Maggio 2002, allo Stade de France di Parigi si sfidano Lorient e Bastia. Sugli spalti è presente il Presidente della Repubblica Jacques Chirac. Al momento dell’inno nazionale, dalla porzione di stadio occupata dai tifosi corsi, si iniziano a sentire i primi fischi. In breve, la Marsigliese viene quasi sovrastata dal rumore incessante di protesta dei supporter del Bastia. Chirac, incarnazione dello spirito francese, prima chiede se stanno davvero fischiando e poi abbandona la tribuna d’onore. Dopo aver raggiunto il Presidente della federazione calcistica transalpina Claude Simonet, gli impone di scusarsi davanti a tutto lo stadio. Simonet esegue. Poco prima, il Presidente francese aveva velocemente convocato alcuni giornalisti lì presenti per una conferenza stampa improvvisata. Il messaggio è chiaro: non si possono accettare provocazioni del genere, i fischi sono un vero e proprio attacco «ai valori essenziali della Repubblica». Questa non è stata la sfida più grossa che il nazionalismo corso ha posto allo Stato francese ma, sicuramente, ne è una delle testimonianze più scenografiche.
Il nazionalismo corso ha origini lontane. A metà del ‘700, il «Babbu di a Patria», Pasquale Paoli, aveva creato una sorta di Repubblica sotto la protezione inglese. Paoli fece in tempo a stendere una Costituzione, a creare un’università e a rafforzare il sentimento nazionale degli isolani ma non ebbe vita lunga. Il sogno indipendentista, infatti, si infranse tra l’8 il 9 maggio 1769 quando, nella battaglia di Ponte Novu, le truppe corse furono sconfitte dalle preponderanti forze francesi. L’Ilé de Beaute divenne così un territorio francese. L’esempio di Paoli e i suoi, tuttavia, è rimasto ben impresso nelle menti dei corsi. Così, negli anni Sessanta del Novecento, dopo il fallimento della svolta regionalista di Charles De Gaulle, una parte numericamente notevole dei giovani corsi riguardarono con ammirazione all’esperimento di due secoli prima. Iniziò in questo modo, riallacciandosi alla storia e al proprio eroe nazionale, il processo del «Riacquistu».
Spaventati dal centralismo francese e dall’afflusso sempre maggiore di pieds noir, i francesi d’Algeria scappati dall’ex colonia del Nordafrica, i corsi provarono a riappropriarsi di una tradizione e di una lingua che sembravano sul punto di sparire. Il fermento, trainato dal secondo Babbu di a Patria, il militante Edmond Simeoni, ebbe un suo momento chiave il 5 maggio 1976. Quel giorno nasce ufficialmente il Fronte di Liberazione Nazionale Corso, movimento clandestino indipendentista. Gli anni Settanta e Ottanta sono caratterizzati da attentati, azioni dimostrative e una guerriglia costante che sfrutta il territorio montuoso e inaccessibile della Corsica interna. Con il passare del tempo, il movimento indipendentista si divide. Lo Stato francese infiltra, depista e aumenta la pressione. In aggiunta, una parte del nazionalismo incrocia la propria storia con il banditismo, un fenomeno di lunga data in Corsica. Gli anni Novanta sono caratterizzati da spaccature, si arrivano a contare quasi 15 movimenti politici, e sanguinosi regolamenti di conti interni. E il secolo si chiude in maniera ancora più drammatica: nel 1998. ad Ajaccio, è assassinato il prefetto Claude Erignac. Vengono arrestati e tradotti nelle patrie galere continentali Yvan Colonna, Alain Ferrandi e Pierre Alessandri. I tre diventano dei simboli ma il mondo cambia ad alta velocità. Nel 2014 il FLNC consegna le armi e un anno dopo avviene un fatto storico: i nazionalisti vanno al governo della regione corsa per la prima volta. A diventare presidente è Gilles Simeoni, figlio di Edmond, e primo sindaco nazionalista di Bastia.
L’ascesa dei nazionalisti è accolta da enormi festeggiamenti. Si apre una nuova fase. La sfida al dogma francese del centralismo passa dalla clandestinità al dialogo nei palazzi del potere. Da parte francese, tuttavia, non si nota avvicinamento. Nel 2018 il Presidente della Repubblica Emmanuel Macron visita la Corsica per la prima volta. Agli eletti dell’Assemblea di Corsica, Macron ricorda che sono eletti locali, votati localmente e che, quindi, non hanno il potere necessario per portare avanti l’autonomia. La speranza lascia spazio all’attesa e alla delusione. Passano gli anni e la situazione sembra essersi cristallizzata. La componente indipendentista del nazionalismo corso prende familiarità con il lavoro di governo mentre l’autonomia resta sullo sfondo. Nessuno, infatti, aveva previsto l’accelerazione improvvisa del marzo 2022. Yvan Colonna, uno dei membri del commando che aveva ucciso il prefetto Erignac, viene aggredito mortalmente nel carcere di Arles da un estremista islamico, Franck Elong Abé. Nell’antica capitale Corte, «Corti» in corso, si radunano i primi studenti universitari. Le proteste vengono velocemente organizzate anche a Bastia e Ajaccio. In prima fila ci sono gli studenti.

Ad Ajaccio, uno studente delle scuole medie viene colpito in gola da un proiettile di gomma esploso da un CRS, i reparti antisommossa francesi. Il tono dello scontro sale quando arriva la notizia che Colonna è morto. Da anni, i nazionalisti corsi di ogni sfumatura chiedevano il rientro suo, di Ferrandi e di Alessandri sull’isola per far scontare il resto della loro pena in uno dei carceri corsi. La scritta «Statu francese assassinu» diventa lo slogan di quei giorni. I cassonetti incendiati una scena frequente. Le proteste si concentrano attorno alle prefetture di Bastia e Ajaccio. A infiammare gli animi anche un video che mostra i poliziotti francesi intonare la Marsigliese alla notizia della morte di Colonna. I manifestanti chiedono verità e giustizia per Yvan Colonna, lo statuto di residente, con cui si cerca di dare un freno all’immigrazione in Corsica, e la co-ufficialità della lingua corsa. Il tono dello scontro si alza e la situazione si aggrava. Occorre evidenziare, inoltre, che, qualche mese prima i fatti di Colonna, erano tornati sulla scena i militanti del FLNC. I guerriglieri avevano fatto un paio di comparsate per riaffermare la propria presenza. Macron è costretto a inviare il suo ministro dell’Interno, Gerald Darmanin. Manca poco alle presidenziali e serve tranquillità. I nazionalisti al governo, da parte loro, vedono la vulnerabilità di Parigi e l’opportunità di sedersi al tavolo con lo Stato centrale. Si decide così di calmare gli animi dei movimenti studenteschi. Le proteste rientrano e inizia il cosiddetto «processo di Beauvais». L’obiettivo ultimo: l’autonomia.
La trattativa, in realtà, si impantana subito dopo la rielezione di Macron nell’aprile del 2022. L’autonomia voluta dai nazionalisti corsi al governo prevede la concessione del potere legislativo all’Assemblea di Corsica. I francesi, tuttavia, richiedono che questa nuova prerogativa venga subordinata al Senato parigino. Prima si decide nella capitale, poi viene dato il permesso sull’isola. Ma, al di là dei tecnicismi, in ballo ci sono questioni di principio non di poco conto, in primis il riconoscimento ufficiale del popolo corso. La Costituzione francese segnala un solo popolo e inserire nel testo fondamentale dello Stato un riferimento così netto può significare un attentato all’unità della Francia. L’importanza del tema è evidenziata in maniera cristallina da André Fazi, docente di Scienze politiche all’Università di Corsica: «L’élite amministrativa francese si forma nelle stesse scuole dove l’ideologia unitaria, perché così si deve chiamare, è considerata l’idea più bella che c’è e che può esserci in Francia. Non si può cambiare». Dall’altra parte, sull’isola, non mancano coloro che sono stati delusi dall’esperienza dei nazionalisti-autonomisti al governo. Le colpe principali riguardano la gestione dei trasporti e la tutela della lingua. Nelle scorse settimane, la decisione presa da Parigi di togliere i fondi alla «Scola Corsa» ha creato proteste e malumori. L’istituzione è l’unica che insegna la lingua corsa sull’isola ed è considerata da moltissimi isolani come un presidio contro la progressiva francesizzazione della società. L’obiettivo dello Stato centrale è chiaramente quello di ridurre il più possibile l’autonomia mentre il governo dell’Assemblea di Corsica spinge per poter avere più margine di manovra. Le sfide da affrontare non sono banali: dalla speculazione edilizia alla gestione dei flussi turistici passando per la protezione del patrimonio immateriale della Corsica come lingua e tradizioni. C’è poi un ulteriore fattore: la demografia. Sull’isola si ripete, quasi come un mantra, un numero: 5000. È la cifra di «stranieri» che, ogni anno, arrivano in Corsica. Per «stranieri» si intendono soprattutto i francesi del continente. Con tali numeri, l’identità corsa rischia di diluirsi sempre di più e i nazionalisti, anche quelli al governo, lo vogliono evitare ad ogni costo. Per farlo, serve arrivare all’autonomia il prima possibile.
Il dialogo tra Parigi e la Corsica è ricominciato questa estate. La Commission des Lois e l’Assemblea Nazionale francese hanno già approvato il testo dell’autonomia. A ottobre toccherà al Senato e poi al Congresso del Parlamento francese cioè alle due camere riunite in seduta comune. In questo frangente servirà che almeno 3/5 dei deputati votino a favore. In tal caso, si passerà alla scrittura della legge organica, un altro momento tanto tecnico quanto decisivo perché verranno definite le competenze e l’applicazione concreta dell’autonomia. Infine, l’ultimo passo, è il referendum in Corsica. Il cammino, come si può vedere, è tortuoso e lo scetticismo, sia sull’isola sia sul continente, rimane. Tra i nazionalisti corsi, infatti, ci sono ancora molti che guardano con ammirazione e interesse all’esperienza del Fronte di Liberazione Nazionale. A ciò si somma la storica diffidenza nei confronti di uno Stato che fatica notevolmente a concepire l’idea di uscire dal recinto del centralismo. Cosa riserba il futuro è difficile a dirsi ma rimane il fatto che sull’isola le linee di fratture sono ancora oggi ben visibili e il terreno sembra fertile per un rinnovato antagonismo contro Parigi.