Per oltre due secoli la ricerca delle materie prime ha avuto un’immagine ben precisa. Montagne sventrate, enormi escavatori, gallerie profonde chilometri e città minerarie sorte in mezzo al nulla. Oggi, però, una parte della competizione geopolitica potrebbe spostarsi in luoghi molto meno spettacolari ma altrettanto strategici: i centri di raccolta dei rifiuti elettronici. È in questa prospettiva che va letta la nascita del nuovo impianto per il recupero delle terre rare a Ceccano, in provincia di Frosinone, un progetto che rende l’Italia uno dei primi Paesi europei a dotarsi di un apparato industriale per il riciclo dei magneti permanenti, contenuti in apparecchiature elettriche ed elettroniche giunte a fine vita.
A prima vista potrebbe sembrare una notizia confinata alle cronache industriali locali. In realtà si tratta di un tassello che si inserisce in una delle grandi partite strategiche del presente e del futuro. Le terre rare sono infatti diventate l’equivalente di ciò che il petrolio rappresentò per il Novecento. Senza neodimio, praseodimio, disprosio e altri elementi appartenenti a questa famiglia chimica sarebbe impossibile costruire motori elettrici ad alte prestazioni, turbine eoliche, hard disk, smartphone, droni, sistemi radar e numerose applicazioni militari e aerospaziali.
Per alcune materie prime la crescita della domanda prevista assume dimensioni quasi difficili da immaginare: secondo la Banca Mondiale e l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) entro il 2040 la domanda di litio potrebbe aumentare di oltre quaranta volte, quella di grafite, cobalto e nichel di venti o venticinque volte. Per cobalto e terre rare magnetiche è previsto un incremento compreso tra il 50% e il 60%, mentre il rame registrerà una crescita di circa il 30%. Dietro la transizione ecologica si cela così un apparente paradosso. Più il sistema economico punta a ridurre le emissioni di carbonio, più aumenta la sua dipendenza dall’estrazione mineraria. La rivoluzione verde non elimina il problema delle materie prime, semplicemente ne cambia la natura.
È anche per questo che ogni magnete recuperato dai rifiuti è una piccola riduzione della pressione esercitata sulle miniere del pianeta e, al tempo stesso, un tassello in più verso una maggiore autonomia strategica dell’Europa. La rivoluzione digitale e quella energetica, del resto, condividono la stessa silenziosa dipendenza, che si concentra oggi in misura spropositata nelle mani della Repubblica Popolare Cinese. Pechino, infatti, controlla circa il 70% dell’estrazione mondiale delle terre rare ma, soprattutto, domina la fase della raffinazione e della separazione chimica, arrivando per alcuni elementi chimici a superare il 90% della capacità produttiva globale. Non sorprende quindi che Bruxelles e Washington abbiano iniziato a considerare queste materie prime non soltanto come una questione economica, ma come un tema di sicurezza nazionale ed autonomia strategica.
Da questa consapevolezza nasce il progetto autorizzato nel Lazio. L’impianto, di proprietà della società Itelyum, già presente a Ceccano e tra le aziende leader del settore del riciclo dei rifiuti industriali, è stato sviluppato nel contesto del progetto INSPIREE, in partecipazione con EIT Raw Materials, il più grande consorzio nel settore delle materie prime a livello mondiale, Erion e Glob Eco, aziende con pluriennale esperienza nella raccolta e nel trattamento di RAEE, e l’Università degli studi dell’Aquila, che ha sviluppato e brevettato la tecnologia idrometallurgica a basso impatto ambientale.

Rispetto ai metodi tradizionali basati su processi pirometallurgici ad alte temperature, questa tecnologia offre il vantaggio di ridurre significativamente i consumi energetici e le emissioni. Tuttavia, questo non significa che il processo sia a “impatto zero”, esso infatti implica l’utilizzo di reagenti chimici e la successiva gestione dei liquidi di scarto prodotti. La sostenibilità dell’impianto dipenderà quindi non solo dalla capacità di recuperare terre rare, ma anche dall’efficacia con cui verranno trattati e smaltiti i residui di un impianto in grado di trattare fino a 2.000 tonnellate di magneti all’anno, producendo centinaia di tonnellate di ossalati di terre rare da reimmettere nella filiera industriale europea.
Inoltre, secondo le stime disponibili, i magneti permanenti recuperabili ogni anno in Italia potrebbero ammontare tra 2.500 e 10.000 tonnellate. Considerando che l’impianto di Ceccano sarà in grado di trattarne circa 2.000 tonnellate annue, sarebbero teoricamente sufficienti da due a cinque stabilimenti analoghi per processare l’intero fabbisogno italiano. La vera sfida resta però l’intercettazione e la separazione dei magneti dai rifiuti elettronici, ancora oggi uno dei principali ostacoli allo sviluppo della filiera. Ma il dato quantitativo, pur importante, non racconta fino in fondo il significato dell’iniziativa. Il vero valore del progetto risiede nel cambio di paradigma che rappresenta.
Ogni hard disk dismesso, ogni motore elettrico giunto a fine vita, ogni vecchio elettrodomestico custodisce infatti piccole quantità di elementi che fino a ieri venivano semplicemente disperse. Sommate tra loro, queste concentrazioni costituiscono una sorta di giacimento urbano distribuito, invisibile ma enorme. È il principio dell’urban mining, una politica che negli ultimi anni ha attirato crescente attenzione tra economisti e decisori. Se l’industria mineraria tradizionale estrae risorse dal sottosuolo, quella del futuro potrebbe ricavarle dalle città. Le nostre case, gli uffici, le discariche e i centri di raccolta differenziata potrebbero trasformarsi in nuove miniere, non meno preziose di quelle australiane o africane.
Naturalmente il riciclo non sarà sufficiente a sostituire l’attività estrattiva tradizionale. La domanda mondiale di terre rare continua infatti a crescere rapidamente, sospinta dall’espansione della mobilità elettrica, delle energie rinnovabili e dell’IA. Tuttavia ogni chilo di minerali critici e strategici recuperato rappresenta una riduzione della dipendenza dall’estero e una maggiore resilienza delle catene di approvvigionamento europee. Non è un caso che il progetto di Ceccano sia stato inserito tra le iniziative strategiche coerenti con gli obiettivi del Critical Raw Materials Act, il regolamento con cui l’UE intende rafforzare la propria autonomia nelle materie prime critiche. Lo stabilimento laziale suggerisce che parte della soluzione potrebbe trovarsi già all’interno dei nostri confini, non sotto nuove montagne da scavare, ma negli oggetti che ogni giorno decidiamo di buttare via. Forse la prossima frontiera della geopolitica non sarà conquistare nuovi territori, ma imparare a guardare con occhi diversi ciò che gli Stati conservano già da tempo nella propria stessa pancia.