Parla Larry Fink, Ceo di BlackRock

Un trattato esplosivo contro il Woke Capitalism: da maneggiare con cura.
Un trattato esplosivo contro il Woke Capitalism: da maneggiare con cura.

Da oltre dieci anni Laurence D. Fink, fondatore ed amministratore delegato del colosso BlackRock, è una delle voci più influenti nel mondo economico-finanziario, e la sua lettera annuale viene letta avidamente dai top manager di tutto il pianeta. Non potrebbe essere altrimenti visto che la gigantesca casa di investimenti, che gestisce asset finanziari per oltre 10mila miliardi di dollari, viene soprannominata “L’azienda che controlla il mondo”. 

Una richiesta, o anche solo una generica indicazione, che arrivi da BlackRock difficilmente può essere ignorata da qualsiasi società quotata al mondo. La compagnia di Fink ha di fatto la capacità di prenderne il controllo nominando un nuovo consiglio di amministrazione oppure di determinarne le fortune in Borsa, acquistando o vendendo le sue quote di partecipazione. Non sorprende quindi che quando un paio di anni fa Fink espresse la sua preoccupazione per il cambiamento climatico in corso, definendolo “un fattore determinante” nella scelta degli investimenti compiuti da BlackRock, si sia assistito ad una corsa da parte di moltissime società ad annunciare piani per diventare aziende a zero emissioni o a mettere in pratica strategie pluriennali al fine di migliorare la sostenibilità per l’ambiente.

Si capisce come negli eleganti uffici delle più importanti multinazionali la lettera di inizio anno del Ceo di BlackRock venga attesa con grande curiosità unita ad un filo di ansia. Quest’anno Mr. Fink ha toccato diverse tematiche, la necessità di continuare sulla via di una economia sostenibile, la trasformazione del mondo del lavoro causato dalla pandemia e la responsabilità morale delle aziende in questa situazione. Ma fondamentalmente il tema centrale è stato il capitalismo, nella sua accezione più concreta, la capacità e la volontà di fare soldi, anche in un periodo in cui le priorità sembrerebbero altre. La frase più significativa di tutta la missiva è a nostro avviso la seguente:

“Dobbiamo essere chiari, la giusta ricerca del profitto è ancora ciò che anima i mercati; e la redditività a lungo termine è la misura in base alla quale i mercati determineranno alla fine il successo della vostra azienda”

Laurence D. Fink

Il messaggio di Fink diventa quindi piuttosto esplicito, la transizione green è importante, ma diventa perseguibile esclusivamente nel caso in cui sia in grado di generare abbondanti utili. Non sfugge ai lettori più attenti la parziale retromarcia rispetto ai proclami dello scorso anno, dove l’AD di BlackRock aveva espresso in maniera inequivocabile la necessità di indirizzare gli investimenti in un’ottica di preservazione dell’ambiente. Appare chiara la volontà di Fink di non scontentare le diverse parti in causa, un’opinione pubblica sempre più attenta ai temi dell’ecologia e che inizia a fare pressioni serie su politici locali e governi nazionali, e le grandi multinazionali che operano nel settore dei combustibili fossili, come gas e petrolio, che continuano ad essere molto profittevoli per gli azionisti di BlackRock. In quest’ottica va vista la fermezza con cui Fink critica e respinge con decisione il concetto di “Woke Capitalism”. Questo termine fu coniato dal giornalista del New York Times Ross Douthat, per descrivere il fenomeno con cui le aziende fanno grandi proclami per accaparrarsi i favori di determinate classi di consumatori, senza però che vengano seguiti da sostanziali cambiamenti. Fink si scaglia contro il Woke Capitalism, ammonendo chiunque affronti il tema ecologista con dichiarazioni esclusivamente di facciata, proponendo in alternativa un “capitalismo responsabile”. Una sincera, anche se forse non ideologicamente autentica, missione ambientalista motivata dal fatto che ormai la “svolta green” sia a tutti gli effetti da considerare un business ad alto potenziale. Subito dopo però Fink precisa come non sia assolutamente possibile abbandonare gli investimenti in fonti di energia tradizionali, lasciando così l’impressione, se non la certezza, che si voglia posizionare la casa di affari newyorkese in una sorta di limbo, una lucrativa terra di nessuno nella battaglia sempre più aspra tra ecologisti e conservatori.

Non è un mistero che l’influente destra repubblicana negli Stati Uniti non veda affatto di buon occhio la transizione ad una economia più sostenibile, troppi gli interessi in gioco ed i grandi elettori legati al petrolio. È di qualche giorno fa la presa di posizione di Riley Moore, il tesoriere del West Virginia, che ha affermato che il suo stato non avrà più in portafoglio fondi BlackRock in quanto la sua politica di investimento volta a favorire le aziende a “zero emissioni” danneggia le industrie americane che trattano carbone, petrolio e gas naturale, rinfacciando allo stesso tempo alla casa di affari di aumentare i suoi investimenti in Cina danneggiando il settore manifatturiero del West Virginia. Altri stati come il Texas, il North Dakota e l’Alaska stanno seguendo o potrebbero seguire la stessa linea, con i politici locali fermamente intenzionati a boicottare le società di investimento che fanno pressioni alle aziende per tagliare le loro emissioni. L’espressa volontà di Fink di continuare a detenere partecipazioni in questo tipo di società appare come una strizzatina d’occhio a questa parte dello schieramento.

Ovviamente queste affermazioni non sono state bene accolte da parte degli ecologisti, che lo accusano di fare discorsi pieni di retorica, miranti solamente a nascondere i continui investimenti in combustibili fossili. Come l’accordo recentemente stipulato da BlackRock per lo sfruttamento degli oleodotti della Saudi Aramco, per un valore di 15,5 miliardi di dollari, o l’acquisizione di quote di società operanti nel settore del carbone per un totale stimato dalla ONG Reclaim Finance pari a 85 miliardi di dollari solo nel 2021. Questa volontà di essere il paladino di tutti senza in realtà sposare la causa di nessuno ha dato comunque ottimi frutti, gli investimenti di BlackRock continuano a dare grandissime soddisfazioni in termini di rendimento, rendendo del tutto superflua la ricerca del consenso universale. Non si può negare a Fink il merito di aver contribuito con le sue prese di posizione, a focalizzare l’attenzione sui principi della sostenibilità, ma i suoi critici fanno notare come il comportamento di BlackRock all’interno dei consigli di amministrazione non mostri sempre la stessa sensibilità. Da un’analisi della organizzazione no profit britannica ShareAction, si evince infatti che nel corso del 2021 la casa di affari abbia votato a favore di risoluzioni volte a proteggere l’ambiente solo nel 53% delle occasioni. Un deciso miglioramento rispetto al 7% del 2019 ma ancora non sufficiente per ricoprire il ruolo di leader nella lotta all’inquinamento e al cambiamento climatico. È lo stesso Fink a chiarire la sua posizione, rispedendo al mittente le accuse di essere troppo morbido con le aziende che producono o trattano combustibili fossili, rivendicando la bontà di un approccio più graduale:

“Il disinvestimento da interi settori ad alta emissione di carbonio non porterà automaticamente le emissioni a zero” e concentrarsi esclusivamente sulla riduzione della fornitura di petrolio e gas, senza una riduzione della domanda di questi combustibili, porterebbe esclusivamente ad un aumento dei prezzi dell’energia finendo per essere controproducente al fine della battaglia ecologista. Questa sostenibilità da ottenere per gradi, inscindibile dalla ricerca dei profitti in quanto “non siamo ambientalisti ma siamo capitalisti” non cambia la direzione da prendere, la tendenza verso un’economia a zero emissioni di carbonio è inevitabile. Ma la necessità di focalizzarsi sull’impatto ambientale di qualsiasi attività non può essere demandata esclusivamente al settore privato. Da qui la richiesta da parte di Fink di un maggior coinvolgimento dei governi e delle Istituzioni Sovranazionali come la Banca Mondiale, al fine di agevolare gli investimenti nelle energie rinnovabili. Il sospetto che il messaggio sia in realtà una velata minaccia appare concreto. Un appoggio continuo e costante alla transizione ecologica da parte di BlackRock, almeno fino a quando il “Green New Deal” sarà fonte di profitti, a patto però che vi siano agevolazioni in termini di sgravi fiscali e politiche accomodanti e soprattutto si eviti di prendere decisioni troppo drastiche sulle emissioni e sull’uso dei combustibili fossili.

In caso contrario addio alla “moral suasion” per implementare la sostenibilità e soprattutto al copioso flusso di denaro investito nelle aziende virtuose nei confronti dell’ambiente. Vi è un ulteriore punto nella lettera di Larry Fink che merita di essere analizzato, ed è quello riguardante il mondo del lavoro. Secondo il Ceo di BlackRock la pandemia ha cambiato per sempre il rapporto tradatori di lavoro e dipendenti, segnalando come vi sia una tendenza in atto a lasciare il proprio posto alla ricerca di migliori opportunità o semplicemente come scelta di vita. Il fenomeno descritto da Fink con il termine “La Grande Dimissione” viene visto da un lato come grande fiducia nella ripresa e conseguente crescita economica, dall’altro come la volontà inequivocabile da parte degli impiegati di arrivare ad avere più flessibilità e migliori condizioni di lavoro.

Arriva così il prevedibile apprezzamento per lo “smart working”, dichiarando che il tempo in cui le persone si recavano in ufficio per cinque giorni la settimana è finito, e tutte le aziende dovranno adeguarsi a questa nuova realtà. Non si tratta di un atto di benevolenza, il lavoro a distanza consente un notevole risparmio nella logistica e nella locazione degli uffici, abbattendo i costi ed aumentando la flessibilità. Ma di questo ovviamente non vi è alcuna menzione nella lettera di Fink, che invece puntualizza come favorendo la creazione di un ambiente di lavoro sereno ma stimolando al tempo stesso la competitività tra i lavoratori e la loro produttività, si potranno generare maggiori utili per gli azionisti.

Pur avendo toccato numerosi punti, nella lettera di Larry Fink sono più gli interrogativi che le certezze. Si rimane così con la spiacevole sensazione che l’impegno per la difesa dell’ambiente, così come quello per una maggiore soddisfazione del lavoratore, siano obiettivi attivamente perseguiti e sinceramente consigliati, ma non come un cambio di paradigma riguardante la visione aziendale, bensì semplicemente al fine dichiarato di conseguire margini di profitto più ampi. Il “capitalismo sostenibile” tanto invocato da Fink e presentato come una nuova ed inarrestabiletendenza, non sembra poi essere così diverso dal vecchio e tanto vituperato modello, ma forse è proprio questa l’essenza del messaggio, cambiamo tutto per non cambiare nulla.

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