Intervista

«Per molti, Prevost mette insieme nel suo pontificato Ratzinger e Bergoglio. Per altri, questi due più Giovanni Paolo II. Però è una valutazione ancora affrettata. È troppo presto per parlare di continuità e discontinuità.» Leone XIV secondo Piero Schiavazzi

«La Chiesa di Prevost credo non cambierà direzione, bensì rallenterà per permettere a tutte le componenti della Chiesa di procedere nella stessa direzione. Però non possiamo parlare di cambiamenti, revisioni o rivoluzioni perché non ci sono né testimonianze né evidenze.»
«Per molti, Prevost mette insieme nel suo pontificato Ratzinger e Bergoglio. Per altri, questi due più Giovanni Paolo II. Però è una valutazione ancora affrettata. È troppo presto per parlare di continuità e discontinuità.» Leone XIV secondo Piero Schiavazzi
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L’elezione del nuovo pontefice ha portato molta speranza e rinnovamento nel panorama internazionale. Un entusiasmo che sta accompagnando l’azione di papa Leone XIV sia per quanto riguarda la azione spirituale che quella politica come mediatore per la pace in scenari cardine. Per meglio comprendere le vere sfide e i cambiamenti portati dall’elezione di Papa Prevost abbiamo intervistato il Professor Piero Schiavazzi. Giornalista, docente universitario, vaticanista di Huffington Post e Limes, collaboratore di Milano Finanza. Professore straordinario di Geopolitica Vaticana (primo insegnamento in Italia con tale denominazione) dell’Università Link. Una figura che sin dall’elezione del pontefice ha saputo analizzarne e interpretarne i grandi cambiamenti e le storiche continuità.

-A pochi giorni dall’ultimo conclave come valuta l’elezione del cardinale Robert Francis Prevost a Papa con il nome di Leone XIV?

A mio avviso è estremamente significativa la scelta del nome del nuovo pontefice. Leone XIII è stato, infatti, il Papa del Rerum Novarum. L’enciclica da cui scaturisce il grande filone della dottrina sociale della Chiesa, che affronta la questione operaia, la nascita dei sindacati, il diritto di sciopero, il rapporto con il mondo capitalista, ma soprattutto il confronto con la dottrina marxista e l’analisi marxiana della realtà. Il nuovo pontefice, del resto, ha rivendicato direttamente quella eredità tanto da aver affermato che come ai tempi di Papa Pecci ci troviamo di fronte a una nuova rivoluzione sociale che la Chiesa non può ignorare: quella dell’intelligenza artificiale. In quanto, come la rivoluzione industriale e la questione sociale operaia cambiarono il mondo di ieri, oggi andiamo incontro a un nuovo cambiamento d’epoca, più che a una nuova epoca di cambiamento, che rende necessario, un magistero della Chiesa che si confronti con i rischi e i mutamenti portati dall’intelligenza artificiale.

Questo è il primo dato, poi ce ne è un secondo che emerge dalla scelta del nome.

-Ovvero?

 Leone XIII è anche il papa della Longinqua oceani, l’unica enciclica che è stata dedicata a un paese: gli Stati Uniti. Nel 1895 gli Stati Uniti, infatti, stavano seguendo la deriva del modernismo che, in estrema sintesi, riduce il cristianesimo da fatto comunitario a fatto individuale. Allo stesso tempo il tema della difesa della dimensione comunitaria del cattolicesimo è estremamente attuale. Negli Stati Uniti e in tutta l’America (pensiamo al Brasile e al Perù), si corre un rischio analogo a quello affrontato nel 1895 perché decine di migliaia di cattolici ogni anno passano alle Chiese Evangeliche per la loro impostazione fortemente individualistica, senza impegno sociale, senza una dimensione comunitaria. Quindi la preoccupazione di Leone che è analoga all’attenzione di Francesco per le opere corporali, ovvero ai bisogni sociali dei fedeli, si muove in una linea di contrasto a queste emorragie verso il protestantesimo, verso l’individualismo. Papa Prevost si confronta, inoltre, con un’altra sfida che proviene dagli USA. Quella di una presidenza statunitense che ha una bussola estremamente antitetica alle linee cristiano-sociali della Santa sede (dalla Caritas in veritate alle encicliche sociali di Papa Francesco).

-Si riferisce alle linee del trumpismo delineate nel discorso di insediamento del Presidente Usa?

Precisamente. Trump, infatti, nel suo discorso del 20 gennaio, dopo aver affermato di essere stato protetto da Dio – dopo l’attentato che ha subito – per salvare il mondo ha lanciato due slogan. Il primo “drill baby drill”, “Trivella ragazzo Trivella”, che è all’esatto contrario dell’invito alla parsimonia energetica di Fratelli Tutti e dell’ecologia integrale di Francesco, e il secondo America first, che propone un forte nazionalismo politico, culturale ed economico. Una visione politica che è l’opposto del multilateralismo e dell’universalismo cristiano dove tutti gli Stati hanno lo stesso peso, della visione del pontefice. Il Presidente degli Stati Uniti quindi si presenta con una dottrina, più che un programma politico, nettamente alternativa a quella del Papa di Roma, la cui bussola politica è l’opposto delle due encicliche sociali della Chiesa che sono emerse negli scorsi anni. Basti pensare al fatto che quando Trump venne ai funerali di Francesco, finì per lanciare due suoi candidati americani, il Cardinale Burke e il Cardinale Dolan di New York con l’intenzione evidente di mettere il cappello sul Conclave. Ciò non gli riesce però perché Trump si ritrova invece pochi giorni dopo con una elezione che ribalta i suoi piani e che mette la papalina sull’America attraverso un Papa “panamericano”. Un Pontifex (nel senso etimologico di colui che costruisce i ponti) che è nato a Chicago, ma ha vissuto a Chiclayo, che rispetto alla logica trumpiana dei muri tra America Latina e Nord America, vuole creare dei ponti che uniscano tutto il continente americano. Come conferma, del resto, la sua stessa vita. Costruita tra nord e sud America, con un ponte ad arcata unica su due pilastri, Usa e Perù, e su due CHI: Chicago, e Chiclayo, che è la diocesi del nord del Peru, dove lui ha fatto il vescovo per 10 anni. È difficile immaginare un Papa più antitrumpiano; quindi, questo è il primo dato che mi sento di cogliere dall’elezione del nuovo pontefice.

-È anche il primo Papa agostiniano, oltre a essere il primo Papa americano. Secondo lei quanto questa impostazione culturale, religiosa potrà influire o arricchire quello che sarà il suo mandato come pontefice?

Gli agostiniani hanno radici profonde perché studiano con estrema profondità la lezione dei padri della Chiesa. In cui è forte l’urgenza per l’unità e il consolidamento della Chiesa. Non a caso la parola più usata dal nuovo pontefice è “unità”. Emerge, infatti, dai primi discorsi del Papa una preoccupazione forte per l’unità della Chiesa che deve essere stata sicuramente condivisa con i cardinali durante le Congregazioni Generali, per evitare scismi e divisioni. Se lo slogan ricorrente di Papa Francesco era “la Chiesa esca da sé stessa”, andando “verso gli altri, verso i lontani”, oggi il messaggio è diverso. La Chiesa è, infatti uscita, ma il fatto è che durante le Congregazioni Generali i cardinali si sono accorti che una metà dei cristiani era uscita dalla Chiesa per andare incontro al mondo e un’altra metà era rimasta indietro. Oggi occorre un Papa che probabilmente rallenti la corsa verso l’esterno, verso il mondo, preoccupandosi di mantenere unito il popolo di Dio, di mantenere uniti i cristiani e la Chiesa. Ed in questo la sua formazione agostiniana che trova nelle radici culturali e teologiche del cristianesimo le ragioni della sua unità, e che ha la capacità di leggere la vita della Chiesa attraverso l’occhio e le letture dei suoi padri spirituali e dottrinari, potrà avvantaggiarlo in questo disegno di riconciliazione.

-La Chiesa ha cambiato direzione? La Chiesa non va più verso i lontani, non esce più da sé stessa?

No, la Chiesa, per usare una battuta di immediata comprensione, ha scalato una marcia, ha rallentato. Come quando ti accorgi che un percorso è in salita e non tutti ce la fanno, o quantomeno non ce la fanno a quella velocità, e quindi decidi di rallentare. Non ci sono segnali per dire che viene rinnegata o viene abbandonata la strada di Papa Francesco, ci sono segnali per dire che hanno scalato una marcia, preoccupandosi di mantenere unito in questo cammino il popolo di Dio anche con quelli che sono rimasti indietro.

Roma, Maggio 2025. XXVII Martedì di Dissipatio

-Come Papa Prevost si rapporterà con il cattolicesimo identitario di Vance?

Il vicepresidente Vance è il portatore di un cristianesimo identitario che vuole conciliare valori e dottrina cristiana con una impostazione nazionalista ed identitaria. Allo stesso tempo è un neocristiano, convertitosi dal protestantesimo evangelico, portatore di un cattolicesimo fortemente conservatore ricco di richiami e riferimenti al pensiero di Agostino d’Ippona. Non è un dettaglio secondario.

-Perché?

Ad esempio, Vance ha detto che Sant’Agostino quando parla di ordo amoris intende dire che il politico deve privilegiare i suoi connazionali e poi non è tenuto ad amare allo stesso modo tutti gli uomini. Ma deve amare di più i suoi connazionali e poi a quelli di altri paesi. Specie rispetto agli immigrati. Prevost già da Cardinale aveva sconfessato questa interpretazione dell’ordo amoris. Tanto che quando è stato eletto l’8 maggio sulla facciata della loggia centrale della Basilica, nel suo primo discorso ha detto sono un figlio di Agostino. È ciò è come se avesse impugnato il testamento morale del santo di Ippona, in quanto lui è stato padre generale, superiore generale, priore generale, degli agostiniani nel mondo, da 2001 a 2013, rimarcando il suo magistero nell’interpretazione della dottrina agostiniana. Prevost, infatti, al cristianesimo ristretto, nazionale e sovente nazionalistico dei Vance, oppone, invece, un cristianesimo egalitario, agostiniano, universale.

-In un suo articolo del 20 maggio sull’Huffington Post lei ha detto che Leone XIV ha riposizionato la politica estera del Vaticano per quanto riguarda due scenari cruciali come l’Ucraina e il Medio Oriente…

Certamente. Nel 2022 Papa Francesco ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera dove ha detto che sarebbe voluto andare a Bucha, dopo che hanno trovato la fossa comune, ma che aveva sentito che non doveva andarci. Ciò perché non voleva apparire come un Kyrill, o un chierichetto dell’Occidente, mantenendo, invece, una “equivicinanza” con entrambe le parti, in modo da sembrare imparziale, ed evitare che la guerra russo-ucraina diventasse una guerra di religioni. Un fattore confermato dal fatto che per Francesco la Russia è una nazione imperiale, ma non imperialista. Ciò perché “imperiale” è un aggettivo neutro come nell’accezione di Francesco, che serve a classificare: non è negativo, è analitico. L’approccio di Prevost è diverso, nello stesso 2022 dice che è la guerra russo-ucraina è una manifestazione dell’imperialismo della Russia. E imperialismo non è un vocabolo neutro come imperiale, ma ha un connotato fortemente negativo.

E quindi se lei fosse la Russia valuterebbe in maniera ben diversa le espressioni dei due Papi e non riconoscerebbe un carattere di neutralità, di equidistanza, alle parole di Prevost. Anzi Leone XIV oggi con la sua maggiore vicinanza all’Ucraina ha dato una carta in più a Zelensky, che proprio da Trump era stato accusato di non avere più carte. E paradossalmente è proprio una carta americana. È cambiata la politica estera vaticana tant’è che guarda caso la Ministra di Putin non si è presentata all’insediamento di Prevost mentre era presente al funerale di Bergoglio.

-La seconda scacchiera è quella del Medio Oriente…

Se sulla guerra russo-ucraina Papa Francesco manteneva una equivicinanza mentre Prevost prende chiaramente posizione diversa nel passaggio tra imperiale e imperialista per quanto riguarda il Medioriente è invece esattamente l’inverso. Mentre Papa Francesco era percepito non solo dal governo israeliano, ma dal mondo ebraico, come di una figura di parte, fino ad imputargli una responsabilità oggettiva nella crescita dell’antisemitismo, Leone ha invece riportato nella percezione comune il Vaticano ad una posizione di imparzialità.

Lo conferma il fatto che la sera stessa dell’elezione, il Papa ha mandato una lettera all’American Jewish Committee. Facendo esattamente quello che si fa con un fratello maggiore, come ha chiamato quella sera i suoi fratelli, quelli di Hachikawa, ha contattato gli altri fratelli maggiori, in senso teologico, cioè gli ebrei. I quali hanno immediatamente percepito quel gesto (e di riflesso con loro il governo Israele) come un fattore di distensione. Una distensione favorita soprattutto con il suo discorso di Regina Coeli per la liberazione di tutti gli ostaggi. In Israele, dove il precedente pontefice veniva considerato più filo-palestinese, oggi Leone viene considerato equidistante.

-Vede una certa continuità tra Benedetto XVI come emerge dalle sue citazioni?

Non è questa la prima volta che Leone XIV cita Benedetto XVI. Ce ne sono state altre ma devo dire, a onore del vero, che anche in Bergoglio le citazioni di Benedetto erano ricorrenti. Nonostante i due papi esprimessero linee ecclesiali ed ecclesiologiche significativamente e profondamente diverse. Per molti Prevost mette insieme nel suo pontificato Ratzinger e Bergoglio, per altri questi due più Giovanni Paolo II. Però è una valutazione ancora affrettata. È troppo presto per parlare di continuità e discontinuità sotto il profilo dottrinario e teologico. Vede, io le ho parlato di discontinuità geopolitica, che si avverte in dieci giorni, però l’ho fatto sulla base di due dati eclatanti, di un perfetto rovesciamento delle posizioni della diplomazia vaticana. Mentre parlare di rovesciamenti sugli indirizzi dottrinari della Chiesa è molto più difficile. La Chiesa di Prevost credo non cambierà direzione, bensì rallenterà per permettere a tutte le componenti della Chiesa di procedere nella stessa direzione. Però non possiamo parlare di cambiamenti, revisioni o rivoluzioni perché non ci sono né testimonianze né evidenze.

-Quanto potrà contare lo scenario dell’Asia che tanto è stato rilevante per Francesco nel nuovo pontificato?

Ecco questa è una grande partita nel suo discorso al corpo diplomatico ha detto sostanzialmente di essere un papa che ha vissuto all’estero buona parte della sua vita, e di aver vissuto in tre continenti: in Sud America come missionario, in Nord America dove è nato e nel Mediterraneo, in Italia e in Europa dove ho fatto per 12 anni il priore generale dell’ordine agostiniano.

L’indicazione dell’Asia come nuova scacchiera cruciale era chiarissima nei piani del precedente pontefice. Era chiara per Francesco che se non si guardava all’Asia si è fuori dalla storia, perché è lì che cresce demograficamente ed economicamente l’umanità, come lo era già per Giovanni Paolo II nel 1999. Francesco ha pensato che il modo migliore fosse quello di allargare il vertice, il numero dei cardinali, la classe dirigente, a componenti asiatiche visto che partendo dal basso la Chiesa non cresceva.  Credo che al contrario, a mio avviso, oggi abbia prevalso un’altra preoccupazione, quella di rafforzare, riconsolidare e recuperare i pilastri spirituali e materiali del cattolicesimo. In primo luogo, l’Europa e l’America contro la decristianizzazione e la concorrenza delle chiese evangeliche che specie in Sudamerica hanno sempre più fedeli. Basti pensare al fatto che un paese tradizionalmente cattolico come il Brasile ha eletto pochi anni fa un presidente evangelico come Jair Bolsonaro. Quindi io credo che la valutazione del pontefice sia quella di mettere in sicurezza la cassaforte delle anime (che però è anche una cassaforte di donazioni, sostegni e finanziamenti), del cattolicesimo per poi concentrare la propria azione sulla scacchiera asiatica. Con l’idea di rafforzare i pilastri del cattolicesimo, specie in America, tramite un papa panamericano capace di favorire allo stesso tempo una più prudente azione di evangelizzazione dell’Asia.

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Abbiamo intervistato Piero Schiavazzi, giornalista, docente universitario di Geopolitica Vaticana (primo insegnamento in Italia con tale denominazione) della Link Campus University.

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