OGGETTO: Una storia meneghina
DATA: 21 Settembre 2025
SEZIONE: Storie
FORMATO: Racconti
AREA: Italia
Il 6 settembre 2025 Milano ha visto sfilare migliaia di persone in difesa del Leoncavallo, sgomberato dopo cinquant’anni di storia. Dal suo ruolo di laboratorio sociale negli anni Settanta alla resistenza culturale contro la “Milano da bere”, il centro sociale ha incarnato autogestione e controcultura. Oggi la sua memoria rilancia il dibattito sugli spazi pubblici e i beni comuni.
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Il 6 settembre 2025 un grande corteo ha sfilato per le vie di Milano. La protesta è nata in risposta allo sgombero del centro sociale Leoncavallo, avvenuto la mattina del 21 agosto, in una Milano deserta e avvilita dal caldo. Le camionette delle forze dell’ordine, attese per il 9 settembre, si sono tuttavia presentate a sorpresa presso lo stabile di via Watteau, mettendo fine a un’esperienza cinquantennale, sopravvissuta a oltre centotrenta rinvii per l’esecuzione dello sfratto.

Per comprendere la portata dello sgombero dello scorso agosto è necessario tornare indietro nel tempo, soffermandosi sulle origini di un’idea che ha preso forma nella Milano degli anni Settanta, crogiolo di tensioni e creatività che da lungo tempo cercava nuovi linguaggi ed espressioni controculturali. Protagonisti assoluti sono i giovani proletari della periferia milanese, resisi ormai conto dell’obsolescenza degli scontri in fabbrica. Obiettivo primario era rispondere alla forte esigenza di autorappresentazione che le formazioni politiche e sindacali non sempre erano in grado fornire.

È proprio in questo contesto di ricerca e sperimentazione che, il 18 ottobre 1975, nasce il centro sociale Leoncavallo. L’atto di fondazione avviene quando alcune formazioni della sinistra extraparlamentare e diversi gruppi provenienti dalle esperienze del Sessantotto decidono di occupare una fabbrica dismessa di 3.600 mq, situata in via Leoncavallo 22. Si tratta di un’occupazione senza precedenti nella storia di Milano, che avviene in un quartiere, quello di Crescenzago, caratterizzato da una forte tradizione operaia e militante. Dopo un breve periodo di riorganizzazione, il Leoncavallo si pone in prima linea come punto di contatto tra le fabbriche e il quartiere, offrendo attività sociali come una scuola popolare, laboratori e assistenza per i soggetti più fragili.

L’impegno sociale e la vitalità culturale del Leoncavallo subirono un duro colpo il 18 marzo 1978, in un clima di altissima tensione causato dal sequestro dell’onorevole Aldo Moro. Un’efferata aggressione pose fine alle vite di Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci, due giovani militanti del Leoncavallo impegnati in un’inchiesta sul traffico di eroina nel quartiere che ospitava il centro sociale. Ai funerali dei due giovani parteciperanno oltre 100.000 persone, portando il nome del Leoncavallo sulle prime pagine dei quotidiani. Nonostante il duplice omicidio resti tristemente irrisolto, la memoria dei due giovani è stata preservata e onorata dall’associazione “Le madri del Leoncavallo”, ente che ha trovato ispirazione nelle Madri di Plaza de Mayo, movimento di donne e madri argentine nato nel 1977. Parallelamente la cupa ombra dell’eroina non cessava di allargarsi nelle piazze e nei parchi della Capitale del Nord, portando con sé una scia di vittime sempre troppo giovani.

Nel corso degli Ottanta il Leoncavallo si svuotò progressivamente dei componenti vicini alla lotta armata divenendo l’epicentro da cui si diffonde la cultura punk. Complice di questo sviluppo fu anche lo sgombero del Virus, ex magazzino occupato della periferia Ovest di Milano, noto per essere stato il tempio del punk italiano. Mentre la “Milano da bere” celebrava l’apparenza, il benessere effimero e l’edonismo del Partito Socialista di Craxi, la controcultura leoncavallina costruiva la sua identità, affermandosi come unico baluardo di resistenza e autenticità in grado di opporsi al patinato ottimismo in cui Milano si specchiava. Un contrasto stridente, che aveva come protagonisti da una parte gli yuppies, i quali vedevano nel successo finanziario e nel lusso una ragion d’essere, e dall’altra i membri del Leoncavallo, che portavano avanti una realtà che incarnava i valori della critica sociale, dell’autogestione e della musica underground.

Nel decennio successivo il Leoncavallo dovette affrontare una nuova minaccia, questa volta di carattere istituzionale. Il primo tentativo di sgombero da parte delle forze dell’ordine si ebbe nel 1989, ma fu solamente nel 1994 che il Leoncavallo fu costretto ad abbandonare la propria sede storica. Erano i tumultuosi anni di Tangentopoli, ecatombe politico e giudiziaria che mise fine alla Prima Repubblica. In una Milano guidata dal sindaco leghista Marco Formentini il Leoncavallo rappresentava un obiettivo da colpire per affermare il proprio indirizzo politico. Fecero particolarmente scalpore le dichiarazioni di un ragazzo frequentatore del centro sociale al Corriere della Sera «Bossi ha detto che a lui le pallottole costano trecento lire, noi i sampietrini li troviamo gratis». 

Nonostante lo sgombero, la risposta della comunità del Leoncavallo non si fece attendere. Il 24 settembre 1994, un grande corteo sfilò per le strade di Milano, trovò sulla sua strada la dura opposizione delle forze dell’ordine, riuscì infine a confluire nell’ex cartiera di via Watteau. Era l’inizio di una nuova era: il Leoncavallo fu in grado di risorgere rapidamente e affermarsi come uno dei principali centri musicali e culturali della città, ospitando concerti di artisti internazionali e festival. Tuttavia, con il passaggio al nuovo millennio, ebbe inizio una nuova stagione caratterizzata da un continuo braccio di ferro con le autorità per l’affermazione della propria identità culturale e del rispetto degli spazi autogestiti.

Dopo un’occupazione durata 31 anni, il centro sociale è stato definitivamente sfrattato. L’esistenza del Leoncavallo è più che mai a rischio, nonostante il Comune di Milano abbia avviato un dialogo con l’associazione “Mamme Antifasciste del Leoncavallo” per trovare una nuova sistemazione. L’esperienza del Leo, però, non è stata solo un’occupazione, ma un laboratorio di idee e un baluardo per la controcultura milanese. In un’epoca in cui la spinta centrifuga della gentrificazione obbliga i soggetti più fragili a spostarsi sempre più fuori dal reticolo urbano, la storia del Leoncavallo riporta l’attenzione sulle esperienze dal basso, in una Milano dove purtroppo le periferie e i suoi abitanti vengono troppo spesso dimenticati dalle istituzioni.

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