La notizia della morte di Alberto Franceschini (78 anni), sopraggiunta l’11 aprile 2025, ma comunicata dalla famiglia soltanto il 26 aprile, ha riacceso il dibattito sul cofondatore delle Brigate rosse successivamente dissociatosi dalla lotta armata. Un personaggio complesso, che nonostante i 18 anni di carcere, sembra per alcuni, non aver totalmente estinto il proprio debito di verità con la giustizia e con l’opinione pubblica.
Per meglio comprendere il percorso politico e criminale di un personaggio dalla così grande rilevanza, è fondamentale soffermarsi sull’eredità che ha lasciato. Un’eredità controversa e largamente discussa già negli anni precedenti al decesso. Alberto Franceschini nasce a Reggio Emilia nel 1947, da una famiglia comunista. Fin dai primi anni di età fu il nonno, Andrea Franceschini, ad avere la maggior influenza verso il nipote. Dal carattere forte e dallo spirito guerrigliero, aveva combattuto la guerra di Libia (1911-1912) e la Grande Guerra. Nonostante fosse analfabeta, Andrea Franceschini aveva maturato una forte coscienza politica negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale, tanto da far parte dei membri fondatori del Partito Comunista d’Italia nel 1921 a Livorno. Durante il ventennio fu recluso nel carcere di Ponza, dove conobbe Sandro Pertini. Uscì dal carcere nel 1936, ma essendo ancora considerato un soggetto pericoloso fu mandato al confino in provincia di Salerno. Fece ritorno a Reggio Emilia solo durante gli anni guerra, dove entrò a far parte delle file della Resistenza. Nel dopoguerra si trasferì, insieme ai genitori di Alberto in un appartamento all’interno della Camera del Lavoro di Reggio Emilia. Proprio all’interno delle mura domestiche Alberto Franceschini iniziò a maturare una coscienza politica, forgiata dalle infuocate discussioni politiche intrattenute dal padre e dal nonno, alternate all’ascolto delle trasmissioni lingua italiana di Radio Mosca e Radio Praga.
Come riportato dallo stesso Franceschini nell’opera “Che cosa solo le Br. Le radici, la nascita, la storia, il presente” scritta a due mani con il giornalista Giovanni Fasanella, un momento cruciale nell’esistenza di Alberto fu la rottura definitiva tra il padre e il nonno, che abbandonò Reggio Emilia per trasferirsi a Genova con Dolores, una donna di trent’anni più giovane, con la quale ebbe anche una figlia. Nonostante avesse abbandonato la famiglia, Alberto non volle privarsi del rapporto con il nonno, che riuscì a incontrare un’ultima volta, di nascosto dal padre, nel 1967. Proprio in quegli anni Franceschini iniziò la sua carriera politica, riuscì ad ottenere la tessera del PGCI e successivamente anche a far parte del Comitato federale. La sezione reggiana del partito di cui era membro viveva una stagione di scontro ideologico fortissimo; alla corrente insurrezionalista filosovietica si contrapponeva la pulsione togliattiana riformista.
Parallelamente al percorso politico all’interno del PGCI, Alberto Franceschini, faceva parte di un collettivo formato di studenti e lavoratori, noto con il nome “L’appartamento”. Questa esperienza comunitaria, che aveva luogo in uno stabile di Reggio Emilia, divenne ben presto meta di pellegrinaggio di molti degli esponenti della sinistra extraparlamentare, intenti a costruire una rete di contatti con i gruppi più influenti sul territorio nazionale. La critica al PCI, sempre più aperto al dialogo con gli altri partiti, si fece progressivamente più insistente. Il pluralismo politico non poteva essere tollerato da quelle frange del partito che miravano ad una cocreta rottura con le strutture apicali del potere, al fine di produrre un reale cambiamento all’interno della società. Una rottura che doveva necessariamente essere anticipata dai movimenti del ’68, i quali portavano avanti il mito di una trasformazione rivoluzionaria della società attraverso nuove forme di mobilitazione ed esperienze di democrazia diretta in grado di influenzare nel profondo i comportamenti dei singoli.

Il 1969 fu l’anno della svolta. L’attentato di Piazza Fontana, avvenuto il 12 dicembre 1969, diede inizio a una lunga stagione di attentati finalizzati a creare un clima di tensione all’interno della società. Franceschini, ormai deluso dalle strategie riformistiche che il partito aveva deciso di perseguire, abbandonò il PGCI e preparò il terreno per la formazione di quel gruppo terroristico che attentò all’esistenza stessa della Repubblica italiana, le Brigate rosse, passando dalle parole ai fatti. Il congresso di fondazione delle Br, ufficialmente presentato come un raduno di studenti, si tenne il 17 agosto 1970 a Pecorile, in provincia di Reggio Emilia. Nelle mente dei cofondatori (Alberto Franceschini, Renato Curcio e Mara Cagol) erano ben scolpiti gli ideali su cui si formava l’organizzazione. I quali si ponevano in continuità con i principi che avevano caratterizzato la Resistenza. La lotta armata rappresentava l’unica via per colpire duramente l’Occidente Capitalista a partire proprio dal suo centro geografico. Lo stesso Franceschini dirà: «L’ideologia delle Brigate Rosse ha una sua storia. […] Posso dire che questo tipo di cultura, che viene dalla resistenza, dalla lotta armata contro il fascismo ed il nazismo, per certi aspetti si pensava non dovesse terminare come in effetti è terminata.» Una dichiarazione di intenti significativa e che sanciva l’appartenenza ideologica del gruppo terroristico e le modalità di azione che intendeva attuare.
L’episodio criminale che più caratterizzò l’esperienza di Alberto Franceschini all’interno delle Br fu il sequestro del magistrato Mario Sossi, avvenuto il 18 aprile 1974. Il sostituto procuratore della città di Genova fu selezionato come obiettivo del sequestro, poiché l’anno precedente aveva ricoperto il ruolo di pubblico ministero nel processo ai membri di uno schieramento della sinistra extraparlamentare attivo nel capoluogo ligure, noto con il nome di Gruppo XXII Ottobre. L’episodio vide Franceschini sia nel ruolo di ideatore del piano d’azione, in quanto membro della direzione strategica, che di materiale esecutore del sequestro. Tale azione conferì alle Br una nuova aura, alimentata inoltre anche dai mezzi di informazione, che mettevano in risalto le azioni dei brigatisti. Nessuna organizzazione terroristica si era cimentata nell’impresa di sequestrare un membro della magistratura fino ad allora. Come dichiarato successivamente da Franceschini, l’operato delle Br, era ormai in grado di minacciare le più alte cariche dello Stato:
«L’elemento di gratificazione era forte perché altrimenti avremmo lasciato stare subito. Ad esempio, durante il sequestro del magistrato Sossi la televisione parlava non tanto di noi come persone ma dei fatti che noi compivamo. Chiaramente questo tipo di dimensione è indubbio che ci gratificasse, nel senso che ci faceva ritenere allo stesso livello, alla stessa altezza, di chi comandava il Paese. Eravamo il “contro potere».
Pochi mesi dopo il sequestro Sossi, nel settembre del 1974 Franceschini viene tratto in arresto insieme a Renato Curcio, a Pinerolo in provincia di Torino. L’imboscata fu organizzata dai carabinieri e da Frate Mitra (Silvano Girotto), nemico ideologico delle Br, infiltratosi all’interno dell’organizzazione con il fine di dislocarne la direzione strategica dall’interno. Franceschini fu condannato ad oltre sessant’anni di detenzione, successivamente ridotti a diciotto grazie alla legge sulla dissociazione.
Il lungo percorso di distaccamento dall’attività criminale, intrapreso durante la carcerazione ha come momento chiave l’omicidio di Guido Rossa, operaio e sindacalista, assassinato da un nucleo armato appartenente alle Br nel mattino del 24 gennaio 1979. Un atto folle, che Franceschini rinnega dalla cella presso la quale scontava la sua lunga detenzione. Provocare la morte di un operaio comunista rappresentava un gesto riprovevole e contrario agli ideali che guidavano gli animi della componente originaria delle Br. Una scintilla che portò Franceschini a rinnegare la propria appartenenza all’organizzazione che lui stesso aveva creato. Non stupiscono allora le affermazioni successive di Alberto Franceschini, che dal carcere romano di Rebibbia annuncerà, con una lettera scritta nel 1987, la sua totale dissociazione dalla lotta armata e dalle organizzazioni terroristiche che la perseguivano. Ancora una volta è possibile trovare nelle sue parole una sintesi della sua radicale trasformazione:
«Il fine giustificava i mezzi. Adesso sono assolutamente convinto invece che i mezzi sono i fini. Non puoi separare una certa finalità da un certo mezzo. Se tu pensi che il mondo, il mondo del futuro deve essere un posto di pace non puoi tentare di realizzarlo usando strumenti di guerra.»
Una profonda trasformazione, che va oltre il pentimento giunto in sede giudiziaria e che porta Franceschini a sconfessare quelle pulsioni rivoluzionarie trasmesse dagli insegnamenti del nonno. Si elabora un’immagine irradiata da una del tutto opposta a quella che normalmente si conferirebbe a un ex capo di un’organizzazione terroristica. Effigie di un uomo, che con lo scopo di ritornare in libertà, decide di sconfessare i suoi ideali e le sue azioni, addossando la responsabilità criminale ai suoi compagni e costruendo su di sé il prototipo del collaboratore di giustizia. Barbara Balzerani, anch’essa membro delle Br e scomparsa nel marzo del 2024, lo definì come “un arlecchino dai mille servigi”. Un pesante epiteto, che sembra assumere il valore di sentenza definitiva sulla memoria di un individuo che ha fatto della lotta al potere costituito, le fondamenta della sua esistenza.