Kahrtoum. Dalla strada il rumore del traffico arriva fino alla stanza in penombra di Ahmed. Lo schermo del computer illumina il volto del ragazzo. Lineamenti tesi, dita frenetiche sulla tastiera, un’ombra di paura sugli occhi arrossati. È un attimo. Lancia la tastiera per terra e se ne va sbattendo la porta. Sullo schermo gli avatar degli altri giocatori continuano a lanciarsi colpi a vicenda. Il suo è a terra senza vita.
Los Angeles. Nella manciata di secondi in cui l’ascensore percorre 56 piani Elliot cerca di collegare tutte le informazioni che fin’ora ha raccolto. Un nuovo gruppo di hacker sta terrorizzando le più grandi aziende tecnologiche. Attacchi ddos: migliaia di connessioni in contemporanea che stendono anche i siti web più robusti. Tecnologia banale, ma efficiente. Il gruppo si autofinanzia su telegram, vendendo i propri servizi al miglior offerente. Probabilmente dietro ci sono i soliti russi, ma qualcosa non gli torna. È tutto troppo semplice e perfetto. Dalla sua lunga esperienza nell’FBI sa che anche le più sofisticate architetture tecnologiche hanno delle crepe che possono far crollare tutto. E di solito quei piccoli buchi sono pieni di vili passioni umane.
Ahmed naviga nella pagina del negozio online. È più calmo ora, anche se permane un accenno di irrequietezza nei movimenti del mouse. Sta cercando l’equilibrio perfetto tra le caratteristiche del suo personaggio e i miglioramenti dei nuovi equipaggiamenti. Non si preoccupa della somma che aumenta nel carrello. D’altronde negli ultimi tempi i soldi sono l’unica cosa che non gli manca.
Da dietro la cartellina Elliot osserva il volto dell’ingegnerie e dell’avvocato. Il colosso dei pagamenti online è stato attaccato ripetutamente e ha perso milioni di dollari, un’indagine interna è la prima mossa che si fa in questi casi. Nel plico c’è un elenco di email, indirizzi IP e geolocalizzazioni che in base all’incrocio dei dati l’azienda presume possa appartenere a uno o più hacker. Elliot legge le informazioni e chiede all’ingegnere perché pensano che proprio quelle siano le identità digitali dei colpevoli. L’avvocato nonostante il tono sicuro e affabile con cui imbastisce il discorso non risponde alla domanda. Elliot sorride, la seconda mossa è sempre chiamare qualcun altro a fare il lavoro sporco al posto tuo.
Ahmed è nel pieno della partita, stavolta sembra essere padrone della situazione. Si muove con più scioltezza e questa tranquillità si riverbera anche nel suo personaggio che continua a sferrare colpi implacabilmente. Ormai non aspetta nient’altro che la vittoria quando lo schermo improvvisamente diventa scuro. Ahmed si volta immediatamente verso un secondo monitor alla sua destra. Digita alcuni tasti sulla tastiera eccitato. Prova a ricaricare la pagina, ma la schermata rimane scura. Fa un gesto di esultanza e il cellulare sul tavolo vibra, è una notifica telegram.
Fare l’infiltrato per i crimini online non è sempre così facile. A Elliot è bastato contattare l’amministratore della chat telegram e inviare le criptovalute richieste. Dopo poco tempo aveva l’indirizzo IP e la password per connettersi al server capace di lanciare una serie infinita di chiamate per offuscare qualsiasi sito. Con un po’ d’esperienza è riuscito a salvare i log del server ottenendo tutti gli indirizzi che hanno eseguito un accesso su quella macchina. Confrontandoli con quelli forniti dall’azienda di pagamenti elettronici è riuscito a risalire a uno degli hacker: un ragazzo poco più che ventenne, geolocalizzato a Khartoum. Il colpevole aveva effettuato un acquisto su una piattaforma di giochi prima di farla “saltare”. Elliot finisce di scrivere il rapporto, chiude il portatile e si stiracchia sulla sedia del suo ufficio. Sussulta, sulla parete di fronte si accorge di una piccola crepa. Sarà meglio farla riparare al più presto, pensa.