OGGETTO: La dissoluzione del Regno Unito
DATA: 22 Settembre 2026
SEZIONE: Politica
AREA: Europa
Nel cortile di Buckingham Palace l’Union Jack viene ammainata lentamente per l’ultima volta. L’insieme delle croci di San Giorgio, Sant’Andrea e San Patrizio scompare piega dopo piega, chiudendo la storia di uno Stato costruito unendo regni, nazioni, persino isole diverse. È una scena ancora soltanto immaginaria, ma non più inconcepibile. Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno oggi governi guidati da forze nazionaliste e, riuniti a Cardiff, hanno chiesto a Londra di aprire la strada a nuovi processi di autodeterminazione.
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Lo scorso 14 settembre, i leader dello Scottish National Party, di Plaid Cymru e di Sinn Féin si sono riuniti a Cardiff e hanno sottoscritto un memorandum d’intesa nel quale rivendicano il diritto all’indipendenza di Scozia, Galles e Irlanda del Nord, chiedendo a Westminster di preparare e facilitare un futuro cambiamento costituzionale. Al documento hanno partecipato, infatti, John Swinney, primo ministro scozzese e leader dello Scottish National Party, Rhun ap Iorwerth, primo ministro gallese e leader di Plaid Cymru, e Michelle O’Neill, prima ministra dell’Irlanda del Nord e vicepresidente di Sinn Féin. Il valore dell’iniziativa è soprattutto politico. Non si tratta né di un trattato, né di un accordo intergovernativo capace di produrre automaticamente un referendum. Non esiste ancora un calendario comune per la secessione e le tre nazioni si trovano davanti grandi ostacoli giuridici, politici ed economici. Eppure, vi è qualcosa che rende questo appuntamento diverso dal passato. Per la prima volta le tre principali nazioni celtiche del Regno Unito sono contemporaneamente guidate da forze che contestano, in forme diverse, la permanenza nel regno.

È una circostanza che modifica la natura stessa del problema. Fino a pochi anni fa Londra poteva affrontare separatamente la questione scozzese, quella nordirlandese e quella gallese. Oggi, invece, l’allineamento politico delle tre questioni costringe il governo centrale a considerarle parti di una stessa crisi costituzionale. Ciò ovviamente non significa che Scozia, Galles e Irlanda del Nord riusciranno nel loro intento di lasciare il Regno Unito, né tantomeno di farlo subito e insieme. La dissoluzione di uno Stato multinazionale, infatti, non assomiglia necessariamente alla firma simultanea di tre dichiarazioni d’indipendenza, come ad esempio avvenuto durante il collasso dell’URSS. Ma piuttosto a una lenta perdita di legittimità del potere centrale, durante la quale una crisi apre la strada a quella successiva. La vera domanda, dunque, è quale delle tre questioni nazionali potrebbe aprirsi per prima, quale precedente produrrebbe e che cosa accadrebbe alle altre due una volta dimostrato che l’unione del regno non è più irreversibile.

Per comprendere la fragilità dell’assetto britannico bisogna partire da una caratteristica che spesso viene dimenticata quando il Regno Unito viene trattato come un normale Stato nazionale. Il Regno Unito non è nato come uno Stato unitario. È nato dall’unione progressiva di entità politiche differenti. Inghilterra e Galles furono uniti con le armi dal re inglese Edoardo I nel 1283, ed integrati poi nello stesso sistema amministrativo e legale nel 1536. L’Atto di Unione del 1707 fuseinvece i parlamenti di Inghilterra e Scozia, nonostante le rispettive corone già lo fossero dai tempi di Giacomo I Stuart, un secolo prima. L’Atto di Unione del 1800 incorporò poi il Regno d’Irlanda. Dopo la guerra d’indipendenza irlandese e il trattato del 1921, gran parte dell’isola lasciò il Regno Unito e nel 1922 nacque l’Irish Free State, mentre l’Irlanda del Nord rimase all’interno del regno.

La storia millenaria di queste grandi isole, perciò, ha prodotto uno Stato nel quale la parola britannico non ha mai completamente cancellato le identità nazionali preesistenti. Almeno in Gran Bretagna per gran parte del Novecento, tuttavia, questa complessità non ha rappresentato una minaccia esistenziale. Londra possedeva una combinazione di potere economico, militare, diplomatico e culturale sufficiente a rendere l’Unione politicamente dominata dal ceppo inglese. L’idea che il Regno Unito sia stato per secoli uno degli Stati più potenti del mondo, inoltre, ha resomolto più difficile sostituirvi alternative credibili. Oggi non è più così. Non perché il Regno Unito sia diventato improvvisamente un Paese povero o marginale. Rimane una grande economia, una potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, membro del G7 e una delle principali potenze militari europee. Ma la distanza tra Londra e le periferie si è assai ridotta. Il processo innescato dalla cosiddettaDevolution del ’97-’98, con cui Londra ha ceduto più poteri a livello locale, ha dotato le nazioni costitutive del regno di parlamenti e governi propri. La Scozia possiede un Parlamento con competenze estese in settori fondamentali.

La Devolution, nata in larga parte per rendere l’Unione più federale e democratica, forse anche per smorzare gli atteggiamenti più oltranzisti dei nazionalismi locali anche a seguito della lunga fase di scontri in Irlanda del Nord e terminata con gli Accordi del Venerdì Santo proprio nel 1998, ha prodotto un effetto contrario e inatteso, fornendo ai movimenti separatisti celtici gli strumenti istituzionali attraverso i quali organizzarsi per combattere la loro suprema battaglia politica.

Per quanto riguarda il testo firmato a Cardiff, occorre chiarire che il documento non fissa alcuna data per un referendum, non stabilisce un calendario condiviso, non impegna i tre governi in quanto tali, dal momento che è stato sottoscritto dai leader nella loro veste di capipartito e non nella loro funzione istituzionale di primi ministri. Individua però quattro ambiti di cooperazione concreta tra le tre amministrazioni, la cooperazione economica, l’energia, i legami con l’Europa e la cooperazione internazionale, e prospetta un futuro comune «dentro l’Unione europea», da cui il Regno Unito è uscito dieci anni fa con il voto di un’Inghilterra che, pesando per oltre l’80% della popolazione totale del Paese, ha di fatto trascinato fuori dall’Ue anche le nazioni che avevano scelto diversamente, Scozia e Irlanda del Nord in testa, oltre a una robusta minoranza gallese.

La reazione di Downing Street è arrivata rapida e, nella sostanza, negativa. Il portavoce del primo ministro Andy Burnham ha fatto sapere che il governo è pronto a discutere un cambiamento costituzionale, ma che questo deve riguardare «tutte e quattro le nazioni del Regno Unito, Inghilterra compresa», una formula che nella prassi equivale a un rinvio a data da destinarsi. Fonti vicine al governo britannico hanno inoltre precisato che il memorandum non contiene una richiesta realmente operativa di indire referendum concreti, un dettaglio che permette a Londra di prendere tempo senza dover assumere pubblicamente una posizione di aperto rifiuto verso una rivendicazione tanto solenne nei toni quanto vaga negli effetti pratici. Chi legge il vertice di Cardiff soltanto attraverso la lente dell’identità nazionale rischia però di perdere il pezzo più solido dell’argomentazione indipendentista, quello economico. Poche settimane prima del vertice, Chatham House ha pubblicato un’analisi dedicata proprio alla capacità del Regno Unito di uscire dalla trappola del debito pubblico, e i numeri che vi compaiono aiutano a capire perché la spinta centrifuga non sia soltanto una questione di bandiere e di lingue. Al 9 settembre 2026 il rendimento dei titoli di Stato britannici a dieci anni si attestava al 5,2%, il livello più alto tra i Paesi del G7, ben sopra il 4,8% degli Stati Uniti, il 3,4% della Germania e il 2,9% del Giappone. Sui titoli a trent’anni la situazione è persino più tesa, con rendimenti che a inizio settembre hanno toccato un massimo dal 1998, sfiorando il 5,7%.

Il debito pubblico britannico, secondo i dati dell’Office for National Statistics, ha raggiunto a luglio 2026 quota 2.985 miliardi di sterline, pari al 94,1% del Pil, un livello che si mantiene sostanzialmente stabile attorno alla soglia psicologica del 100% dalla fine della pandemia. A questo si somma una produttività che resta debole rispetto ai principali concorrenti industriali, mentre il governo deve contemporaneamente finanziare pensioni, welfare e l’incremento della spesa per la difesa richiesto dagli impegni NATO. Il cancelliere dello Scacchiere John Healey, subentrato nell’esecutivo Burnham, si prepara a un budget d’autunno, atteso per il 28 ottobre, che gli analisti descrivono già come uno dei più difficili degli ultimi anni, stretto tra la pressione dei mercati obbligazionari e quella di un elettorato insofferente verso ulteriori aumenti fiscali dopo anni di austerità e inflazione elevata. Su questo terreno si innesta il conto della Brexit. Diverse stime collocano la perdita cumulata di Pil britannico tra il 6% e l’8% dal 2016 a oggi, un costo che sono state le periferie del regno, non la City di Londra, a pagare in termini di investimenti mancati e crescita persa. Un dato che alimenta il risentimento proprio nelle nazioni celtiche, Scozia e Irlanda del Nord in testa, che nel referendum del 2016 avevano votato in maggioranza per restare nell’Unione Europea.

Gli analisti di Chatham House indicano una via d’uscita possibile anche se politicamente scomoda, ovvero quella di un aumento permanente degli investimenti pubblici, concentrati su infrastrutture, edilizia abitativa e industrie ad alta tecnologia, capace secondo le stime dell’Office for Budget Responsibility di alzare il Pil nel lungo periodo fino al 2,4% a fronte di un investimento aggiuntivo pari all’1% del Pil. Altre misure che gli economisti considerano potenzialmente efficaci, come una maggiore apertura all’immigrazione o un riavvicinamento al mercato unico europeo, restano al momento fuori dal perimetro di ciò che è politicamente praticabile per Londra, schiacciata tra l’ascesa a livello nazionale del populismo di destra del partito Reform UK di Nigel Farage e la cautela di un Labour che teme di perdere ulteriore consenso se apparisse troppo morbido sull’immigrazione o troppo aperto a un ritorno verso Bruxelles.

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La crisi economica, del resto, non viaggia da sola. La accompagna una crisi politica che ha reso Downing Street un indirizzo dalla rotazione impressionante. Dal referendum sulla Brexit del 2016 a oggi si sono succeduti sette diversi primi ministri, un turnover che erode credibilità e capacità di programmazione a ogni cambio di inquilino. Tra questi resta scolpito nella memoria collettiva britannica il governo brevissimo di Liz Truss, durato appena 49 giorni nell’autunno 2022 e travolto da una crisi di fiducia dei mercati verso un programma di sgravi fiscali senza copertura, con conseguente crollo della sterlina e impennata dei rendimenti dei titoli di Stato. L’ultimo cambio di guardia è avvenuto quest’estate. Keir Starmer, che pure aveva condotto il Labour a una vittoria elettorale netta nel 2024, ha visto la propria popolarità sgretolarsi sotto il peso di alcuni scandali, tra cui la controversa nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore britannico negli Stati Uniti, decisa contro il parere dei servizi di sicurezza. Il 22 giugno 2026 Starmer ha annunciato le proprie dimissioni da leader del Labour e da primo ministro. Andy Burnham, cinquantasei anni, cattolico, già ministro nei governi Blair e Brown e per anni sindaco dell’area metropolitana di Manchester, gli è succeduto senza opposizione interna, venendo eletto leader del partito il 17 luglio e ricevendo l’incarico di formare il governo da re Carlo III tre giorni dopo. 

Se la dimensione economica e quella politica interna spiegano perché il terreno sia fertile, è la dimensione internazionale a rendere la vicenda improvvisamente più incandescente. Pochi giorni prima del vertice di Cardiff, Donald Trump ha compiuto una breve visita in Irlanda, ufficialmente legata a un torneo di golf presso il proprio circolo di Doonbeg, che si è trasformata in un caso diplomatico. Nell’incontro con il taoiseach Micheál Martin a Dublino, il presidente americano ha dichiarato di volere vedere l’Irlanda riunificata, definendo la prospettiva «una cosa fantastica» e aggiungendo che, a suo giudizio, accadrà comunque prima o poi, tanto varrebbe che accadesse subito.

Il punto politicamente più rilevante sta nella rottura della studiata neutralità che da decenni la Casa Bianca mantiene su questo dossier, anche quando l’inquilino di turno vantava, come nel caso di Joe Biden, legami familiari e affettivi profondi con l’isola verde. È difficile non leggere le parole del presidente come uno strumento di pressione indiretta su Londra, in un momento in cui i rapporti tra Washington e Downing Street attraversano una fase di frizione. Trump si è scontrato pubblicamente con Burnham, un premier laburista lontano dall’universo ideologico MAGA, sulla gestione della crisi in Medio Oriente e sulla disponibilità britannica a seguire fino in fondo la linea americana. Lo stesso Trump, in seguito, ha lasciato intendere che gli Stati Uniti potrebbero rivedere la propria tradizionale neutralità anche sulla disputa relativa alle isole Falkland, ultimamente rilanciata con toni aggressivi dal presidente argentino Javier Milei, suo alleato dichiarato, durante i mondiali di calcio che ha visto Buenos Aires affrontare Londra nelle semifinali. All’inizio di settembre, poi,Milei ha rilanciato con forza la rivendicazione argentina sull’arcipelago, definendo le isole «argentine, per storia e per diritto», e minacciando sanzioni contro le compagnie petrolifere impegnate nel progetto Sea Lion, un giacimento offshore situato a circa 220 chilometri dalle isole e sviluppato dalla britannica Rockhopper Exploration. Il presidente argentino ha collegato esplicitamente la propria offensiva retorica alle aperture di Trump, presentandole come la prova che il proprio allineamento con Washington stia producendo risultati concreti.

Londra ha respinto con fermezza ogni ipotesi di revisione, ma il parallelo con la crisi interna non è casuale. Un Paese che fatica a tenere insieme le proprie stesse nazioni costitutive appare inevitabilmente più vulnerabile anche sul fronte delle rivendicazioni territoriali esterne, in un effetto di trascinamento psicologico e politico che i rivali di Londra, dall’Argentina alla stessa Casa Bianca quando le convenga, non esitano a sfruttare. Tornando alla questione irlandese, al di là delle motivazioni contingenti, un’eventuale riunificazione aprirebbe comunque una partita strategica di portata ben maggiore rispetto alla semplice ridefinizione di un confine. L’Irlanda è oggi l’unico Stato dell’Europa occidentale che è membro dell’Unione europea senza appartenere alla NATO. L’Irlanda del Nord, al contrario, appartiene all’Alleanza Atlantica in quanto parte del Regno Unito. Una riunificazione, per quanto oggi resti uno scenario di medio o lungo periodo, costringerebbe Dublino a decidere come gestire questa contraddizione, e non è escluso che Washington possa condizionare il proprio appoggio alla causa unitaria ad una richiesta di adesione irlandese alla NATO. Sul fronte opposto, Bruxelles vedrebbe con favore l’ingresso di Belfast nell’Unione europea attraverso la porta della riunificazione, un esito che risolverebbe anche il rebus, mai completamente digerito da Londra, del confine commerciale nel Mare d’Irlanda introdotto dal protocollo post-Brexit e poi rivisto con il Windsor Framework. 

Per valutare quanto siano concrete, oggi, le prospettive di secessione o riunificazione, conviene guardare ai numeri con la cautela che meritano, evitando sia l’entusiasmo dei promotori sia lo scetticismo aprioristico degli unionisti. In Irlanda del Nord le rilevazioni più recenti sul border poll collocano il sostegno a un’Irlanda unita attorno al 47%, contro un 43% contrario e un 10% di indecisi, un margine così ridotto da rendere l’esito di un eventuale referendum tutt’altro che scontato in entrambe le direzioni, sebbene il sostegno alla riunificazione risulti in crescita costante nell’ultimo decennio, un trend che gli analisti attribuiscono in parte alla Brexit e in parte ai mutamenti demografici della popolazione nordirlandese, sempre meno divisa in blocco secondo le fratture confessionali tradizionali.

In Scozia il quadro resta sostanzialmente in equilibrio. I sondaggi pubblicati nella prima metà del 2026 oscillano attorno alla parità perfetta, con rilevazioni che danno il fronte del Sì al 50% e quello del No al 45%, e altre che invertono lievemente il rapporto a favore dell’Unione. Non c’è, in altre parole, una maggioranza stabile e consolidata per l’indipendenza, ma nemmeno una maggioranza contraria capace di chiudere definitivamente la partita, come sarebbe stato lecito attendersi dopo la sconfitta del 2014. In Galles, infine, il sostegno all’indipendenza resta strutturalmente più basso, collocandosi tra il 24% e il 35% a seconda della formulazione della domanda, con un’impennata quando lo scenario prevede il mantenimento dello status di membro dell’Unione europea, un dato che segnala come, per una parte consistente dell’elettorato gallese, la spinta indipendentista sia meno un’affermazione di identità nazionale in sé e più uno strumento per riconquistare un rapporto con l’Europa perduto con la Brexit.

Vi è un ulteriore tassello che nessuna analisi seria della crisi costituzionale britannica può permettersi di ignorare, ovvero la crescita impetuosa di Reform UK anche in Inghilterra, dove il partito guidato da Nigel Farage insidia sia i Conservatori sia lo stesso Labour di Burnham nei sondaggi nazionali. Le rilevazioni di metà 2026 collocano stabilmente Reform UK al primo posto delle intenzioni di voto, con percentuali comprese tra il 25% e il 30%, ben distante dal Labour e dai Conservatori, questi ultimi ridotti in alcune proiezioni a un ruolo di terzo o quarto partito. Il paradosso che si sta delineando è che, mentre le nazioni periferiche del regno si muovono verso un maggiore autogoverno o verso l’uscita, l’Inghilterra, che pesa per oltre l’80% della popolazione totale, sta virando a sua volta verso un nazionalismo di segno diverso, più populista che regionalista, ma altrettanto insofferente verso l’establishment di Westminster percepito come lontano e inefficace. 

Questa doppia frattura, quella territoriale tra centro e periferie e quella sociale tra establishment e populismo, rischia di produrre un effetto di reciproco rafforzamento. Più l’Inghilterra si sposta su posizioni identitarie ed euroscettiche, più Scozia, Galles e Irlanda del Nord, che nel referendum del 2016 avevano scelto in maggioranza di restare nell’Unione europea, sentono di avere poco in comune con la maggioranza inglese e più ragioni per immaginare un futuro separato. È una dinamica che rende la crisi britannica meno riducibile a una semplice contesa tra unionisti e indipendentisti, e più simile a una progressiva divaricazione di traiettorie culturali, in cui persino il linguaggio del nazionalismo finisce per assumere significati opposti da Aberdeen a Dover.

Occorrerebbe considerare, poi, la dimensione che riguarda direttamente lo status internazionale di quel che resterebbe del Regno Unito nello scenario secessionista. Il seggio permanente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ereditato dal Regno Unito nel 1945, è formalmente attribuito allo Stato britannico nel suo complesso, e un’eventuale secessione non lo metterebbe automaticamente in discussione, dato che la prassi diplomatica internazionale tende a considerare lo Stato che mantiene la continuità istituzionale, in questo caso l’Inghilterra come legittimo successore. Più delicata resterebbe la questione dell’arsenale nucleare, dato che l’intera flotta di sottomarini Trident dipende dalla base scozzese di Faslane, cosicché un trasferimento delle testate e dei sottomarini altrove nel territorio inglese comporterebbe investimenti stimati in diversi miliardi di sterline e un arco temporale di realizzazione che gli esperti di difesa collocano non prima di una decina d’anni.

Se davvero Londra non riuscisse a dimostrarsi all’altezza della sfida, la strada verso una secessione congiunta delle tre nazioni non sarebbe comunque né immediata né uniforme. Sarebbe più plausibile, semmai, una disgregazione asimmetrica e progressiva, in cui il governo centrale affronta innanzitutto un nuovo confronto referendario con la Scozia. Parallelamente potrebbe accelerare il dossier irlandese, spinto tanto dalla dinamica demografica interna quanto dalle pressioni esterne, americane ed europee. Il Galles, dove il consenso indipendentista resta più contenuto attorno a un terzo dell’elettorato, potrebbe invece scegliere di negoziare maggiori margini di autonomia, concentrandosi sulla costruzione di un consenso più ampio.

Resta da vedere se questa somma di fattori sfocerà in un percorso concreto verso l’indipendenza scozzese, la riunificazione irlandese, o entrambe, oppure se la prudenza dell’elettorato finirà per prevalere sulla suggestione del cambiamento radicale, magari proprio nel momento in cui i costi pratici di una separazione, dalla moneta alla base di Faslane, dai negoziati di adesione europea alla divisione del debito pubblico, verranno finalmente discussi con il dettaglio tecnico che meritano invece che con la sola retorica dei memorandum solenni.

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