La guerra, iniziata sotto il segno di Tel Aviv e intrinsecamente priva di una strategia, è attualmente sospesa con Washington costretta a piegarsi davanti alla Repubblica islamica. Almeno tre ragioni attestano il rovesciamento subito.
La prima: l’Iran ha dimostrato di poter decidere quando e quanto interdire Hormuz. Per riottenere il passaggio commerciale, Washington ha dovuto negoziare, riaprire le esportazioni petrolifere, liberare fondi congelati, promettere ricostruzione. La globalizzazione americana è governo dei flussi attraverso i colli di bottiglia del sistema mondiale finora custoditi – o almeno così si pensava – dall’ordine a stelle e strisce. Costringere Washington a trattare per riaprire uno di questi passaggi significa infliggere alla talassocrazia una sconfitta che oltrepassa il piano tattico. Perdere anche solo una parte del controllo sulle rotte significa lasciare intendere anche a tutti i competitori l’erosione della propria potenza marittima. Massima vergogna.
La seconda: l’Iran conserva il proprio libero arbitrio sul nucleare. Teheran accetta una sospensione provvisoria dell’arricchimento e il ritorno delle verifiche, senza che sia ancora definito il destino definitivo degli impianti e delle scorte accumulate. Dopo essere stato colpito in nome della bomba che non avrebbe dovuto costruire, avrà un incentivo ancora maggiore a ritirarsi nel sottosuolo, a disperdere, occultare, rendere opaco.
La terza, e più importante: chi combatte dentro l’interesse di un altro finisce per perdere il proprio. Gli Stati Uniti hanno assunto la lettura israeliana della minaccia iraniana, ma l’interesse di Israele e quello americano non coincidono. Israele poteva guadagnare dalla prolungata distruzione delle capacità iraniane. Washington, invece, paga con rotte interrotte, globalizzazione logorata, risorse sottratte all’Indo-Pacifico e reputazione dissipata.
Poi viene l’Italia. Quando Roma prova a distinguere il proprio interesse nazionale da quello americano, dal perno imperiale arrivano le ritorsioni. È il classico linguaggio dei vincitori: ricordare al vinto del 1945 che la capitolazione non ha scadenza, che chi ha perso deve continuare a obbedire anche ottant’anni dopo. Ma la realtà ha rovesciato i ruoli. Ora a capitolare è proprio chi continua a presentarsi come vincitore. Prima è arrivata l’accusa di non avere sostenuto abbastanza la guerra contro l’Iran. Poi il risentimento per il rifiuto italiano di concedere l’uso operativo di Sigonella. Infine, l’umiliazione personale, affidata al racconto della fotografia che Giorgia Meloni avrebbe quasi implorato durante il G7. Pressione esercitata attraverso la narrazione mediatica, assunta a “strumento bellico della guerra cognitiva”, utile a fissare nell’immaginario chi comanda e chi dovrebbe obbedire.
Non è un copione nuovo. Il precedente più evidente risale all’ottobre 1985, durante la crisi dell’Achille Lauro. Per alcune ore, la pista di Sigonella divenne il teatro di un confronto armato tra due Paesi formalmente alleati. I militari statunitensi circondarono l’aereo egiziano sul quale si trovavano i dirottatori, intenzionati a prenderli in custodia; carabinieri e militari italiani circondarono a loro volta gli americani, rivendicando la sovranità nazionale sulla base e il diritto di Roma a decidere che cosa dovesse accadere sul proprio territorio.
In quel momento l’alleanza gettò la maschera, ovvero quella di un rapporto nel quale Washington era abituata a far valere il proprio volere senza incontrare resistenze. La reazione americana fu inizialmente furiosa. Reagan telefonò personalmente a Craxi nel cuore della notte per chiedere la consegna dei dirottatori, lasciando intendere che il rifiuto avrebbe avuto conseguenze sui rapporti bilaterali. Craxi tenne il punto. Dimostrò che l’Italia poteva restare alleata degli Stati Uniti senza rinunciare, almeno in quella circostanza, alla propria autonomia decisionale. La crisi contribuì così a modificare il modo in cui Washington guardava a Roma. Poco dopo venne attivata una linea diretta tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi, fino ad allora riservata a Londra e Parigi, mentre l’Italia consolidò il proprio peso politico e finanziario nel sistema occidentale. Sigonella ricordò agli Stati Uniti che l’Italia non era soltanto una piattaforma strategica, ma poteva ancora comportarsi come soggetto politico. Un riflesso del passato, forse. Siamo pur sempre eredi di Roma, la stessa Roma dalla quale Washington ha tratto parte della propria immaginazione imperiale e messianica.

Quarant’anni dopo, ancora Sigonella. L’Italia ha negato agli aerei statunitensi diretti verso il teatro iraniano l’uso della base al di fuori delle autorizzazioni previste. Ufficialmente, Roma si è limitata a richiamare gli accordi vigenti; in realtà, proprio quegli accordi – come i trattati, il diritto internazionale e l’intero lessico normativo che pretende regolabile l’ecumene – hanno mostrato ancora una volta la propria natura strumentale. Esistono finché coincidono con l’interesse della potenza dominante; vengono deformati quando ne ostacolano il movimento, riesumati quando occorre rivestire di legalità ciò che la forza ha già deciso. Meloni ha detto no invocandone l’applicazione, ma il significato del gesto era riaffermare, dietro il velo delle clausole, l’interesse nazionale. Roma non voleva essere trascinata in una guerra di cui non controllava le conseguenze, nemmeno disponendo della forza militare per rispondere ad un’eventuale ritorsione iranica, pur essendo direttamente esposta alla crisi.
Hormuz, Bab el-Mandeb e Suez appartengono allo stesso apparato del Mediterraneo allargato: tre valvole del medesimo impianto marittimo. Mantenerle navigabili è interesse nazionale italiano. In questo senso, Roma ha avuto interesse a non aggravare ulteriormente lo stato dell’arte, evitando consegnarle al caos di operazioni prive di uno stato finale credibile. Intanto, però, due cacciamine italiani, il Crotone e il Rimini, erano già stati preparati per contribuire alla bonifica dello Stretto. L’Italia non ha mai rifiutato di difendere la navigazione. Rifiutava di confondere il proprio interesse nazionale con l’obbedienza automatica alle non-logiche israelo-statunitensi.
Anche questo è stato uno dei significati della recente visita di Marco Rubio in Italia: sollecitare gli europei, e dunque Roma, a trasformare il sostegno verbale in presenza concreta. Volendo usare il lessico scelto dallo stesso Trump nei confronti di Giorgia Meloni, non è escluso che fossero proprio gli Stati Uniti ad avere bisogno dell’Italia più di quanto vogliano ammettere.
L’alterco non incrinerà il rapporto profondo tra Roma e Washington. L’Italia sopravvivrà a Meloni, così come gli Stati Uniti sopravvivranno a Trump. Gli uomini passano, gli Stati restano e, più ancora, resta la geografia. Il Mediterraneo continuerà a rendere l’Italia necessaria, desiderata, corteggiata. Nel 1985 la fermezza italiana non spezzò l’alleanza; costrinse piuttosto gli Stati Uniti a riconoscere che l’Italia non era soltanto una piattaforma strategica, ma un soggetto capace di difendere il proprio interesse
Anche oggi, dunque, l’attrito potrebbe giovare all’Italia. Quanto accaduto costringe Roma a guardare più a fondo nella propria posizione, a chiedersi quali interessi sia ancora disposta a difendere e quale parte voglia occupare nell’ordine che viene. Non basta invocare autonomia nel momento dell’attrito, occorre costruire gli strumenti per esercitarla.
Per tornare a esistere all’esterno, l’Italia dovrebbe anzitutto riconoscersi all’interno, riscoprire la propria storia, definire il proprio interesse mediterraneo, rafforzare la diplomazia, ampliare la Marina e l’Esercito, dotarsi di una capacità militare coerente con il proprio spazio e ricostruire una coscienza nazionale capace di dare senso alla forza. Persino l’immigrazione potrebbe essere sottratta alla falsa alternativa tra espulsione indiscriminata e accoglienza senza forma. L’assimilazione, fondata su lingua, cultura e identità, potrebbe diventare uno strumento di assorbimento nel corpo nazionale per chi accetti di condividerne doveri, simboli e destino. Non semplice presenza sul territorio, dunque, ma appartenenza costruita e verificata.
Ma finché il Paese continuerà a considerarsi minore, finché la propria storia e l’eredità romana saranno trattate come reperti sepolti anziché come forme vive da riscoprire e riattivare, tutto muterà perché nulla muti. Cambieranno i governi, le formule diplomatiche e i programmi di riarmo, ma resterà intatta la convinzione di non poter agire se non entro il perimetro stabilito da altri. Se Roma decide di continuare a esercitare la propria autonomia, dovrà mantenere il punto. La sua classe dirigente dovrà farlo anche nelle crisi future, accettandone i costi. Tornare indietro dopo avere pronunciato un no significherebbe svuotarlo di sostanza e riconsegnare Roma alla subordinazione dalla quale tenta di affrancarsi.