Di tutte le questioni nazionali che il memorandum di Cardiff pone sul tavolo di Londra, quella scozzese è l’unica ad avere già un precedente nelle urne. Nel 2014 vinse il No, con il 55% contro il 45%. Allora, infatti, a Edimburgo il No raggiunse il 61%, quando invece altre grandi città come Glasgow e Dundee scelsero con nettezza il Sì. Il nazionalismo scozzese, del resto, è in primis civico e istituzionale, un progetto politico ancor prima di un’ostentazione identitaria. L’indipendenza si discute nei bilanci, nelle aule di Holyrood e nei sondaggi più che nelle strade, ed è lì che va cercata.
Per capire perché sia così bisogna tornare al 1707, quando Scozia e Inghilterra fusero i rispettivi parlamenti. Nonostante il matrimonio istituzionale con Londra, la Scozia non perse il proprio mondo, conservando la Chiesa presbiteriana ed un sistema giuridico, educativo e civile che nessun atto di Westminster ha mai cancellato. Per tre secoli gli scozzesi sono stati allo stesso tempo anche britannici, e per lungo tempo la seconda identità è rimasta un progetto condiviso. La specificità scozzese, del resto, non si esaurisce nei simboli di un passato remoto. È sopravvissuta soprattutto nelle istituzioni, nelle abitudini e nella percezione di appartenere a una comunità distinta, anche quando essere scozzesi e britannici non appariva una contraddizione. Non esiste una frontiera culturale netta, né una lingua condivisa da tutti, ma una memoria collettiva che ha continuato a distinguere la Scozia senza impedirle di partecipare alla costruzione della Gran Bretagna. Il paradosso, infatti, è che il Regno Unito è stato anche un’invenzione scozzese. Smith, Hume, Watt, Scott, e una quota sproporzionata di ingegneri, medici, soldati e amministratori di ciò che fu l’Impero erano scozzesi. L’Unione offrì loro un ecosistema in cui gli scozzesi non sono mai stati meri ospiti, bensì coautori.
Nel 2016, con la Brexit, il 62% scelse di restare nell’Unione europea e si è ritrovato comunque fuori. Per questo la Brexit pesa diversamente a Nord. Per molti non è stata una scelta sull’Europa, ma il momento in cui l’Inghilterra, con il peso dei suoi numeri, ha deciso da sola che cosa fosse il Regno Unito. Il paradosso è completo se si ricorda che nel 2014 l’argomento più forte del fronte del No fu che solo restando nel Regno Unito la Scozia sarebbe rimasta in Europa. Due anni dopo fu vero il contrario.
Il voto del 7 maggio scorso ha visto l’SNP di John Swinney, partito indipendentista, conquistare un quinto mandato consecutivo, anche se senza maggioranza assoluta, facendo del Parlamento di Holyrood quello con il più alto numero di deputati indipendentisti della sua storia. Il punto è che Swinney aveva legato la richiesta di un nuovo referendum proprio alla conquista della maggioranza, replicando lo schema del 2011, quando Alex Salmond costrinse David Cameron a concedere il voto del 2014. Quella soglia non è stata raggiunta, e il quadro scozzese si è frammentato, con il partito sovranista e populista Reform UK di Nigel Farage che ha ottenuto ben17 seggi, gli stessi del Labour, mentre i Conservatori hanno ottenuto il peggior risultato di sempre, appena 12.
Nel 2022 la Corte Suprema del Regno Unito ha stabilito che il Parlamento scozzese non può indire un referendum sull’indipendenza senza il consenso di Westminster, che nel 2014 arrivò attraverso un’intesa tra i due esecutivi. I governi britannici però, conservatori e laburisti, hanno sempre respinto una replica da allora. Già nel novembre 2025 Rachel Reeves, allora cancelliera dello scacchiere, aveva escluso un referendum anche in caso di maggioranza dell’SNP. Swinney, tuttavia, ha dichiarato di voler procedere con un voto parlamentare, sostenendo che la Scozia debba poter scegliere prima che il dichiarato unionista Nigel Farage, secondo i sondaggi, possa approdare a Downing Street nel 2029.
Il confronto con il primo ministro Andy Burnham si è così trasformato in una partita decisiva. A settembre, alcune sue dichiarazioni sulla possibilità di tenere un referendum quando esista un chiaro consenso pubblico avevano alimentato le speranze indipendentiste. Downing Street ha però respinto l’interpretazione, mantenendo il dossier fuori dalle priorità immediate. Swinney ha risposto chiedendo un incontro per tradurre il principio del diritto a decidere in un meccanismo giuridico concreto.
Analizzando le intenzioni dei cittadini, invece, I dati di YouGov pubblicati nel marzo 2026 mostravano un’interessante distanza tra l’orizzonte temporale immediato e quello più lungo. Alla domanda sulla possibilità di un nuovo referendum entro un anno, soltanto il 23% riteneva che dovesse tenersi, contro il 67% contrario. Allargando l’orizzonte ai successivi dieci anni, invece, il 44% si dichiarava favorevole a un voto e il 38% contrario. La questione, dunque, non è scomparsa, ma neppure esiste un mandato popolare inequivocabile per organizzare subito una nuova consultazione.
Le ragioni dell’interesse nazionale scozzese, nella versione indipendentista, ruotano attorno a due assi. Il primo è l’Unione Europea. Per un’economia aperta, che esporta prodotti alimentari, come il celebre whisky, e offre servizi finanziari e formazione universitaria, il ritorno nel mercato unico èuna scelta logica, e Swinney ne ha fatto il principale argomento di mobilitazione. Il secondo è l’energia. Per mezzo secolo lo slogan del movimento nazionalista è stato quello del petrolio scozzese, ma le entrate petrolifere dal Mare del Nord sono scese da quasi 5,5 miliardi di sterline nel 2023-24 a circa 3,9 miliardi nel 2025-26, spostando così la narrazione sull’eolico offshore, dove la Scozia ha una dotazione naturale difficilmente replicabile altrove nel Regno.
I conti pubblici, però, sono il terreno su cui gli unionisti giocano le loro carte migliori. Secondo l’ultimo rapporto Government Expenditure and Revenue Scotland, nel 2025-26 la Scozia ha registrato un deficit fiscale di 25 miliardi di sterline, pari al 11% del Pil, contro il 4% del Regno Unito. Senza le entrate del Mare del Nord il dato salirebbe di due punti ulteriori. La spesa pubblica pro capite è di 22.000 sterline contro 19.000 della media britannica, mentre le entrate per abitante sono praticamente identiche a quelle del resto del Paese, circa 18.000 sterline. In altre parole, il divario non nasce da una Scozia che produce meno gettito ma da una Scozia che riceve e spende di più.
Entrambi i fronti leggono lo stesso numero in modo opposto. L’Institute for Fiscal Studies ricorda che si tratta di un deficit nozionale, assorbito nel bilancio britannico, e che dice poco su che cosa farebbe un governo scozzese sovrano. Resta il fatto che qualunque piano credibile dovrebbe spiegare come ridurre un disavanzo di quella dimensione. Il problema è politico prima che contabile, perché un lungo periodo di rigore mal si concilia con le promesse di maggiore spesa sociale, e con i parametri che Bruxelles chiederebbe a un nuovo candidato all’adesione.

Ad ogni modo, per quanto la Scozia sia ormai fuori dall’Unione europea, un’eventuale indipendenza non garantirebbe un’accoglienza incondizionata da parte delle istituzioni comunitarie. Un sostegno troppo esplicito alla causa scozzese rischierebbe infatti di creare un precedente delicato per gli Stati membri alle prese con proprie rivendicazioni secessioniste, a cominciare dalla Catalogna, dove il referendum sull’indipendenza del 2017 fu dichiarato illegale da Madrid e non venne riconosciuto dall’UE, che lo osteggiò fortemente.
Il caso scozzese sarebbe giuridicamente diverso, perché riguarderebbe la separazione da uno Stato che non appartiene più all’Unione, ma il problema politico resterebbe. Per questo, pur potendo accogliere favorevolmente una Scozia indipendente qualora ne ricorressero le condizioni, Bruxelles avrebbe interesse a mantenere una netta distinzione tra il diritto degli scozzesi a decidere il proprio futuro e un sostegno politico alla dissoluzione degli Stati nazionali.
C’è poi il capitolo della sicurezza. La Scozia ospita a Faslane e Coulport la base dei sottomarini nucleari Trident, ovvero l’intero deterrente nucleare britannico, e la sua posizione sul Nord Atlantico ha un valore strategico che la Nato conosce bene. L’SNP vuole l’ingresso nell’Alleanza ma senza armi nucleari sul proprio territorio, una formula che mette Edimburgo in rotta di collisione con Londra e che gli esperti di difesa considerano difficile da conciliare. Per Edimburgo la questione è doppia. Da una parte un principio storico del partito, dall’altra una carta negoziale, perché nessun trasferimento di Trident potrebbe avvenire in tempi brevi, e questo darebbe alla Scozia un peso nella trattativa che nessun’altra nazione periferica del regno possiede.
Anche Londra, del resto, ha buone ragioni nazionali per resistere. Perdere la Scozia significherebbe rimettere in discussione la base del deterrente nucleare, un terzo circa del territorio del Regno e una parte rilevante delle risorse energetiche, in un momento in cui il debito britannico è già sotto pressione sui mercati. Soprattutto creerebbe un precedente, che Galles e Irlanda del Nord leggerebbero come un via libera. È il motivo per cui il rifiuto di un nuovo referendum è per ogni governo di Westminster una questione di sopravvivenza istituzionale prima ancora che di principio democratico.
Sul fronte dell’opinione pubblica il quadro resta in equilibrio. Il sostegno all’indipendenza si colloca intorno al 50%, mentre quello per l’SNP si ferma attorno al 30%, una distanza che spiega perché il movimento sia attraversato da tensioni. Una parte della base accusa Swinney di aver adottato una strategia a rischio, legata ad una maggioranza difficile da ottenere con il sistema elettorale proporzionale di Holyrood e ad un referendum che nessun governo britannico sembra disposto a concedere, con il fronte indipendentista costretto a dover convincere Londra con la sola forza politica.
È qui che emerge il limite di ogni lettura puramente elettorale. Votare per lo SNP non significa necessariamente considerare l’indipendenza una priorità assoluta, così come desiderarla non implica approvare ogni scelta del partito. Per alcuni è una questione di identità nazionale, per altri di distanza politica da Westminster, per altri ancora la promessa di un modello sociale ed economico diverso. Il consenso indipendentista, quindi, è più largo e al tempo stesso più fragile di quanto possa suggerire una semplice somma di voti.
In questo scenario il memorandum di Cardiff vale per la Scozia come una leva e al tempo stesso come un rischio. Offre alleati, Plaid Cymru e Sinn Féin, e restituisce al tema un respiro europeo e internazionale. Anche se le intenzioni scozzesi non corrono allo stesso ritmo di quello delle altre due nazioni. Il Galles, infatti, ha una base indipendentista più bassa e l’Irlanda del Nord segueinvece la logica della riunificazione con la Repubblica e un calendario fissato dagli Accordi del Venerdì Santo.
Il tempo, a questo punto, è la variabile decisiva. La Scozia ha davanti due orologi che non scandiscono lo stesso ritmo. Quello elettorale, che spinge ad accelerare prima del possibile arrivo di Farage al governo, e quello fiscale, che invece consiglierebbe di prepararsi con calma, perché un’indipendenza ottenuta senza un piano credibile su moneta, deficit e adesione europea rischierebbe di trasformare una vittoria politica in un incubo.
L’indipendenza potrebbe anche essere una scelta legittima, ma non sarebbe una liberazione senza costi né il ritorno a un passato idealizzato. Eppure la questione nazionale affiora già da tempo anche nelle lamentele più ordinarie, da Edimburgo alle Highlands. Durante un viaggio verso Loch Ness mi è capitato di ascoltare un autista scozzese criticare duramente le strade locali, strette e tortuose, attribuendone la responsabilità ai costruttori di Londra. Mi sono detto che almeno, quelle strade,qualcuno le aveva costruite. Solo dopo ho scoperto per chi.
Le prime strade carrabili della zona, proprio lungo il lago, furono tracciate dal governo britannico dopo la rivolta giacobita del 1715 per tenere sotto controllo le Highlands, e un distico dell’epoca invitava a benedire il generale Wade che le aveva volute. Nate per governare un territorio e diventate, col tempo, le sue arterie, sono forse l’immagine più onesta dell’Unione vista da Nord, un’opera costruita per scopi altrui di cui ci si lamenta senza, però, poterne fare a meno. Resta il paesaggio, fiero e incantevole, che nessun governo ha costruito e che nessuno, in Scozia come altrove, sembra disposto a cedere.