Intervista

«Lo Yemen continuerà a essere lo Yemen, come è sempre stato nella Storia, depositario di divisioni politiche e sociali, ma anche di una fortissima identità». L'Ambasciatore Mario Boffo sul futuro di Sana'a

«Per l’Iran lo Yemen è importante. La presenza di un forte alleato permette a Teheran una sorta di “testa di ponte” alla frontiera dell’Arabia Saudita, un importante controllo del Mar Rosso, la sussistenza di un’ulteriore base nell’azione di contrasto a Israele. Tuttavia, la presenza iraniana dovrà tener conto delle esigenze autonome degli houti nel voler essere parte importante dello Yemen, comunque il paese esca dalle lunghe crisi dell’area.»
«Lo Yemen continuerà a essere lo Yemen, come è sempre stato nella Storia, depositario di divisioni politiche e sociali, ma anche di una fortissima identità».  L'Ambasciatore Mario Boffo sul futuro di Sana'a
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In un Medio Oriente che non sembra trovare pace un tassello fondamentale è rappresentato dallo Yemen, un Paese martoriato da una lunga guerra civile, che oggi assume un ruolo centrale nello scacchiere geopolitico globale per la sua posizione strategica nel Mar Rosso. Le tematiche da affrontare sono molte e complesse: dal rapporto della Repubblica yemenita con l’Iran a quello con la Russia, dalla spaccatura interna e la sanguinosa guerra civile al ruolo dell’Arabia Saudita passando per gli infruttuosi interventi occidentali.  Per fare chiarezza su queste delicate questioni abbiamo avuto il privilegio di intervistare Mario Boffo, ex Ambasciatore d’Italia in Yemen e profondo conoscitore del Paese sul quale ha scritto il libro ‘’Yemen l’eterno’ nel 2019.

– Lei ha rivestito il ruolo di Ambasciatore d’Italia in Yemen dal 2006 al 2010, durante questo periodo quali sono stati i cambiamenti politico-sociali più marcati che ha dovuto affrontare in ragione del suo incarico ?

Al mio arrivo nello Yemen, nel 2005, il paese era governato dal regime autoritario di Ali Abdallah Saleh e del suo maggioritario partito parlamentare, il General People’s Congress. Era tuttavia attivo il principale partito di opposizione, al Islah, di ispirazione Fratelli Mussulmani, e un piccolo partito socialista erede di passati retaggi. Il dissenso non aveva vita facile, e vi erano stati in precedenza giornalisti perseguitati o morti in circostanze non chiarite. Tuttavia, esistevano organi di informazione indipendenti e relativamente liberi di esprimersi, anche criticamente nei riguardi del governo. Alla società, nella sua espressione civile, non erano imposte regole stringenti: non vi erano obblighi di abbigliamento (il velo, maggioritario fra le donne, era dovuto alla tradizione), le donne potevano guidare, studiare e lavorare. Limitazioni alla libertà e ai diritti come noi li intendiamo, soprattutto alla condizione femminile, discendevano soprattutto dai codici religiosi, che erano comunque riconosciuti dallo stato, e dalla tradizione sociale. Il voto per l’elezione del presidente che comportò la rielezione di Saleh nel 2006, voto controllato ma non del tutto pilotato dal regime, fu vissuto con entusiasmo dall’elettorato di entrambi i sessi e di tutte le generazioni. Nel corso di quegli anni hanno covato fermenti che sono poi esplosi fra il 2010 e il 2011 all’insorgere della “primavera yemenita”, dopo la caduta del regime e nei seguiti delle complesse situazioni che ne sono emerse: il desiderio di piena libertà del popolo, il revanchismo della regione di Sa’da, il risorgere della vocazione indipendentista del sud.

– La missione Prosperity Guardian sembra essersi risolta in un fallimento. Perché, a Suo avviso? E quali sono le conseguenze a livello politico?

Da un punto di vista militare, la missione non poteva avere successo. Gli houti sono regolarmente riforniti di armi iraniane, ma sono da tempo in grado di fabbricare in proprio missili e droni. Forse la qualità di queste armi e di altri ordigni più artigianali non è massima, ma è comunque sufficiente a condizionare il traffico nel Mar Rosso. Colpire le basi di partenza non serve a niente, perché si tratta di basi talvolta mobili che si spostano dopo aver lanciato gli ordigni, oppure di basi che una volta distrutte possono essere ricostituite in altro luogo. È inoltre un’evidente manifestazione di guerra asimmetrica, dove materiali a basso costo possono infliggere gravi danni senza poter essere validamente contrastati, sul piano strategico, nemmeno da armamenti più sofisticati e più costosi. Sul piano politico, la Prosperity Guardian rischia di dar luogo a un autonomo focolaio di crisi nello Yemen, focolaio che potrebbe sopravvivere anche indipendentemente dalla guerra a Gaza e dalle altre tensioni del Medio Oriente. 

– L’attività di interdizione del traffico navale nel Mar Rosso risponde ad una strategia autonoma degli Houthi o si può derubricare a manovra anti-israeliana dell’Iran?

Entrambe le cose. L’intervento degli houti nella guerra di Gaza, infatti, non deve essere letto solo come “difesa dei palestinesi” o come iniziativa della rete di resistenza filo-iraniana. Gli houti, infatti, benché alleati di Teheran, non sono pedissequamente obbedienti al regime iraniano; nutrono viceversa per lo Yemen un’agenda e una visione del tutto autonoma e radicata nella storia del paese. La loro azione deriva anche dall’esigenza di manifestarsi in tale autonomia, nel controllo di un quarto del paese e di un governo assolutamente maturo, sebbene non riconosciuto internazionalmente. 

– Come pensa evolverà l’approccio di Teheran rispetto allo Yemen? Ritiene possibile che gli iraniani stabiliscano nel Paese una presenza fissa?

Per l’Iran lo Yemen è importante. La presenza di un forte alleato permette a Teheran una sorta di “testa di ponte” alla frontiera dell’Arabia Saudita, un importante controllo del Mar Rosso, la sussistenza di un’ulteriore base nell’azione di contrasto a Israele. Tuttavia, la presenza iraniana dovrà tener conto delle esigenze autonome degli houti nel voler essere parte importante dello Yemen, comunque il paese esca dalle lunghe crisi dell’area.

– Alla luce delle recenti notizie che sembrano indicare negoziati in corso tra la Russia e i ribelli Houthi, con la mediazione dell’Iran, per una possibile fornitura di missili antinave avanzati, quanto considera plausibile lo scenario in cui la Russia decida effettivamente di armare gli Houthi? In caso tale ipotesi si concretizzasse, quale ritiene potrebbe essere una risposta appropriata da parte dei paesi occidentali, sia nella regione mediorientale che a livello internazionale?

La Russia, come pure l’Ucraina, combatte i propri avversari in varie regioni del mondo: Africa, Medio Oriente, Nordafrica. Non so se effettivamente Mosca fornirà tali armamenti, ma la cosa non mi sembra inverosimile. La risposta occidentale? Credo che sarebbe caratterizzata dal paradigma che la caratterizza sin dall’inizio della guerra in Ucraina: aiuto a Kiev e contrasto alla Russia sul filo di un continuo rischio di escalation, senza tuttavia superare (almeno fino a ora) alcuna fatale linea rossa. 

– Alla luce degli eventi di quest’ultimo anno come pensa che l’Arabia Saudita intenda delineare il suo futuro approccio con lo Yemen?

L’Arabia Saudita è uscita sostanzialmente sconfitta dalla lunga guerra che ha condotto nello Yemen: l’obiettivo era quello di far recedere la “ribellione” houti; il risultato è che ora gli houti sono una solidissima e scomoda presenza alle proprie frontiere. Senza far troppo rumore, Riad ha operato per la conclusione della guerra e per l’inizio del negoziato, negoziato che rischia di essere danneggiato dai più recenti eventi e dagli anatemi americani sugli houti. Ma l’interesse alla pacificazione dell’area è evidente, e si manifesta anche nella limitatissima vocalità del Regno nella situazione in corso. Riad, in sostanza, si accontenterà di aver consolidato il proprio storico e tradizionale posizionamento nello Yemen orientale, dovuto anche ad antichi legami tribali: nell’Hadramout e nel Governatorato di al-Mahra, alla frontiera con l’Oman, dove progetta di installare terminali petroliferi che le consentano di evacuare i propri prodotti petroliferi senza dover dipendere dal delicato passaggio per lo Stretto di Hormuz, controllato dall’Iran.

– In conclusione, guardando al futuro dello Yemen, quali ritiene siano le prospettive più probabili per il Paese? Crede che vi siano possibilità concrete di una futura unificazione nazionale, oppure ritiene più plausibile che l’attuale frammentazione de facto venga formalizzata in una divisione stabile?

Il futuro dello Yemen dipenderà da molteplici fattori: la realtà houti, unita al pragmatismo che permette loro di soprassedere all’originaria e velleitaria ambizione di controllo dell’intero paese; il consolidamento dell’indipendentismo meridionale; il sostegno che le federazioni tribali assicureranno a questo o quel processo politico; le evoluzioni delle regioni orientali; il gioco di influenze straniere (Riad, con la sua pressione sull’Est, gli Emirati Arabi Uniti con il forte sostegno a un  Sud indipendente). Il futuro Yemen potrà essere di nuovo diviso in due, o addirittura tripartito; oppure, nelle linee del Dialogo Nazionale concluso nel 2014, linee virtuose ma oggi difficilissime da realizzare, potrà essere una federazione. Quale che siano le forme politiche che assumerà, lo Yemen continuerà a essere tuttavia lo Yemen, come è sempre stato nella Storia, depositario di divisioni politiche e sociali, ma anche di una fortissima identità antropologica e nazionale che ne costituisce il più caratteristico patrimonio.

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