Il calcio è una guerra

Riflessione sull’uomo moderno e sulle vicende sorte attorno agli Europei di calcio
Riflessione sull’uomo moderno e sulle vicende sorte attorno agli Europei di calcio

“Ho incominciato a provare gusto 

nella sofferenza che il calcio procura.”

Nick Horby

“Su dunque, diletto padre, salimi sul collo – fa Enea ad Anchise, lasciando Troia alla volta della Caput Mundi da fondare – ti sosterrò con le spalle, e il peso non mi sarà grave; dovunque cadranno le sorti, uno e comune sarà il pericolo, una per entrambi la salvezza.”

Nobile, poetico frame di un eroe da epos classico. Come tale, in controtendenza, perfino in odore di autolesionismo, rispetto a quanto suggerirebbe la moderna way of life, per cui ciò che impaccia l’affermazione personale, fosse anche un minuto in più a cavallo del bidet – figuriamoci caricarsi sulla groppa un vecchio in una città in fiamme – andrebbe tagliato via. Del resto, nella logica di contemporaneo ultracapitalismo, l’individuo non si è sufficientemente mostrato cellula a sé, schizzata, pragmatica, egotica, spietata? Da una parte il cuore e le sue passionali scelte, dall’altra il freddo calcolo del tornaconto personale, ovvero del conto bancario: emblemi di modi operandi assai poco conciliabili, matrici ataviche di due genti che hanno preso il largo distanziandosi non solo geograficamente, la latina e l’anglosassone. Eppure, tempo vi fu in cui ci si ritrovava uniti e concordi. Avvenne sotto la pax romana dell’aquila imperiale e, poi, nel sigillo della Res Publica Christiana che forgiò l’Europa ideale, quella in cui le divergenze etnico-linguistiche sapevano coesistere nella comunione di mentalità, ideali, intenti. Eppure, al pari dei loro dirimpettai Galletti, i riottosi Brits, optarono per affrancarsene, ergendosi a fanatici architetti di un’impalcatura socio-politico-economica che, guardando avanti anziché indietro, in basso anziché in alto, al di fuori anziché al di dentro, ai moti dello spirito avrebbe sostituito quelli della ragione, e ad un’unica Verità anteposto il surrogato d’un pluralismo di menzogne, che dura e confonde fino ad oggi. Così, da un Edoardo il Confessore, da un Riccardo Cuor di Leone, da un Tommaso Moro, il passo non fu lungo per giungere a un Oliver Cromwell, a un James Anderson, a un Adam Smith. E la filosofia scolastica fu fagocitata dal pensiero illuminato e antropocentrico, e la placida economia tradizionale lasciò il posto al bulldozer industriale, e il simposio si fece accademia, e i sovrani fantoccio apparecchiarono l’appiattimento gerarchico nelle democrazie.

E – last but not least – ci fu dato il gioco del football ed il beneamato fair play. Perciò non ti stupire, lettore, se a seguito del triplice fischio a Wembley, i padrini del win the best!, la sera devastino la presente Londinium con cecità barbara e, la mattina dopo, in spirito di liberalismo, si mettano in fila a raccoglier firme per giocare di nuovo una finale che – dicono – was not fair at all. Come ragazzini troppo viziati per comprendere la segreta bellezza della sconfitta, a questi poco cresciuti figli di druidi, zozzoni ripuliti ma non troppo, storiografia e letteratura hanno malamente insegnato che tutto, al mondo, gli è dovuto. Le Indie, le Falkland, le coppe Rimet con gol fantasma alla Geoff Hurst. Quanta differenza fra il sorridere dello sconfitto Mister Enrique – splendido nonostante il mento prognato lascito dell’esimio patriarca Carlo V – e il pennellone Prince William, nipote di uno che sarebbe voluto rinascere virus per sterminare tre-quarti del mondo, il quale se la dà a gambe dallo stadio con moglie e figlietto, pur di non piegare la spocchia d’Albione alla premiazione dei vincitori. Quegli Eye-talians che la maestrina dei media britannici, faro di politica e cultura, produttività e costume, da decadi bacchetta e boccia puntualmente, sul Financial Times e sulla BBC, su The Guardian e su Channel 4. Era fin troppo bello renderci gli onori in parlamento finché vincevate ad El Alamein, salvo poi rimangiarsi i complimenti per bocca dello stesso Sir Winston: 

“Gli italiani perdono le partite di calcio come fossero guerre e le guerre come fossero partite di calcio.” 

Troppo comodo dimostrare contro il razzismo inginocchiati sul rettangolo verde, salvo poi eclissare l’inno nazionale degli ospiti con la colonna sonora dei fischi. Troppo facile votarsi alla vittoria del trofeo vantando superiorità genetiche di una squadra multietnica, salvo poi ricoprire di improperi i giocatori rei di aver ciccato i rigori, tutti neri. Ma così difficile è perdere? In questo chi scrive è di parte e, dal momento che la sua squadra di club, di occasioni, ne ha più perdute che vinte, sente d’essere naturalmente vicino al tifoso di Febbre a 90′ di Horby – che magari gli inglesi farebbero bene a riesumare. Penso sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta – già osservava la spaziosa fronte di P.P. Pasolini, cinta degli allori classici e fumante sapienza antimoderna. 

“A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivar primo.” 

Né faceva male il verace Sordi de I due nemici, riequilibrando l’ago della bilancia storica nel tu per tu col compassato David Niven, fra sabbie nordafricane: 

“I miei antenati costruivano fognature quando i suoi si dipingevano ancora la faccia di blu!” 

Perché non v’è dubbio che un filo conduca la proto-Europa degli avi, con le loro gesta e i loro modelli, alla post-Europa dei cocci da raccogliere, misero souvenir di una stagione di magnificenze condivise. Poiché il sangue è quanto di più indelebile al mondo. E noi siamo i figli di Enea, dopotutto. Solo quando abbiamo perso tutto ci spingiamo a costruire qualcosa di degno da restare ai posteri… 

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