Se, oggi, molti spazi si sono trasformati in aree conflittuali e insicure più che in passato, soprattutto a causa del terrorismo e di spinte antioccidentali, di fenomeni antimperialisti e antiliberisti è ascrivibile alla degenerazione delle tradizioni geospaziali e soprattutto delle radici spirituali di ciascuna zona. Schmitt e Junger, nel saggio sulla consistenza dialogica tra Oriente ed Occidente muovono entrambi dalla consapevole verità che non esiste globo senza polarità, e la Terra, per l’effetto, non si sottrae a questa contrapposizione, individuabile nella polarità Est-Ovest, Sud – Nord.
Eppure, l’iconica rappresentazione polare, espressa in termini di opposte localizzazioni geografiche che celano consistente naturali ed elementari differenti, vanno certamente analizzate previa depurazione di alcuni errori prospettici. In Oriente come in Occidente esistono centri spaziali e spirituali che possiamo definire interstiziali in cui la polarità intesa in termini dialettici si esaurisce, non per effetto di calmieri geo-magnetici ma di tipo essenzialmente politico, sebbene l’uno sia derivato dall’altro. Le spinte oppositive in queste terre di mezzo (interstiziali), per vocazione escatologica, si presentano meno intense, poiché tali spazi di stabilizzazione costituiscono sistemi vitali di garanzia dell’armonia e dell’ordine a livello geopolitico globale.
Alcune di queste terre si trovano nell’area del Mediterraneo e dell’Asia Centrale (paesi ex URSS), e non costituiscono storici alleati dell’Italia nelle relazioni internazionali. La sfida attuale è dare un ordine, prima ancora un nome, al vuoto che si è venuto a creare, così da consentire l’edificazione di un nuovo nomos. Ed il nome, immediato e chiaro, è “Marea”: Mediterraneo, Armenia, Russia, Etiopia, Arabia (penisola arabica). L’acronimo non è casuale.
Queste zone spirituali d’influenza costituiscono i pilastri della nuova politica estera e di sicurezza dell’Italia, spazi dai quali costruire la rete intelligente per “pescare” dentro il mare delle relazioni interstatali ad alta intensità politica. Da queste 5 aree geospaziali va ricostruita la terza via italiana alla crisi della democrazia liberale e del disordine internazionale causato dalla conflagrazione e dalla conflittualità tra Imperi opposti (Cina, Russia, Usa) e tra entità subimperiali (potenze intermedie) come India, Iran, Corea.
Il conflitto tra forma e materia, tra esistenza dell’oggetto realizzata e mera possibilità di farsi concreta realizzazione, si sposta così sul confine della dialettica statuale delle relazioni internazionali, massima espressione della conflittualità politica. Il potere, dunque, con il suo carico di drammaticità, si scopre come forma polemica organizzata che traduce l’argomentazione dialettica in prasseologia dello scontro. L’oggettivizzazione della forma del potere in Stato consacra ancor di più l’ineliminabile mitologia dell’antagonismo che tutt’oggi identifica le soggettività totalizzanti che si contendono la scena.
In questa prospettiva, la globalizzazione delle relazioni ha spinto gli Stati ad aggregarsi nello spazio, creando tre distinti poli contrapposti: quello Occidentale, in cui convivono Ue e Usa, la Russia che funge da polo antagonista, il polo asiatico – orientale con la Cina in posizione di leader. Al di fuori di questi mondi convivono soggettività che si muovono come interessenze, di livello subregionale, che si alleano su temi specifici talvolta con un polo altre volte con l’opposto, nella dinamica dialettica interstatale che impone la delibazione di interessi nazionali plurimi e conflittuali. Ordinare il caos è la vocazione dell’Italia: per farlo bisogna passare dalla neutralizzazione del conflitto tra Imperi e spiritualità/tradizioni avversarie, facendosi strumento del katechon come sistema ed assetto di potere, valori e soggettività pura.