In Europa, dal tempo dei greci, la narrazione storica dominante è stata quella politica e militare. Le gesta dei grandi uomini. I re e i generali con i loro matrimoni, le loro battaglie, le loro conquiste, i confini mutevoli delle loro province. Soltanto l’Illuminismo cominciò a maturare con maggior frequenza anche interessi diversi. John Millar sbottò bruscamente contro «la dozzinale superficie degli avvenimenti, che occupa i dettagli dello storico volgare». Edward Gibbon studiò il declino e la caduta dell’Impero romano, considerando la storia socio-culturale e politica assieme. Orientamenti nuovi destinati a restare minoritari.
Nell’Ottocento, infatti, la corrente positivista cominciò ad influenzare la storia. E la storiografia tedesca di Leopold von Ranke brillò come riferimento inevitabile. Con l’aspirazione al modello delle scienze dure e gli storici, quali accademici professionalizzati, nella centralità dei documenti istituzionali di archivio. La tipologia di fonte che avrebbe permesso di ricostruire con “certezza” soprattutto gli avvenimenti politici. Così, principalmente, gli storici dell’economia di vari orientamenti proseguirono l’eccezione. A partire da Karl Marx che cercò di spiegare gli eventi politici con le cause, sociali ed economiche. Ma anche Jules Michelet, con la sua storia dei ceti subalterni. O Jacob Burkhardt, nella storia intreccio di Stato, religione e cultura. Quindi, verso fine secolo, la sociologia mosse i primi passi e aggiunse una prospettiva. Auguste Comte criticò i cercatori di aneddoti inutili, meglio una «storia senza nomi». Herbert Spencer guardò i grandi uomini, «Le biografie dei re (ed i nostri fanciulli imparano poco di più) non gettano che una debole luce sulla Storia Sociale». Emile Durkheim ripensò agli eventi, «manifestazioni superficiali». Perfino in Germania, ed entro la disciplina, Karl Lamprecht oppose la storia politica degli individui, alla storia economica e culturale dei popoli, una scienza innanzitutto «socio-psicologica».
In questo modo il Novecento accompagnò la prevalente storiografia politica e degli eventi, in un contesto vivace, segnato da una pluralità di orientamenti e tendenze disciplinari. L’alba del movimento della Nouvelle Histoire o degli Annales. La scuola storiografica che riuscì a strutturare un modo nuovo di indagare – e spiegare – il passato. Guardando oltre le manifestazioni superficiali. Affermando orientamento ai problemi, approccio interdisciplinare, metodi d’indagine quantitativi, lavoro di ricerca collettivo, attenzione ai popoli e nuovi temi di interesse. Attraverso l’impiego di categorie conoscitive quali struttura, congiuntura, civiltà, mentalità, lunga durata. Un punto di vista che può ricordare quello della geopolitica classica e soprattutto contemporanea, con la sua – relativa – crescente popolarità. E ragione per la quale è utile rileggere il classico di Peter Burke, Una rivoluzione storiografica (Editori Laterza). Seguendo il filo principale, a partire dalla formazione di Lucien Febvre e Marc Bloch.
Febvre cominciò l’Ecole Normale Supériueure nel 1897. Tra i sui insegnanti, saranno di futura ispirazione, il geografo Pierre Vidal de la Blache che aveva fondato la rivista «Annales de géographie», alla ricerca della collaborazione con storici e sociologi. L’antropologo Lucien Lévy-Bruhl, studioso della «mentalità primitiva». Il linguista Antoine Meillet, attento alla «storia sociale del linguaggio». La dissertazione di dottorato indaga Filippo II e la Franca Contea (1911), cominciando con l’ampia introduzione geografica, destinata a caratterizzare gli studi degli Annales. E affronta la contesa tra nobiltà e borghesia, quale problema di differenze tanto economiche, quanto culturali. In seguito, Febvre avrebbe approfondito ancora il tema storico-geografico con La Terre et l’évolution humaine (1922). Prendendo posizione tra il determinismo geografico di Friedrich Ratzel – geografo e precursore della geopolitica – e il possibilismo di Vidal de la Blache, decisamente a favore del secondo. Un fiume può essere confine per una società e via di comunicazione per un’altra.
Bloch frequentò la stessa scuola dopo alcuni anni. Tra i suoi insegnanti, Durkheim esercitò l’influenza decisiva con la sua rivista «Année sociologique». Ma approfondì anche la geografia. E Il suo lavoro su L’Ile-de-France (1913) finì per relativizzare la stessa idea di regione. Gli studi orientati al problema, di un economista, di un giurista, di un filologo, faranno bene a scegliere frontiere proprie, in funzione del tema anziché di una denominazione geografica.
Entrambi guardarono infine al controverso medievista belga Henri Pirenne che fece cominciare il Medioevo quando Maometto e Carlo Magno ruppero il Mediterraneo e il Mondo Antico. Gli auspici della formazione erano già promettenti. Tuttavia, Bloch e Febvre dovettero sospendere l’impegno accademico per combattere la Prima Guerra Mondiale. Incontro rimandato al dopoguerra. Quando la nuova Università francese di Strasburgo mise assieme Bloch, Febvre, colleghi e studenti. In un ambiente lontano dagli orientamenti accademici consolidati.
Occorre ricordare almeno un’opera rappresentativa di questo vivace periodo fondativo. Perché proprio allora, Bloch pubblicò Les rois thaumaturges (1924). Un’indagine orientata al problema del tocco dei re francesi e inglesi. Ovvero la credenza che i due monarchi potessero curare i malati di scrofola con l’imposizione delle mani. Un tema che gli storici del tempo percepirono quale scelta originale, se non strampalata. In questo studio, Bloch stabilì l’arco cronologico da indagare, superando la distinzione tra il Medioevo l’Età Moderna. Nel Seicento della ragione, Luigi XIV toccò più malati dei predecessori. Trascinò elementi di «psicologia religiosa» dalla sociologia in un libro di storia, con i malati che tonavano dai re, nonostante ripetuti insuccessi. Adottò un cauto metodo comparativo. Oltre Francia e Inghilterra, verso la Polinesia con i suoi lontani sovrani. Considerò le lezioni di James Frazer, Lévy-Bruhl e naturalmente Durkheim. Quanto a regalità sacra, «mentalità primitiva», «rappresentazioni collettive». Les rois thaumaturges è uno dei libri di storia più influenti mai scritti.
Comunque, il movimento che sarebbe stato descritto dall’impatto dei suoi capolavori monografici, prese nome da una rivista. Perché, dopo una lunga fase preparatoria, Bloch e Febvre fondarono gli «Annales d’histoire économique et sociale». E il 15 gennaio 1929 uscì il primo numero. La rivista voleva diffondere il paradigma nuovo. Scriveranno soprattutto storici di ogni periodo, geografi, sociologi, economisti. Così, negli anni trenta e quaranta, Febvre pubblicò i suoi articoli teorici – e polemici – sul modo di studiare la storia, «nostra» o «loro». E Bloch, il saggio pacato sul mestiere dello storico che la conclusione tragica dell’impegno nella resistenza francese, avrebbe lasciato incompiuto.
In ogni caso, il movimento degli Annales giunse a esercitare un’influenza intellettuale straordinaria. E dopo la guerra, Febvre poté ad affidare ai propri allievi diverse posizioni accademiche importanti. Almeno in Francia, l’orientamento storiografico innovativo e minoritario cominciò a diventare quello prevalente.
Fernand Braudel rappresenta lo studioso esemplare della seconda generazione. A partire dalla sua prima imponente opera, La Méditerranée et le Monde méditerranéen à l’époque de Philippe II (1949). Il titolo inverte l’ordine della vecchia storia. Il Mediterraneo precede il “grande re” Filippo II di Spagna. La prima parte riguarda l’ambiente naturale. La seconda, il procedere lento delle strutture economiche e sociali. La terza, gli eventi.
Ovvero Braudel comincia dalla «geostoria», quasi immobile. Montagne, pianure, mari, climi necessari a spiegare i livelli sovrastanti. Ad esempio, l’ambiente montuoso induce il conservatorismo delle popolazioni, la distanza culturale dalla pianura, la necessità di emigrare. O la conformazione del Mediterraneo, stesso mare in due bacini, occidentale e orientale; e pertanto unità – più che l’Europa – in due regioni culturali diverse, economiche e di supremazia politica.
Sopra l’ambiente fisico, i secolari «movimenti d’insieme». Sociali ed economici, spesso invisibili ai contemporanei. Un medesimo Quattro-Cinquecento di crescita economica favorevole al sorgere dei grandi imperi, li conduce poi a scontrarsi con una tecnica di navigazione che poteva domandare due o tre settimane, per attraversare il mare da nord a sud. Mantenendo comunque, nei due bacini diversi, strutture politiche e dinamiche sociali simili. Verso un Cinque-Seicento di Spagna, Italia, Balcani e Anatolia in forte polarizzazione economica tra nobili e poveri. Con una borghesia sottile e debole in mezzo.
Soltanto la terza parte osserva la storia appassionante ma superficiale, di uomini ed eventi. Spiegarli significa esporre le dinamiche profonde che li mossero o l’irrilevanza. Filippo II non regnò secondo la vecchia storiografia biografica di un carattere personale lento e riflessivo. Ma alle prese con finanze al collasso e vie di comunicazione dilatate. Giovanni d’Austria vinse a Lepanto. Conquistò Tunisi. Prima di tutto inutilmente. Per ragioni che non dipesero da lui e che nemmeno poté capire. Del resto La Méditerranée, con gli imperi spagnolo e turco in lotta, elabora ancora – tra plurime – le influenze di Pirenne (Maometto e Carlo Magno) e della geografia umana di Ratzel. Affronta il problema delle diverse velocità del tempo. Tempo geografico. Tempo delle strutture di lunga durata. E tempo degli individui. Rappresenta il libro dello spazio fisico nella storia. Senza mancare di ispirare una critica vivace, a partire da quella sul suo determinismo. Alla morte di Febvre, Braudel successe come direttore degli Annales.
Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio
Ma l’influenza di Braudel non fu l’unica. In particolare, il collega e quasi coetaneo, Ernest Labrousse, cominciò a inserire grafici e tabelle nei libri di storia, introducendo nel movimento i metodi di ricerca basati sulla statistica, quantitativi e seriali. Sull’esempio degli economisti. A partire da Esquisse du mouvement des prix et des revenus en France au XVIIIe siècle (1932), con i suoi cattivi raccolti, capaci di contrarre i redditi, il mercato dei manufatti e una crisi economica di fine secolo, quale premessa della Rivoluzione Francese. D’altronde Labrousse è uno dei pochi francesi di doppia fedeltà, Annales e marxismo.
Certo, molti allevi di Braudel e Labrousse combineranno le prospettive dei maestri. In diversi studi monografici di carattere regionale e versati nella storia economico-sociale. Occorre ricordare alcuni. Pierre Chaunu adotta La Méditerranée come modello. Tuttavia, Séville et l’Atlantique (1955-1960) misura in tonnellate di merci il rapporto tra Spagna e America Latina, per scoprire l’espansione cinquecentesca e la contrazione del secolo successivo. Il successo dei termini di «struttura» e «congiuntura» comincia con questo studio. Pierre Goubert con Beauvais et les Beauvasis (1960) sarà d’esempio per la demografia storica. Mettendo in relazione nel Seicento lungo, strutture, variazioni della produzione, dei prezzi e della popolazione. Un «antico regime demografico» segnato da cicli trentennali di crisi di sussistenza, dalle ricadute sociali sensibili come l’aumento dell’età da matrimonio nei periodi duri per ridurre le gravidanze e possibilità di sopravvivenza diseguali a seconda del ceto. Louis XIV et vingt millions de Français (1968) estenderà la ricerca a tutto il paese.
Da ultimo, Emmanuel Le Roy Ladurie e Les paysans de Languedoc (1966). Con il suo ampliamento dell’ambiente fisico, dalla geografia al clima storico. Ottenuto accostando la dendroclimatologia americana alle serie storiche europee. Ovvero: l’accrescimento delle sequoie, anello ampio, anno piovoso, anello stretto, anno secco; alle viti, vendemmia precoce, anno caldo, vendemmia tarda, anno freddo. Soprattutto Le Roy Ladurie, oltre a descrivere rigorosamente i numeri del dramma malthusiano dei contadini della Linguadoca, tornò a bilanciare – e ri-precorrere – l’interesse economico-sociale con elementi di storia politica, religiosa e psicologica. In sostanza, la storia culturale. Che la seconda generazione tendeva a trascurare, quale “sovrastruttura”.
Convenzionalmente, dopo il Sessantotto, cominciano gli studi della terza generazione. Così se Febvre indagava frequentemente i problemi culturali. E Braudel con i suoi colleghi preferiva le strutture socio-economiche. La terza, frammentata, generazione torna ai problemi di storia della mentalità, allenta i determinismi, amplia nuovamente i temi di ricerca. Nella direzione della psicologia storica, della storia delle donne, della cultura popolare, dei sogni, dell’amore, del corpo, degli odori e davvero molto altro.
Ricordiamo alcuni lavori. Philippe Ariès opera fuori dall’Università, L’enfant et la vie familiale sous l’ancien régime(1960). Il libro è criticato ma scopre un tema. Nel Medioevo, i bambini piccoli come animaletti. O dai sette anni, adulti in miniatura. Verso l’infanzia del Seicento francese, con la comparsa di vestiti appositi, iconografia crescente, adulti impegnati a osservare e imitare il linguaggio dei piccoli. Ma anche l’Essais sur l’histoire de la mort en occident (1974). Mille anni per condurre dalla morte altomedievale, indifferente, familiare, pubblica. Alla nostra, tabuizzata e invisibile. Quindi le opere di Jacques Le Goff, La Naissance du purgatoire (1981). O di Georges Duby, Les trois ordres (1978). Il titolo richiama Georges Dumézil e la tripartizione funzionale degli antichi indoeuropei. Che, nel Medioevo, riemergerebbe come rappresentazione mentale della società e svolgerebbe una funzione di legittimazione. Per i signori, nello sfruttamento dei contadini. Per i monarchi, nel tentativo di concentrare tre funzioni i una figura sola. Insomma, l’ideologia non specchia soltanto ma agisce.
Dal punto di vista metodologico, temi simili inclinano verso una maggiore attenzione per le fonti letterarie e non documentali in genere. Ma anche il tentativo di applicare il metodo quantitativo alla storia culturale caratterizza questo momento. Michel Vovelle con Piété Baroque et déchristianisation (1973) legge 30.000 testamenti provenzali. Carte geografiche, grafici, tabelle presentano statistiche sulle menzioni dei santi patroni, messe in suffragio disposte, durata dei funerali, peso delle candele. Aggregati secondo i gruppi sociali, le campagne, le diverse città. Se tali testamenti riflettono il mutamento «delle rappresentazioni collettive», Vovelle misura i sentimenti del passaggio dai funerali seicenteschi barocchi a quelli settecenteschi modesti. O addirittura, la tendenza della secolarizzazione. Perfino l’evento Rivoluzione Francese con le sue politiche anticlericali non impose davvero la «scristianizzazione». Seguì un dibattito, anche interno agli Annales. Alcuni storici applicarono il metodo quantitativo in altre regioni e confermarono le tendenze provenzali. Mentre altri dubitarono dei presupposti metodologici. Riferimenti testamentari ai santi, firme autografe sui registri matrimoniali sono facili da contare. Dopo di che, occorre scoprire se rappresentino indicatori attendibili di fede religiosa e alfabetizzazione. O in generale, del problema allo studio.
Tale sensibilità, assieme alla crescente insofferenza per il determinismo, porta la terza generazione verso l’antropologia storica, il ritorno alla storia politica evenemenziale – già più subordinata alle strutture che abbandonata – e perfino alla storia narrativa e biografica. Duby giunse dedicare una monografia alla battaglia di Bouvienes. Le Roy Ladurie, pur esperto delle tecniche di ricerca quantitativa, partecipa alla svolta antropologica con la precoce microstoria di Montaillou, village occitan de 1294 à 1324 (1975). Mentre gli antropologi potevano ancora intervistare gli abitanti di villaggi lontani. Le Roy Ladurie scopre che il vescovo inquisitore Jacques Fourneir (futuro Benedetto XII) ha già svolto molte interviste. E le domande dirette alla ricerca degli eretici catari descrivono anche un quadro complessivo della vita del villaggio. Lo studio di comunità è uno genre tipico della letteratura antropologica. Così, Le Roy Ladurie può estrarre con metodo critico elementi di cultura materiale. Con le case di pietra senza malta, piene di fessure per curiosare cosa fanno i vicini. O la mentalità dei paesani, concezioni di Dio, del tempo, della sessualità, della morte, della natura. Alcune persone emergono addirittura singolarmente con i loro caratteri, la castellana Béatrice de Planissoles, il prete Pierre Clergue, il pastore Pierre Maurì. I critici solleveranno le questioni irrisolte, della rappresentatività di Montaillou nell’Ariège e della sincerità di questi testimoni obbligati di lingua occitana, tradotti in latino dall’inquisitore e più interessati a evitare la tortura che a informare lo storico. Comunque, Montaillou è il primo libro del movimento a scalare la classifica di saggistica, trascinando l’iperturismo nel paesetto pirenaico. Mentre proprio la terza generazione tocca la maggior presenza tra quotidiani nazionali, case editrici orientate al grande pubblico, radio e televisione.
Da ultimo, fuori dalla Francia, l’epoca di Braudel inaugura il momento significativo per la diffusione internazionale degli Annales, come modo di studiare la storia. Con vicende diverse a seconda dei paesi. Un successo del movimento che segna in fondo anche la fine. Una diffusione tanto larga che rende il “metodo” patrimonio comune degli studiosi o almeno prospettiva della quale tenere conto o saper criticare. Perfino la fredda accoglienza inglese è significativa. Nell’Ottocento, Spencer affermava l’esistenza degli individui e negava la società. L’orientamento britannico difficilmente poteva accordarsi con l’olismo continentale di mentalità collettive, strutture sociali e psicologie storiche. Così, se i marxisti francesi possono permettersi di criticare gli Annales. Per quelli inglesi come Eric Hobsbawm, lo sbarco di una scuola che afferma l’esistenza delle strutture e supera la storia politica, basta a giustificare il benvenuto. C’è poi la questione del rapporto con la periodizzazione storica tradizionale. Gli Annales esercitano l’influenza più importante tra gli storici dell’Età Moderna. Che ha conservato meglio le fonti adatte. Sono molto importanti nel Medioevo. Influenzano lo sguardo sull’Antichità. Di contro, toccano poco la storia extraeuropea e contemporanea.
Ottocento, Novecento e Duemila pongono una sfida radicale. Lo studioso olandese Henk Wesseling ha notato, «Se viene scritta, non sarà la specie di storia delle ‘Annales’. Ma la storia contemporanea non può più essere scritta senza le ‘Annales’». La questione è tensione interna. Il movimento degli Annales ha mostrato storia politica, grandi uomini e battaglie come manifestazioni superficiali delle strutture di lunga durata sottostanti. Nel Mediterraneo, Braudel riuscì a mettere da parte Filippo II e Solimano il Magnifico. Ma uno storico contemporaneo riuscirebbe con Napoleone, Churchill, Stalin o Hitler? Forse, la durata nella quale inserire questi uomini con le loro politiche non è ancora abbastanza lunga. Poi la tensione ereditata da Vidal de la Blache e Durkheim, il geografo incline a sottolineare le particolarità regionali, il sociologo alla ricerca della generalizzazione. Ma in fondo, proprio il determinismo configura il problema filosofico fondamentale, comune alla geopolitica contemporanea.
Nella semplificazione inadeguata e necessaria. Febvre, volontarismo deciso. Bloch, volontarismo moderato. Braudel, determinismo geografico. Labrousse, determinismo economico. Impossibile andare oltre la constatazione delle adesioni personali. Fecondo studiare il determinismo per vivere il volontarismo. Nella condizione umana, il problema è irrisolvibile.