Benedetta fratellanza

Anche durante una stagione segnata da profonde crisi, Papa Francesco continua a vedere nel dialogo interreligioso il futuro della Chiesa.
Anche durante una stagione segnata da profonde crisi, Papa Francesco continua a vedere nel dialogo interreligioso il futuro della Chiesa.

4 febbraio 2019. Nella cornice monumentale e solenne del Founder’s Memorial di Abu Dhabi, Papa Francesco saluta il momento della firma del Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace mondiale e la Convivenza comune insieme ad Ahmad Al-Tayyeb, Grande Imam di al-Azhar del Cairo. Nei discorsi delle due autorità religiose e nello storico documento, si alternano richiami biblici e coranici simboleggiando un desiderio autentico di rispetto tra due illustri tradizioni religiose e di comprensione reciproca. Dall’esito felice dello scambio avuto tra il Pontefice e l’imam in vista della redazione del Documento di Abu Dhabi sarebbe maturata la stesura di Fratelli tutti, Lettera Enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale.

Esiste un fondamento dottrinale solido su cui si impernia l’impegno inesauribile di Santa Romana Chiesa nel favorire il dialogo tra autorità delle diverse religioni e le comunità che esse guidano. Rifacendosi ai documenti magisteriali emersi dal Concilio Ecumenico Vaticano II, Papa Francesco lo ha ribadito nella Lettera Enciclica Fratelli tutti, firmata dal Pontefice sulla tomba del Santo Patrono d’Italia il 3 ottobre 2020.

«La Chiesa apprezza l’azione di Dio nelle altre religioni, e “nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che […] non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini”»

Concilio Ecumenico Vaticano II, Dichiarazione Nostra Aetate, 2 in Lettera Enciclica Fratelli tutti, 3 ottobre 2020

La rilevanza politica che la dimensione relazionale con le Chiese sorelle e con le altre religioni ha assunto nei pontificati successivi al Concilio Ecumenico Vaticano II si può ricondurre principalmente all’aggravarsi di storiche fratture interreligiose, già nel secondo dopoguerra, e al sorgere di nuovi conflitti di natura religiosa dopo la fine della Guerra Fredda. Se nel mondo bipolare neppure le frizioni più localizzate nello spazio potevano sfuggire alle logiche del confronto globale tra Stati Uniti e Urss, dopo l’89 non esiste più un meccanismo informale che subordini gli interessi degli attori coinvolti in scenari di instabilità locali alle regole del cosiddetto “equilibrio del terrore”. Allo schema concettuale del mondo diviso in due blocchi è iniziata a subentrare la prospettiva del clash of civiliziations, tipica di un mondo destinato a diventare (oggi più che nei primi anni Duemila) multipolare.    

Ma, come alcuni documenti magisteriali hanno ben sottolineato, il dialogo interreligioso si inscrive nella più ampia opera di costruzione della pace e della concordia tra i popoli, perseguita dalla Chiesa cattolica senza mai perdere di vista la necessità di annuncio del Vangelo. È proprio nel dialogo con le Chiese sorelle e con le altre tradizioni religiose e nell’annuncio del Vangelo che si articola la missione evangelizzatrice della Chiesa. Una missione che, in un mondo tendente al multipolarismo, vede la Curia Romana e le istituzioni ecclesiastiche coinvolte in un paziente lavoro di tessitura: è un dialogo preparato e coltivato “con ago e filo”:

«Non solamente per diplomazia, cortesia o tolleranza [ma soprattutto per] stabilire amicizia, pace, armonia e condividere valori ed esperienze morali e spirituali in uno spirito di verità e amore».

Conferenza dei Vescovi Cattolici dell’India, Response of the Church in India to the present day challenges, 9 marzo 2016 in Lettera Enciclica Fratelli tutti

Nonostante all’interno della comunità cattolica non venga messo in dubbio il fine ultimo cui sono dirette l’azione esterna della Santa Sede nei rapporti con gli Stati e il dialogo con le altre religioni, non mancano accese discussioni sul modus operandiad maiorem Dei gloriam” del magistero di Papa Francesco. Oltre alle perplessità emerse sul potenziale di rinnovamento portato dalla radicale riforma della Curia Romana avviata già prima dell’entrata in vigore della Costituzione apostolica Praedicate Evangelium, voci critiche si sono levate contro quella che è stata descritta come una postura docile assunta dalla Chiesa cattolica rispetto alle grandi sfide culturali del tempo presente. Ma del tutto inappropriate sono parse le prese di posizione di quanti guardano con avversione all’atteggiamento conciliante dell’attuale pontificato nei rapporti con le altre tradizioni religiose, prima tra tutte l’Islam. Opinioni critiche cui è stata data pronta risposta dalle analisi approfondite di studiosi e specialisti della disciplina

«Il riferimento [di uno dei critici del concetto di “sottomissione”, ndr] è alle ultime parole del comma 3 della Fratelli tutti, dove testualmente si dice che Francesco raccomandasse ai suoi frati “di evitare ogni forma di aggressione o contesa e anche di vivere un’umile e fraterna ‘sottomissione’, pure nei confronti di coloro che non condividevano la loro fede”. […] Ma se si fosse preso il disturbo di controllare il testo della Regula non bullata dell’Ordine dei Minori proposta nel 1221 da Francesco all’approvazione di papa Onorio III (che lo rimandò a una stesura ulteriore di essa), egli avrebbe letto al capo VII versetto 2, che i frati debbono essere minores et subditi omnibus, mentre al capo XVI versetto 6, quello espressamente richiamato da Bergoglio, si raccomanda loro sint subditi omni humanae creaturae […]. Dal canto suo, Papa Francesco, che parlava di “sottomissione” richiamando l’episodio della visita del Povero d’Assisi, nel 1220, al sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil, intendeva rifarsi anche al cosiddetto Documento di Abu Dhabi siglato il 4 febbraio 2019 da lui e da Ahmad Al-Tayyeb, Grande Imam (rettore) dell’università coranica di al-Azhar del Cairo: un Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace mondiale e la Convivenza comune ch’egli più volte richiama nel corso dell’enciclica e che offre un quadro esauriente dei rapporti religiosi tra cristianesimo e Islam e di entrambi, ovviamente, con l’ebraismo»

Minima Cardiniana, Blog di Franco Cardini, 11 ottobre 2020

Per smorzare i toni delle discussioni e rinforzare l’unità della Chiesa, è nata, nei propositi delle più alte autorità della Curia Romana e della più stretta cerchia di collaboratori del Pontefice, l’urgenza improrogabile di far chiarezza, di far luce sui fondamenti dottrinali dell’attuale magistero e sul suo profondo radicamento nei frutti del Concilio Vaticano II. Da questa intenzione ha tratto le mosse, per esempio, il volume Fraternità. Segno dei tempi, scritto dal Card. Michael Czerny e da Don Christian Barone. Secondo le chiavi interpretative offerte dall’opera, la Chiesa è oggi chiamata a orientare il proprio agire scrutando i “segni dei tempi” (Mt 16,3): l’espressione, presente già nel titolo del libro, allude, da una parte, al complesso di fenomeni che caratterizzano un’epoca, mentre, dall’altra, «agli esiti del processo di discernimento che la Chiesa applica alla valutazione della storia a partire dalla prospettiva credente». (Fraternità. Segno dei tempi, p. 45)

Esiste un legame profondo tra la nuova postura post-conciliare di Santa Romana Chiesa e l’impegno dedicato, in un continuo crescendo, dagli ultimi tre pontificati al dialogo interreligioso, senza dimenticare le altre manifestazioni della presenza attiva dei ministri religiosi nello spazio politico richiamate nella Fratelli tutti. È nell’esortazione francescana “Va’ e ripara la mia casa”, emblema di una Chiesa proiettata “in uscita”, che si riassume il superamento di un immobilismo “di rifiuto” e “fuori dal mondo”. Quella prospettata dai documenti magisteriali post-conciliari è una Chiesa “eccentrica”, i cui pastori si districano tra i linguaggi odierni e si applicano nel giudizio su di essi alla luce della parola di Dio. Ma si tratta pur sempre di un processo di aggiornamento fondato sul depositum fidei e sulla Tradizione.

«Appellarsi alla memoria non vuol dire ancorarsi all’autoconservazione, ma richiamare la vita e la vitalità di un percorso in continuo sviluppo. La memoria non è statica, è dinamica. Implica per sua natura movimento. E la tradizione non è statica, è dinamica, come diceva quel grande uomo [G. Mahler riprendendo una metafora di Jean Jaurès]: la tradizione è la garanzia del futuro e non la custodia delle ceneri»

Discorso di Papa Francesco alla Curia Romana per gli auguri di Natale, 21 dicembre 2019

Si innesta su queste considerazioni la portata decisiva dell’opera di intessere pazientemente relazioni con le autorità delle altre tradizioni religiose, specialmente Islam ed ebraismo. All’incontro di Abu Dhabi del febbraio 2019 è stato offerto un esempio di come la Chiesa possa e voglia essere al servizio delle altre religioni «come segno e strumento dell’unità di tutto il genere umano» (Costituzione Dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, 21 novembre 1964). Per farlo, ricorre a una lingua dell’incontro che si compone di simbologie e riferimenti alla tradizione antica. La colomba con il ramoscello d’ulivo, l’arca della fratellanza, il deserto che fiorisce, il richiamo all’ottavo centenario dell’incontro tra San Francesco di Assisi e il Sultano d’Egitto: nel discorso tenuto dal Pontefice al Founder’s Memorial, viene ribadita la dignità di ogni credo religioso e che non si può cedere né all’uniformità forzata, né al sincretismo conciliante, ma si afferma anche la necessità di affiancare all’antico “conosci te stesso” un “conosci il fratello”. 

Sottile è il crinale lungo il quale cammina la Chiesa presa per mano da Papa Francesco, a metà tra l’aspirazione di ricostruire l’unità della “triplice famiglia di Abramo” e il rischio di esporsi alla critica di rinunciare all’identità storica della cristianità. Ma il Pontefice è stato chiaro: «Altri bevono ad altre fonti. Per noi, questa sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo» (Lettera Enciclica Fratelli tutti). Con questo modus operandi, il Santo Padre ha incontrato e dialogato negli anni con il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo e il Grande Imam di al-Azhar in diverse occasioni solenni e con il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill nel 2016 a Cuba; ha desiderato il viaggio apostolico in Iraq e l’incontro con il grande Ayatollah Al-Sistani nel marzo 2021; ha partecipato al settimo Congresso interreligioso in Kazakhstan nel settembre 2022; ha promosso l’Incontro “Mediterraneo. Frontiera di pace” con i vescovi delle Chiese sorelle e i sindaci delle città del Mediterraneo, tenutosi nel 2020 e nel 2022.

Presupposto indispensabile è, tuttavia, che l’uomo venga preservato dallo sradicamento della pianta di Dio, dal virus insidioso dell’ateismo e del materialismo integrale. Perciò, si legge in Fratelli tutti, «non è accettabile che nel dibattito pubblico abbiano voce soltanto i potenti e gli scienziati. Dev’esserci uno spazio per la riflessione che procede da uno sfondo religioso che raccoglie secoli di esperienza e di sapienza». A una Chiesa che non si accontenta di restare ai margini spetta il compito di «risvegliare le forze spirituali». (Benedetto XVI, Lettera Enciclica Deus caritas est, 5 dicembre 2005) Tenendo bene a mente il modello del buon samaritano (Lc 10, 25-37), architetto di pace ante litteram e costruttore di amicizia sociale.

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