OGGETTO: Il costante ritorno del kemalismo pakistano
DATA: 05 Marzo 2024
SEZIONE: Geopolitica
AREA: Asia
Il Pakistan torna a far parlare di sé: terra tormentata da vicissitudini profonde, non riesce a trovare una compiuta stabilità in grado di garantire una sia pur minima serenità ad una società giovane che aspira ad un maggior benessere. La politica è sotto tutela dell’Esercito, in un’ottica kemalista di preservazione dei fondamenti istitutivi dello Stato. Su tutto e tutti, veglia l’effigie di Mohammad Jinnah, primo e ultimo gigante politico del Paese.
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A Lord Mountbatten la storia ed una stremata Casa di Windsor fecero dono della scatola di Pandora del vicereame dell’India, la gemma più preziosa del diadema imperiale britannico, affinché estratta dal castone della corona inglese potesse entrare nella storia. Un compito liquidatorio ingrato ma necessario, il preludio di una separazione sanguinosa tra l’India ed un inedito attore musulmano segnato dalle stimmate di una purezza solo lessicale purtuttavia ignota al luciferino alfabeto della politica. Il tempo dei tratti geometrici di Sykes Picot era finito, malgrado sul Tamigi ne fossero ignari; la libertà cantata da Lapierre e Collins è rimasta a lungo un serico sari insanguinato abbandonato su uno scranno.

L’India non è stata solo Gandhi o Nehru, è stata anche Mohammad Ali Jinnah, raffinato avvocato di Bombay, indipendentista ed esponente intransigente di una Lega musulmana che, malgrado gli intenti dichiarati, non ha abiurato, come gli indù, alla violenza. È lui, kemalista e laico nel profondo, a conferire un’identità politica al nascente stato islamico, coagulato intorno ad una religione e non a cultura o a etnia; è lui che battezza la teoria delle due nazioni, mandata in soffitta con la proclamazione del Bangladesh. Ma se è garantita la libertà dell’ateismo, qual è il senso originario del confessionale Pakistan?

Nel 1930 lo scrittore Allama Mohammad Iqbal inneggia alla genesi di uno Stato musulmano autonomo, battezzato nel 1933 da Choudhary Rahmat Ali con l’acronimo Pakstan, la sintesi delle anime musulmane di Punjab, Afghanistan, Kashmir, Sindh, Balucistan, resa ancora più suggestiva dall’etimologia urdu che richiamava i concetti di pak purezza e stan terra. La i agevola l’anglofonia: Pakistan, la terra dei puri che non canta la liberazione dal giogo coloniale britannico, ma l’indipendenza dall’India. Cinque i punti di faglia: Kashmir, ingerenza militare, necessità di una reale inclusività federale delle minoranze, pervasiva presenza politica USA, cuneo indiano tra l’occidente pakistano ed il Bengala orientale, prodromico alla rapida e violenta secessione del Bangladesh. L’evoluzione nucleare indiana spinge il Pakistan all’emulazione, mentre assurge al potere il Generale Zia ul-Haq con un colpo di stato incruento, foriero di un regime islamista in antitesi con qualsiasi disegno politico democratico ma che, grazie all’invasione sovietica dell’Afghanistan, rinsalda i vincoli con Washington. In Pakistan non c’è posto per il tedio politico.

Dal barrister Jinnah, l’alfa, al cricketer Imran Khan, l’omega; colto e dalle atmosfere rarefatte il primo, sanguigno e populista il secondo, un islamista visceralmente antiamericano, attratto dal multipolarismo di Cina, Russia, Iran, Turchia, sedotto da qaedismo e talebanesimo. L’Occidente plaude distrattamente alla sua elezione presidenziale, guardando solo agli spunti riformisti ma non alla mancanza di liberalismo, che lo rende poco credibile nelle accuse di autoritarismo mosse all’Esercito. Eppure fa la storia: in compagnia degli altri cinque premier incriminati, è il primo sfiduciato dal Parlamento nonché detenuto, mentre i militari tornano alle luci della ribalta. L’establishment in uniforme ingegnerizza la competizione politica: l’Esercito dà l’Esercito toglie: salito al potere nel 2018 con il favore dei militari, Khan cade con il venir meno della loro benevolenza, in un momento di forte crisi economica con un’inflazione da record ed un default, certificato da Moody’s, in agguato.

L’aumento dei tassi di interesse mette alla prova la vulnerabilità delle banche, specie gli istituti statali, toccate duro sulla liquidità e sulla possibilità di concedere finanziamenti: qualunque compagine governerà dovrà affrontare una situazione prossima al default, che ha richiesto l’intervento del FMI chiamato a valutare l’erogazione di nuovi prestiti prima dell’approvazione estiva del bilancio. Facile ma temerario pensare ad un nuovo e vischioso ricorso alle casse di Pechino, che detiene già il 13% del debito pubblico pakistano e che, con EAU ed Arabia Saudita, ha già elargito vari prestiti.

I grandi elettori in uniforme rimangono l’istituzione più rispettata, uno Stato nello Stato con un’economia parallela pervasiva ed una burocrazia stabile dal 1947; così stabile che, in tema di deterrenza nucleare, in Asia esiste solo il duopolio indo-pakistano, difficilmente intaccabile dall’influenza cinese su Dehli. L’atomica dissuade dunque India e Pakistan dall’incidere sullo status quo ma, in chiave difensiva, non impedisce gli attriti convenzionali attraverso il confine: le relazioni tra Islamabad e Nuova Delhi non saranno mai distese. Attenzione ai risorgenti nazionalismi di Xi e Modi, capaci di complicare qualsiasi crisis management. La politica securitaria pakistana continuerà a seguire il solco dell’interesse nazionale tracciato dall’Esercito, mentre i sistemi d’arma nucleari dovranno equilibrare i deficit percepiti nei confronti dell’India, elemento che porta ad assumere rischi da ricomprendere nell’impianto deterrente e nelle possibili strategie d’impiego degli ordigni.

Roma, Febbraio 2024. XIV Martedì di Dissipatio

La profondità strategica impone a Islamabad di impiegare il territorio afghano, o l’Afpak obamiano, sia come risorsa contro la preponderanza nemica e come base per un contrattacco, sia per evitare accerchiamenti; l’invasione sovietica del ’79 e l’intervento statunitense in Afghanistan hanno acuito la percezione dell’assedio tra l’incudine di Dehli a est ed il martello di governi afghani eterodiretti a ovest, cosa che ha indotto Islamabad all’esercizio della politica del doppio forno, schierandosi da un lato con i prodighi USA e dall’altro supportando i Talebani. Il tragico (e non unico) errore di Imran Khan, con il ritiro americano del 2021, è stato quello di scambiare il ritorno di fiamma talebano con la presunta profondità strategica, tanto da determinare, sostenendo i radicalismi, una progressiva destabilizzazione con una contestuale riduzione degli aiuti americani.

Anche gli Accordi di Abramo sono argomento aleatorio, dato che gli USA, ormai schierati sul versante indiano, non hanno merce di scambio con cui indurre Islamabad alla negoziazione a meno che dal Golfo non si usi il leverage economico come pulsante d’emergenza. Dehli diventa dunque fondamentale sia nel contenere l’asse sino-pakistano, sia nell’ipotizzare una proiezione militare americana nello Xinjiang. Vista la delicatissima situazione economica pakistana, gli accordi commerciali con Turchia e Afghanistan, la diversificazione delle forniture energetiche, l’integrazione euroasiatica, rimangono nel limbo dei sogni destinati a divenire maliziosi desideri: polarizzazione e tensioni politiche aggravano una situazione macroeconomica concettualmente affine a quella del fallito Sri Lanka. La dedollarizzazione per il renmimbi cinese appare per ciò che è: un’impresa molto ma molto ardua.

Il Game of Thrones elettorale conduce ad imprevedibili sorprese ed a più realistiche conferme; se i candidati di Khan riescono a portarsi avanti, i partiti concorrenti, grazie anche alla potente intercessione dell’Esercito che rimette a Nawaz Sharif qualsiasi debito, trovano una quadra che, secondo un’efficiente versione pakistana del Manuale Cencelli, nel candidare a premier Shebhaz Sharif, dovrebbe assicurare un governo tuttavia destinato alle forche caudine del FMI, un cavaliere bianco sì salvatore dal drago del default, ma anche implacabile esattore di riforme da lacrime e sangue. Islamabad ha ora bisogno di una strategia globale che affronti i gruppi jihadisti, un tempo tollerati quali (incontrollabili) proxy asimmetrici anti indiani; perpetuare le leggende populiste che attribuiscono cognitivamente ogni responsabilità a USA, Israele e India non è pagante, come è irrazionale permettere a baruffe da cortile interne di condizionare vitali afflussi finanziari dall’Occidente e dal mondo arabo.

Siamo alle ipotesi: questo è forse il momento più opportuno per approdare ad un governo di unità nazionale, che tenga conto della comprensibile insofferenza di una società giovane ma già prostrata e che componga trasversalmente le frammentazioni tentando di dare nuova dimensione politica all’Esercito, una mission impossible come quella di riuscire ad affrontare l’opposizione del partito di Khan, latore di istanze vittimiste poco idonee alla riconciliazione nazionale. L’errore capitale del tribuno Khan può senz’altro essere quello di ritenere che una rivoluzione, nell’unico paese musulmano dotato di ordigni nucleari e con un apparato militare così radicato e pervasivo, possa conferire poteri stabili; molto più prevedibile un fisiologico indebolimento governativo. Gli equilibri asiatici devono infine contemperare la presenza del Dragone, che punta con la sua BRI al porto di Gwadar, e che condivide una sana e inestinguibile acrimonia verso Dehli, mai come ora prossima a Washington.   

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