Tutte le strade devono portare a Kiev

L’attentato alla Sala Concerti Crocus di venerdì scorso è quasi certamente opera del terrorismo islamico, ma Mosca non vuole escludere l’ipotesi di un coinvolgimento ucraino. Analogamente, è difficile immaginare che l’elicottero distrutto da un drone kamikaze in Transnistria domenica 17 sia stato “lanciato dall'Ucraina per causare panico durante le elezioni presidenziali russe” come sostiene invece Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo. Ma per il Cremlino tutto deve ricondurre a Kiev.

L'ora del raccoglimento

L'attentato alla Sala Concerti Crocus presenta a Putin l’occasione per demolire una volta per tutte il dissenso che serpeggia nel Paese in relazione al conflitto in Ucraina, per alimentare invece il senso di rivalsa, rinvigorito dalle fiamme che ancora divampano a Mosca. Immagini che risvegliano paure e ansie collettive, con l’Occidente che fiuta il pericolo di un cambio di passo repentino dello Zar.

Le conseguenze della talassocrazia 

Naturale conseguenza dell’esercizio del potere in senso lato, la sua declinazione marittima pone in evidenza caratteristiche peculiari che risaltano in questi particolari momenti di crisi. Se il disegno strategico, laddove presente, tratteggia indicazioni politico-economiche, è l’esercizio del potere marittimo, declinato secondo paradigmi civili e militari, a battere il tempo degli avvenimenti.

Il potere dopo Vladimir Putin

Dopo la fine del dominio dell’ideologia sovietica sono seguiti tantissimi esperimenti: televisivi, musicali, artistici, letterari. Il ritorno all'ordine dagli anni 2000 in poi ha coinciso con l'affacciarsi di una nuova generazione, traumatizzata dai decenni precedenti, chiusa nei confronti dell'Occidente, ma più aperta all'idea di una riscoperta del mondo attraverso il filtro della propria supposta grandezza nazionale. Saranno loro a prendere in mano il potere dopo la caduta di Vladimir Putin.

Nasrallah e il fronte di dissuasione

A gennaio le forze armate israeliane hanno condotto una serie di attacchi in territorio libanese culminati nell’assassinio dell’alto dirigente di Hamas, Salih Aruri, nella periferia sud di Beirut. Nello stesso periodo lo Stato ebraico ha eliminato Wissam Tawil, uno dei comandanti militari di Hezbollah, che si aggiunge agli oltre 160 combattenti caduti dall'inizio delle ostilità. Il “Partito di Dio” in risposta ha preso di mira due basi militari israeliane a dieci e venti chilometri dalla linea di demarcazione con il Libano. La priorità di Hezbollah resta preservare le posizioni acquisite ed evitare l’escalation.

Il costante ritorno del kemalismo pakistano

Il Pakistan torna a far parlare di sé: terra tormentata da vicissitudini profonde, non riesce a trovare una compiuta stabilità in grado di garantire una sia pur minima serenità ad una società giovane che aspira ad un maggior benessere. La politica è sotto tutela dell’Esercito, in un’ottica kemalista di preservazione dei fondamenti istitutivi dello Stato. Su tutto e tutti, veglia l’effigie di Mohammad Jinnah, primo e ultimo gigante politico del Paese.

Le grida armene non fanno rumore

Alcune guerre sono mute, di altre invece c'è una bulimia d'informazioni. È fondamentale che le coscienze europee non abbandonino l'Armenia. Gli Azeri hanno aspettato trent'anni di condizioni sociali, economiche e politiche adatte per riprendersi il Karabakh. Ora che la cuspide dei loro sogni è così vicina non aspetteranno molto per realizzare l'utopica unione dell'annessione del territorio armeno. Nel frattempo i nostri interessi energetici non devono impedirci di guardare alla situazione con lucidità.

Di Norvegia non si parla

Chi sottovaluta la Norvegia, non sottovaluta un piccolo Paese al nord del mondo, ma un ganglio vitale del nostro tempo. La naturalezza con cui i norvegesi arrivano a fare cose straordinarie senza rumore è qualcosa di misteriosamente affascinante. Il potere vero, quello silenzioso e strisciante, ha casa a Bergen.

Nessuno al timone della nave

La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco - svoltasi fra il 16 e il 18 febbraio - ha sondato l’umore della politica internazionale. Il responso è desolante: l’ordine globale che pensavamo stabile e trionfante è definitivamente crollato. Nessuno è più al timone del sistema interstatale, e i circoli viziosi si autoalimentano verso lo scontro frontale. Lucidità e pragmatismo diventano rare e ricercate eccezioni; sorprendente è però il luogo in cui le troviamo.

In Russia febbraio è un mese di morte

Nello SHIZO in cui era recluso - una minuscola cella d'isolamento punitivo - Alexei Navalny è morto da martire, rovinando qualsiasi messaggio che Vladimir Putin voleva trasmettere nel corso delle due ore d'intervista con Tucker Carlson. È rimasta così solo la morte nelle "profondità dei minerali siberiani", prendendo a prestito le parole di Pushkin, e il mistero sulle circostanze ad essa legate.

I sislib non ci sono più

L’intervista di Tucker Carlson ha avuto il merito di riportare all’attenzione dei cittadini di tutto il mondo alcuni fatti molto semplici: per il momento parlare con i russi significa parlare con Putin. Le influenze dei sislib - i "liberali sistemici" che da sempre hanno avuto un canale privilegiato con lo Zar - hanno perso i loro privilegi.

Lawrence (d’Arabia) si è fermato a Neom

L’Arabia Saudita si è affacciata al XXI secolo con l’intenzione di esserne protagonista, contribuendo alla forgiatura di un nuovo ordine mondiale. La sua politica si fa però sempre più attenta e, pur rischiando, gioca su più tavoli preservando rapporti una volta esclusivi e che ora desidererebbe fossero posti su un unico piano paritario.
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