OGGETTO: Fujimorismo in salsa democratica
DATA: 18 Giugno 2026
SEZIONE: Politica
FORMATO: Analisi
Il ballottaggio del 7 giugno tra Keiko Fujimori e Roberto Sánchez si è chiuso con poche centinaia di voti di differenza, in un Paese che da dieci anni cambia presidente quasi ogni anno. Dietro lo stallo c'è una società profondamente spaccata: costa contro entroterra, capitalismo contro progressismo, la memoria del terrorismo di "Sendero Luminoso" contro quella delle sterilizzazioni forzate dell'era Fujimori. Il fujimorismo vince, ma consolidare il potere è affare ben più complesso.
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Le elezioni presidenziali peruviane sono lo specchio della frammentazione che caratterizza il sistema politico-sociale sudamericano. La forte divisione interna, così come la presenza di esigenze contrastanti da parte dei differenti segmenti della popolazione, non ha portato solamente allo stallo elettorale degli ultimi giorni, ma ad una sostanziale instabilità politico-governativa che perdura ormai da dieci anni. Nell’ultima decade si sono susseguiti ben nove presidenti, i quali hanno fallito nel fornire solidità e credibilità ai propri esecutivi, e nell’attuazione di politiche economiche che favorissero una riduzione delle disuguaglianze sociali. Alla polarizzazione interna si aggiunge anche il peso storico dell’autocrazia fujimorista consumatasi dal 1990 fino al 2000, che, nonostante abbia visto la morte del suo leader Alberto Fujimori nel 2024, conserva viva e vegeta l’influenza politico-ideologica. La sua eredità è stata raccolta dalla figlia Keiko Fujimori, candidata di Fuerza Popular al quarto ballottaggio presidenziale della sua storia.

Al primo turno del 12 aprile si sono scontrati diverse decine di candidati, e hanno avuto la meglio Fujimori, che ha ottenuto il 17,1% dei voti, e Roberto Sánchez, candidato del partito Juntos por el Perù, che ha raccolto il 12,03%. Si tratta di risultati che testimoniano come non vi sia omogeneità politico-ideologica all’interno del Paese, a causa di una frammentazione che non permette ai candidati di spicco di primeggiare con quote estremamente alte. Il secondo ballottaggio si è tenuto il 7 giugno, e ha visto gareggiare lo schieramento di destra conservatrice contro l’anima più progressista e popolare della Nazione, che si è radunata attorno a Sánchez per contrastare il ritorno del fujimorismo in salsa democratica. Il secondo turno, come nelle tornate precedenti, si è rivelato essere uno scontro millimetrico, accompagnato da veementi proteste da parte di entrambe le fazioni e possibili dubbi sulle procedure di spoglio e i voti provenienti dall’estero. Lo scrutinio, proseguito per giorni in un clima di forte contestazione tra le due fazioni, ha registrato oscillazioni significative: dopo un primo vantaggio di Sánchez, il completamento del conteggio dei voti degli emigrati all’estero ha fatto emergere un sorpasso di Fujimori, che risulterebbe attualmente avanti per poche centinaia di voti, sebbene il risultato non sia ancora stato certificato in via definitiva. La breve distanza tra i candidati ha comportato anche lo scoppio di polemiche concernenti dinamiche legali legate allo spoglio, con il Tribunale nazionale che è chiamato ad analizzare circa 1600 seggi. In particolare, Fuerza Popular ha espressamente chiesto l’annullamento di oltre 7000 voti provenienti dalle zone rurali, mentre Juntos por el Perù ha denunciato presunte irregolarità relative a 1750 seggi nazionali, e 647 seggi statunitensi. La battaglia politica tra le due anime del Paese, una volta arrivata ad una nuova resa dei conti, che avrebbe potuto essere potenzialmente definitiva, si è ritrovata di fronte al pareggio tecnico, che si tenta di superare spostando lo scontro sul piano legale e procedurale. Le autorità stanno esaminando i ricorsi, e i dati ufficiali del ballottaggio dovrebbero essere comunicati verso la metà di luglio. Nel frattempo, il popolo attende con ansia ciò che potrebbe accadere, rimanendo diviso, e privo di una guida capace di condurre la Nazione con decisione e credibilità.

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

Come accennato, l’indecisione non deriva solo dalla difficoltà della classe dirigente nel consolidare un’ampia soglia di consenso interno, o dall’incapacità popolare di scegliere rappresentanti affidabili, ma bensì dalla presenza di un dualismo geopolitico e sociale, che produce una duplice anima che influenza la vita politica del Paese. Il voto riflette con precisione la divisione interna, con le zone costiere e la capitale Lima, specialmente l’area metropolitana, che si confermano essere le roccaforti del capitalismo sul piano economico, e del fujimorismo su quello politico-ideologico e culturale, mentre il Perù profondo, costituito dalle regioni andine meridionali, chiede a gran voce un progressismo economico-sociale ed un forte sviluppo del sistema di welfare nazionale, sostenendo con veemenza i movimenti di sinistra. I cittadini delle coste e delle grandi città dirigono o lavorano nelle imprese più grandi su scala nazionale, rappresentando il vero motore economico-finanziario del Paese, e temono che le politiche attuate dalla sinistra possano portare ad una limitazione della libertà d’impresa e una sostanziale perdita dei profitti. L’entroterra, invece, caratterizzato dalla consistente presenza del proletariato, e costellato da comunità indigene e contadine, è soggetto ad una marginalizzazione socioeconomica persistente, e non ha avuto la possibilità di conoscere i benefici del boom economico. Inoltre, a pesare enormemente sono anche le due distinte memorie storiche che hanno traumatizzato il Paese. Gli abitanti delle aree più ricche che hanno vissuto gli anni Ottanta, attribuiscono ai movimenti progressisti l’eredità politica della sinistra radicale capitanata da García, rea di aver generato gravosi arretramenti economici, e del terrorismo brutale di Sendero Luminoso. Risulta naturale quindi che questi segmenti sociali desiderino destinare la propria fiducia a Keiko Fujimori, la quale ai loro occhi sarebbe capace di arrestare l’avanzata delle forze di sinistra, considerate incapaci e pericolose, così come è riuscito in precedenza il padre negli anni Novanta. Le faglie indigene e rurali sono invece rimaste scottate dall’autocrazia targata Fujimori, che negli anni di governo è stata accusata di aver sistematicamente violato i diritti umani, tra cui figura la pratica della sterilizzazione di massa nei confronti delle donne indigene. I cittadini dell’entroterra collegano gli abusi subiti in passato a Keiko, ponendosi in netto contrasto con Fuerza Popular e le sue istanze politiche. Ne consegue quindi che la polarizzazione del voto che contraddistingue le dinamiche elettorali peruviane degli ultimi decenni derivi da ragioni storiche e sociali estremamente profonde, quasi impossibili da eradicare nel medio periodo.

Un ulteriore spunto analitico che il ballottaggio del 7 giugno è in grado di offrire, è la palese difficoltà del fujimorismo di riuscire a liberarsi delle macchie che caratterizzano la sua storia, e la sua incapacità di tornare in maniera definitiva ed indiscutibile al primato della gerarchia politica nazionale. La destra conservatrice può fare leva su una buona percentuale di cittadini peruviani che si sentono storicamente e culturalmente legati al regime, il quale però, proprio per via della sua eredità, rimane estremamente divisivo. Nonostante questo possa essere un punto di forza, soprattutto per quanto concerne l’accesso al secondo turno, quando poi è chiamato a scontrarsi con un’altra forza politica che vanta una visione solida e totalmente in contrasto con la sua, non riesce ad espandere il proprio consenso, fallendo nei diversi tentativi di andare oltre il 49/50%. Il fujimorismo pare essere rinchiuso in un limbo, dove i suoi punti di forza si trasformano prontamente in fragilità politiche che sembrano impossibili da superare. Che l’avversario sia Humala, Castillo o Sánchez, Keiko non riesce ad imporsi con forza, ma è costretta a lottare per qualche piccola percentuale, che potrebbe portarla a guidare il Paese nel caso attuale, ma con un consenso interno tutt’altro che solido. Un esecutivo, per poter durare e determinare con efficacia il futuro di una Nazione, in particolare per quanto concerne l’America latina, necessita di contare su delle fondamenta estremamente salde, altrimenti il rischio è quello di fallire miseramente.

I più letti

Per approfondire

Le elezioni lituane sono già scritte

Mentre il Primo Ministro Ingrida Šimonyte chiama all’unità contro le formazioni estremiste, i socialdemocratici si preparano a un’annunciata vittoria. Per i conservatori si tratta di limitare i danni e prepararsi a quattro anni di opposizione. Così la giovane democrazia lituana si presenta all’appuntamento elettorale del 13 ottobre.

La dittatura romana non era una tirannia

L’istituto antico della Roma repubblicana ha infatti poco o niente da spartire con il significato moderno di regime politico opposto al sistema democratico occidentale.

La fine della politica

30 aprile del 1993: la folla lancia monete contro Bettino Craxi. Finisce così l’era della politica. Da allora, è l’epica grigia del denaro e della tecnocrazia. Pensieri a partire dal libro di Filippo Facci

«Più che arte di governare, la politica di oggi sembra un talk show fatto di slogan e omuncoli senz’anima». Essere Piergiorgio Catti De Gasperi

Pronipote di Alcide, ma con la politica dice di non voler avere nulla a che fare. Piergiorgio oggi è più interessato al cambiamento dal basso, quello che non prevede compromessi.

Gli Stati disuniti d'Europa

Alla vigilia delle elezioni europee, emerge chiaramente che l'Unione rimane una realtà complessa, sospesa tra il sogno di unità e le persistenti divisioni nazionali. Mentre gli sforzi per un'integrazione pacifica continuano, con iniziative educative e politiche comuni, la mancanza di un esercito unificato e una visione geopolitica condivisa evidenziano i limiti di questo progetto. La storia del continente unito, ancora influenzata dall'ombrello americano, riflette le difficoltà nel realizzare appieno il suo stesso progetto.

Gruppo MAGOG