OGGETTO: Il paradosso di Kardašëv
DATA: 23 Aprile 2026
SEZIONE: Energia
FORMATO: Scenari
Ogni passo in avanti nella produzione e nel consumo di energia non fa che intensificare le crisi, i conflitti e le dipendenze che l'umanità vorrebbe superare. Dalla guerra russo-ucraina allo Stretto di Hormuz, passando per decenni di geopolitica del petrolio, un unico filo rosso attraversa la storia: più le civiltà crescono, più diventano vulnerabili, tanto che oggi si torna a parlare di "lockdown energetico". E la soglia del livello 1 della Scala di Kardašëv, anziché una promessa, rischia di rivelarsi una trappola.
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Nella scala di Kardašëv – il metodo utilizzato per classificare il grado di sviluppo di una civiltà in base alla quantità di energia che essa è in grado di ricavare e impiegare – la civiltà umana si colloca attualmente al livello più basso: lo 0. Ciò significa che utilizziamo soltanto una parte delle risorse energetiche disponibili. Questo dato è pienamente visibile nelle crisi che si susseguono: dalla guerra russo-ucraina alla crisi iraniana, fino alle discussioni odierne su possibili razionamenti energetici e altri provvedimenti per arginare la carenza di petrolio e gas. L’umanità ha sempre vissuto di crisi geopolitiche, economiche ed energetiche: queste non rappresentano un’interruzione dei normali processi diplomatici e produttivi, ma ne sono, al contrario, l’apoteosi.

Dire che siamo ancora al “livello 0” della Scala di Kardašëv non è però del tutto corretto. La civiltà umana, al suo stadio attuale, si trova più precisamente al tipo 0.7, vale a dire relativamente vicina al “tipo 1”: quello della piena collaborazione nell’estrazione, gestione e consumo dell’energia, accompagnata dall’utilizzo dell’intera capacità energetica del pianeta. Si tratta certamente di un traguardo significativo per lo sviluppo umano, tecnologico e planetario. Eppure, come ogni era di transizione, anche quella dal livello 0 al livello 1 si presenta circondata da un’enorme nube grigia.

Lo slancio compiuto in termini tecnologici, geopolitici e culturali non ha prodotto soltanto livelli di produzione, benessere, connessione e comunicazione sempre più ampi e intensi, ma ha anche accresciuto la frequenza e la potenza delle crisi, dei disastri ambientali, della competizione e dei rapporti di sfruttamento e conflitto tra le civiltà. È come se, all’aumentare della disponibilità di energia, crescesse non solo la dipendenza degli individui da essa e quella degli Stati gli uni dagli altri, ma anche la necessità di ricercarne sempre di nuove, con capacità produttive e di alimentazione via via più potenti – alimentando, di conseguenza, tanto l’intensità dello sviluppo quanto quella delle crisi.

Due casi emblematici stanno segnando il corso della nostra storia: la guerra russo-ucraina e il conflitto tra Iran e la coalizione USA-Israele. Le conseguenze di queste crisi, pur nelle loro differenti modalità e intensità, mettono a nudo un unico principio: le riserve e le fonti energetiche si trovano concentrate in pochi punti del globo, e una volta che le vie di transito vengono chiuse o compromesse, non si tratta semplicemente di un taglio alle forniture per il riscaldamento domestico, bensì di una minaccia all’intera macchina statale di uno o più popoli, e dunque di un attacco al loro istinto di sopravvivenza e alla loro tensione evolutiva.

Non è un caso che proprio durante la crisi e l’incerto destino dello Stretto di Hormuz si sia tornati a discutere, in Italia e nell’Unione Europea, della possibilità di un razionamento energetico – definito lockdown energetico – alla luce della ridotta offerta di petrolio e gas, della conseguente minore disponibilità materiale e del rialzo dei costi. Tutto ciò riapre, inoltre, un vaso di Pandora: quello dei rapporti di collaborazione e di dominio dell’Europa in Africa e nel Vicino Oriente.

Queste crisi riportano dunque alla luce tre questioni storiche ed esistenziali mai veramente risolte. La prima riguarda la ciclicità delle crisi e il loro potenziale catastrofico, che cresce proporzionalmente all’avanzare delle capacità tecniche e all’intensificarsi delle connessioni globali. La seconda riguarda il fatto che ogni civiltà progredisce e declina seguendo due tensioni opposte: quella dell’accumulo di riserve e della pianificazione a lungo termine in vista di periodi di scarsità, e quella della ricerca e del consumo di energie sempre più abbondanti. La terza questione, che ingloba le precedenti, riguarda la necessità strutturale della conflittualità e del soggiogamento di alcune civiltà da parte di altre.

In questa prospettiva, la crisi russo-ucraina e quella USA/Israele-Iran non sono casi eccezionali, ma la ripetizione di un processo strutturale – politico, umano e naturale – che affonda le radici nel passato: dalla Prima Guerra del Golfo alle crisi post-Rivoluzione Iraniana, dalla guerra del Kippur del 1973 alla pandemia di Covid. Un processo che risale addirittura agli albori delle grandi civiltà e che testimonia il passaggio radicale dall’energia ricavata dalla biomassa ai combustibili fossili, fino alle future replicazioni di processi energetici cosmici, come nel caso della fusione nucleare.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Proprio questa evoluzione storica, tecnica e socio-politica legata all’energia ha trasformato la percezione stessa del suo ruolo: da semplice mezzo di sostentamento, coesione collettiva ed espansione della comunicazione, a necessità strutturale dei singoli e delle società per consumare, moltiplicare le interazioni, dissolvere i confini reali creandone continuamente di artificiali, e saturare la quantità e la qualità delle informazioni. Un cambiamento radicale per due ragioni: la prima riguarda le nuove strategie adottate dagli Stati, non più pensate per fronteggiare una costante scarsità energetica, ma per gestire il vastissimo flusso di energia che alimenta la macchina industriale, burocratica, tecnologica e sociale delle civiltà più avanzate – sistemi che si ritrovano spesso impreparati nei momenti di crisi più acuta. La seconda riguarda il modo stesso in cui l’energia è concepita e vissuta: non più come mera fonte di sopravvivenza, ma come elemento completamente integrato nel nostro essere e agire, la cui privazione ci priverebbe anche di parte della nostra capacità di interfacciarci con il mondo, di adattarci a esso e di reinventarlo.

Nel panorama intellettuale della modernità e della contemporaneità, vi sono pensatori che definiscono il petrolio come una vera e propria entità vivente, dotata di leggi proprie e di una natura quasi aliena; altri che sostengono che senza di esso non saremmo gli uomini che siamo oggi, né avremmo fondato le civiltà che conosciamo; altri ancora che affermano come, una volta entrati in contatto con il petrolio e iniziato a sfruttarlo, siamo automaticamente entrati in un circuito politico e geopolitico che fonda la propria essenza e la propria azione sull’importanza di quella risorsa.

Pensatori come Reza Negarestani, Chad Haag e Nicholas Georgescu-Roegen, pur da prospettive ed escatologie differenti, colgono implicitamente tre punti che si stanno rivelando in tutta la loro portata profetica: l’uomo è tutt’uno con l’energia e con le fonti da cui la ricava; poiché queste fonti sono distribuite in modo disomogeneo sulla superficie del globo, le politiche e le forme delle civiltà ne sono plasmate; infine, la necessità di sopravvivere prima e la corsa all’energia poi spingono le collettività umane non solo a competere costantemente tra loro, ma a fondare le proprie strategie politiche di lungo periodo sulla garanzia di un approvvigionamento sicuro – o, addirittura, sul controllo diretto delle fonti.

Gli eventi recenti e le ricerche nei più diversi campi lo confermano: dalle società del consumo e dei bisogni artificiali, al blocco delle forniture energetiche provenienti da pochi nodi critici del pianeta, fino ai conflitti nati dalla volontà di impossessarsi di quelle risorse o di distruggere le infrastrutture avversarie. La storia dell’uomo e la sua relazione con l’energia sono giunte a un punto critico, che esige un radicale cambiamento di rotta.

Come già indicato dalla Scala di Kardašëv, l’umanità è prossima a passare al livello successivo: quello del pieno utilizzo dell’energia globale e della collaborazione tra gli Stati per renderlo possibile. Eppure, nel punto esatto in cui ci troviamo, il cammino verso la piena sufficienza energetica si traduce nel paradosso dell’ipersfruttamento di risorse finite, e la cooperazione in una perenne conflittualità – in cui solo poche civiltà riusciranno ad accordarsi per spartirsi le fonti d’energia del presente e del futuro.

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