni a Milano. Oltre il 71 per cento delle somme, formalmente destinate ai civili di Gaza, sarebbe stato dirottato verso Hamas, la sua ala militare e il sostegno alle famiglie di attentatori o detenuti per terrorismo. Il principale dirigente e la sua organizzazione risultavano già inseriti nelle liste sanzionatorie statunitensi.
Poi la scuola e ancora l’Emilia. Centinaia di bambini vengono condotti dentro il racconto dei conflitti in Medio-Oriente, già ordinato secondo una grammatica politica precisa. Accanto a un volto simbolico del giornalismo palestinese compare una figura coinvolta nella medesima inchiesta. Al termine, secondo quanto è stato riferito, si alza un coro per la «Palestina libera». Coscienze ancora in formazione. Pagine non ancora scritte. Consegnate troppo presto a una liturgia già composta da altri. Il grado di entropia è ormai massimo in molte nazioni europee, fino a lambire la soglia della guerra civile. Non una guerra civile dichiarata, ma una tensione diffusa, quotidiana, trattenuta: quartieri contesi, cittadini impauriti, comunità separate, Stato debole. Qui si rompe anche il patto sociale tra cittadini, giustizia e forze dell’ordine. Il cittadino obbedisce perché si aspetta protezione, ma quando la giustizia non protegge, le forze dell’ordine vengono lasciate sole e il governo arretra, l’obbedienza perde senso. Sopra tutto questo, l’ideologia si impone attraverso padroni dei media sempre più scollegati dal reale.
Nelle nazioni europee l’immigrazione è stata spesso presentata come rimedio alla crisi delle nascite, all’invecchiamento della popolazione, al crollo della fertilità. Ma la denatalità è stata aggirata, non affrontata. Anziché ricostruire famiglia, natalità, trasmissione, continuità; anziché elaborare una contro-narrazione o una rivoluzione culturale capace di opporsi all’individualismo edonistico che ha sciolto i legami sociali, molte classi dirigenti hanno scelto la via più semplice: importare popolazione. Una soluzione contabile a un problema di civiltà. Si è creduto che bastasse aumentare i numeri per ricostruire un sentimento. Ma una popolazione importata senza assimilazione non diventa automaticamente nazione. Riempie il vuoto demografico, non quello storico. Usa il territorio senza entrare nel destino collettivo.
È in questo vuoto che la minaccia cambia forma. Il terrorismo non è più la tattica principale di conquista. L’evoluzione della minaccia punta a una forma di penetrazione più sottile, capace di utilizzare la stessa architettura democratica e la stessa narrazione occidentale contro l’Occidente stesso: una modalità più subdola, meno visibile, ma proprio per questo efficace. Criminalità, disordine, avanzata di comunità sempre più disposte a ricorrere alla violenza per imporre sé stesse non sono la malattia. Ne sono i sintomi. Il morbo è più profondo: è il disamore delle popolazioni occidentali verso sé stesse, un sentimento che, spinto oltre l’autocritica, si è trasformato in rifiuto della propria forma e quasi in odio di sé. Si arriva così a guardare la propria storia anzitutto come colpa. Si fatica a riconoscere la cultura occidentale, perché l’indottrinamento post storico ha progressivamente allontanato dal reale. Non si sa più nominare ciò che fonda una comunità. Ogni elemento di appartenenza viene rovesciato in sospetto: le radici, la cultura, la lingua, l’educazione, il corpo, la famiglia, la nazione.
Da questo rovesciamento nasce anche un ribaltamento sistematico della colpa. Sembra quasi che la realtà venga deliberatamente distorta in sfavore dell’autoctono, del cittadino ordinario, spesso bianco, inserito nella comunità da generazioni, mentre chi infrange le regole viene più facilmente ricondotto alla povertà, alla marginalità, alla guerra reale o presunta da cui sarebbe fuggito.
Non è necessario che tutto questo avvenga in modo pienamente cosciente. È sufficiente che l’ambiente sociale sia stato educato a credere in alcune premesse: che l’immigrato sia prima di tutto vittima, che la maggioranza autoctona sia prima di tutto colpevole del proprio passato, che la responsabilità del primo vada sempre spiegata e quella del secondo sempre aggravata. L’ideologia non ha bisogno di dichiararsi apertamente. È un potere semi-invisibile: non assume sempre una forma concreta, ma le sue conseguenze sono concretissime. Agisce come uno spirito prodotto dall’Europa stessa, nato dai suoi demoni, dalle sue colpe non elaborate, dalla sua incapacità di distinguere l’autocritica dalla dissoluzione. Da qui l’atrofia dello sguardo strategico. Quando la minaccia appare sul proprio territorio o agisce contro il proprio interesse, non viene riconosciuta per ciò che è, perché mancano ormai le categorie per leggerla. L’Europa non vede più il pericolo perché ha disimparato a pensarsi come qualcosa che meriti di essere difeso.
Qualcosa di simile alla pulsione di morte descritta da Freud in Al di là del principio di piacere: istinto suicida. Una forza che non tende alla conservazione, bensì al ritorno verso l’inorganico; che rovescia contro il proprio corpo l’energia destinata a difenderlo. Freud già illuminava, per analogia, il gesto di una civiltà incapace di proteggersi senza sentirsi colpevole della propria autodistruzione, fino a trasformare l’autoconservazione in sospetto e la propria dissoluzione in virtù. Il Vecchio Mondo deve decidere se vuole ancora continuare sé stesso. Il vuoto lasciato da una nazione che non si trasmette viene occupato da comunità più coese, più verticali, meno esitanti nel nominare ciò che sono. Non perché invincibili. Perché incontrano collettività che hanno smesso diamarsi, quindi di difendersi. Le legge della fisica non tollera il vuoto. Nemmeno la storia. Là dove una civiltà rinuncia al proprio canone, altri introducono il loro. Invertire la tendenza è possibile, marichiede il risveglio. Il tramonto dell’Occidente ha già oltrepassato l’ora dorata. È notte. Le luci del mattino non sono promesse. Appartengono a chi sopravvive fino all’alba.