OGGETTO: Un italiano a Damasco
DATA: 31 Luglio 2024
SEZIONE: Geopolitica
La riapertura dell'Ambasciata italiana in Siria è passata in sordina, quasi ignorata, seppur d'importanza capitale. Roma riallaccia così i rapporti con Damasco nel tentativo di guidare la corsa al contenimento russo nell'area, nella speranza che gli alleati occidentali facciano lo stesso. Il lavoro da fare è tanto, ma Stefano Ravagnan - diplomatico di lungo corso - rappresenta una delle figure più meritevoli alle quali affidare la complessità di un compito simile.
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La notizia è di quelle che meritano la prima pagina, eppure è passata quasi inosservata: l’Italia è il primo grande Paese tra i membri G7, UE e NATO a riallacciare le relazioni bilaterali con la Siria. Le riallaccia dopo aver tentato invano di convincere l’UE ad adottare una nuova politica estera per la Siria, che riconosca gli sviluppi occorsi sul campo negli ultimi dieci anni, e dopo aver avvertito gli Stati Uniti che si tratta dell’unico modo per (provare ad) arginare l’influenza crescente della Russia e dell’Iran nell’area.

La missione è delle più difficili ed è per questa ragione che è stata affidata a uno dei diplomatici più preparati e poliedrici di cui l’Italia disponga: Stefano Ravagnan. Forte dell’esperienza maturata e delle conoscenze accumulate mentre prestava servizio nei cuori pulsanti dell’Eurasia, ovvero Astana – dove è stato ambasciatore –, Mosca – dove è stato consigliere politico – e Izmir – dove è stato console –, Ravagnan assume con cauto ottimismo l’incarico di riportare all’operatività l’ambasciata italiana di Damasco.

Se il tentativo del governo Meloni è andato in porto è anche e soprattutto grazie allo stesso Ravagnan, che in quel di Damasco è volto tanto noto per il lavoro svolto come incaricato speciale dell’Italia per la Siria, quanto apprezzato per aver evitato che la rottura parziale diventasse totale. Rendendo possibile l’allunaggio italiano su Damasco del luglio 2024.

Il lavoro da fare è tanto: reti di contatti da ricostruire, fiducia dei politici da riconquistare, concorrenza sleale e insidie dietro l’angolo. La guerra civile è scemata ma resiste in alcune porzioni di territorio, il Dāʿish è tornato all’era prestatale ma è ancora capace di mordere, mentre Turchia e Lega Araba stanno rivolgendosi rispettivamente a Russia e Cina affinché facilitino il loro riavvicinamento alla Siria. È un mondo completamente nuovo, che, sebbene sia la conseguenza imprevista e indesiderata degli eventi dello scorso decennio, è necessario riconoscere per questioni di realpolitik.

L’Italia, dopo aver pagato al prezzo del proprio estero vicino la totale mancanza di realpolitik, sembra essersi finalmente ricordata della sua vocazione mediterranea e aver preso atto della necessità di forgiare una politica per lo spazio extraeuropeo consona a quelli che sono gli interessi nazionali. Interessi che, appunto perché nazionali, talvolta possono non coincidere coi voleri degli alleati e non per questo devono essere sacrificati.

È errato pensare, però, che l’Italia voglia agire da solista in Siria. L’intenzione è un’altra: aprire gli occhi agli alleati occidentali per mezzo di una terapia d’urto. La speranza-aspettativa non è di muoversi in Siria nella solitudine dei numeri primi, anche perché primi non siamo – c’è chi da qui, invero, mai è andato via –, bensì di persuadere il resto dell’Occidente a seguire i nostri passi. Essere dei trendsetter. E ottenere successivamente il credito per aver riportato il lume della ragione a un blocco che si rifiuta con ostinazione di abbandonare le vecchie lenti di lettura, ormai inadatte, e opera in un mondo in pieno movimento tettonico come se fosse ancora il 2001, o il 2011. 

Il vecchio mondo non esiste più. È stato sotterrato definitivamente il 24 febbraio 2022, quando la Russia ha invaso l’Ucraina, ma gli scavi erano iniziati molto prima, da qualche parte tra Belgrado e Damasco. L’Italia, inviando uno dei suoi uomini migliori in Siria, perseguendo una politica moderata in Terrasanta e mantenendo un basso ma pragmatico profilo nel Mar Rosso infiammato dagli Houthi, dimostra di avere le lenti giuste. Perché ha visto che il mondo è cambiato, che l’unipolarismo è stato sostituito da un disordine globale fatto di policrisi e permacrisi, e sta facendo del suo meglio per adattarvisi.

Le ambizioni dell’Italia sono commisurate alla consapevolezza di essere un nano tra giganti in un’era di grandi cambiamenti. Al governo Meloni e ai successori spetta l’onere di resistere alle pressioni che potranno provenire dagli alleati in direzione opposta alla nostra ricerca di autonomia, nonché di calcolare e prevedere i possibili effetti di ogni passo che verrà compiuto. Cautela, lungimiranza e una buona dose di sfrontatezza non riporteranno indietro il Mare nostrum, ricordo ancora fresco di un passato che non tornerà più, ma saranno determinanti per aiutare l’Italia a figurare al futuro tavolo multipolare come commensale e non come menù.

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