Il mestiere delle armi

Dopo una moneta senza Stato, un esercito senza Stato?
Dopo una moneta senza Stato, un esercito senza Stato?

La guerra in Ucraina ha reintrodotto nel dibattito concetti banditi o ritenuti anacronistici come sovranità, interesse nazionale, potere militare, controllo dei mari, territorio. Dopo decenni di narrazioni sull’immaterialità del mondo globalizzato, è riapparsa sulla scena la drammatica materialità dell’esistente, fatto di armi, grano, energia. Un cambio di paradigma che ha costretto diverse realtà, a partire da quella europea, a rivedere i propri indirizzi, nonché in generale la propria posizione nel mondo. Difatti, l’Unione europea, costrutto intrinsecamente giuridico-economico, ha vissuto per più di settant’anni in un sonno geopolitico sotto l’ombrello imperiale statunitense – spesso senza rendersi conto dell’importanza di questo fattore nel garantire il lungo periodo di pace vissuto. Un letargo post-storico che non era stato intaccato nemmeno quando la guerra era ritornata dentro le mura domestiche, in ex Iugoslavia, ma che ora sembra invece destinato a terminare, o quantomeno a entrare in una nuova fase. In questo senso, l’annunciato riarmo tedesco è uno degli avvenimenti di maggiore portata storica degli ultimi decenni, un radicale ribaltamento degli equilibri che hanno governato l’Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Sempre in ambito militare, un altro tema venuto alla luce in questi mesi è quello della difesa comune europea, ambizione a parole mai sopita sin dagli anni Cinquanta, nei fatti resasi sempre irrealizzabile. Anche oggi, nonostante l’apparente favor della Francia di Macron, le criticità rimangono numerose. I rischi di investire in un soggetto ibrido, poco definito e dalle inevitabili contraddizioni interne non sono infatti da trascurare.

Innanzitutto, si tratterebbe di un esercito per fare cosa? È risaputo che non esista una politica estera europea, al netto del contenitore vuoto della Pesc (“Politica estera e di sicurezza comune”). Pensiamo solo all’approccio dei diversi stati membri nei confronti della Russia di Putin: le ambiguità tedesche non permettono a Berlino di allinearsi del tutto a Parigi, così come l’assertività polacca non trova la benché minima sponda a Budapest, a dispetto della narrazione degli ultimi anni sull’omogeneità del gruppo di Visegrad. Vi può essere tuttalpiù qualche convergenza contingente tra gli stati membri, ma niente di paragonabile alla definizione di un interesse europeo unitario. Ad esempio, cosa dovrebbe fare tale esercito nel Mediterraneo? I rapporti degli italiani con la Libia non coincidono con quelli francesi (anzi, si sono spesso scontrati per il sostegno di Parigi ad Haftar), così come nei confronti della Turchia Berlino ha un approccio diverso da quello degli altri partner europei. Sia chiaro, l’esercito sarebbe certamente “di difesa”, ma una marina militare deve comunque sapere cosa fare o come muoversi – anche nella logica di provocazioni e dimostrazioni che sovente intercorrono tra potenze, se è al rango di potenza che l’Unione europea vuole ambire con tale esercito.

Dopodiché, un altro punto fondamentale è: chi comanderebbe questo esercito? La maschera dell’imparzialità o, meglio, dell’illusorio interesse unitario europeo non riuscirebbe a nascondere la forza della singola nazionalità. Qui non si tratta della Banca centrale o di altre istituzioni dal volto tecnocratico: essere al vertice di un esercito ha un valore decisamente più simbolico, in cui la nazionalità del singolo non potrà non essere notata. Francese, tedesca, italiana? Un marchio difficile da cancellare.

Da questo punto di vista, la partita ruota soprattutto attorno a Parigi. Con l’uscita di Londra dall’Unione europea, la Francia rimane il paese membro con l’esercito più strutturato e l’atomica. Inoltre, va rammentato che fu la Francia stessa a bocciare il progetto della Comunità europea di difesa nel 1954. La difesa è l’espressione massima della sovranità e una nazione come la Francia non può permettersi di cedere senza garanzie di comando le chiavi della propria sicurezza nazionale; dopotutto, rimane il paese di Charles De Gaulle, che sosteneva essere:

«Intollerabile che una grande nazione debba affidare il proprio destino alle decisioni e azioni di un altro stato, per quanto amichevoli possano essere i loro rapporti […] Il paese integrato perde interesse alla sua difesa nazionale non essendone più responsabile».

Sicché, considerato anche il precedente storico, è difficile ritenere che i francesi possano anche solo concepire il progetto di difesa comune se non a condizione di averne la leadership.

Il che potrebbe astrattamente inserirsi in un equilibrio tutto sommato accettabile che vedrebbe un’Unione europea a guida militare francese e guida economica tedesca. Senonché, ora con il riarmo di Berlino tutto cambia: la Germania diverrebbe potenzialmente la terza spesa militare al mondo dopo Stati Uniti e Cina, prima della Russia e, soprattutto, della Francia; tant’è che sembra tornare in auge la battuta che circolava ai tempi dell’abortito tentativo della Comunità europea di difesa, esemplificativa del generale approccio francese alla militarizzazione del vicino tedesco: «Parigi sogna una Germania più armata dell’Urss, ma meno potente della Francia». Battute a parte, un tale riarmo comprometterebbe l’equilibrio di cui sopra, con il rischio per i francesi di perdere de facto il controllo dell’esercito europeo.

A queste problematiche si aggiunge quella cruciale relativa ai codici nucleari. Un esercito senza atomica mancherebbe del più formidabile strumento di deterrenza e rimarrebbe pertanto azzoppato, in una posizione sicuramente marginale rispetto alle altre potenze, solite a trattare con il combinato disposto di forza militare convenzionale e atomica. Il fatto è che al momento in Europa i francesi sono gli unici ad avere l’atomica ed è molto improbabile che abbiano intenzione di condividerne i codici. Chiari indizi di come l’esercito comune potrà essere inteso da Parigi: o si tratterà di una difesa nella sostanza francese dietro alla bandiera dell’Unione europea o, semplicemente, non sarà. Il punto, sembra quasi lapalissiano sottolinearlo, è che nella prima ipotesi non sarebbe un esercito europeo, bensì francese, per quanto mascherato; un limpido esempio di come il modello statale vestfaliano, anche se fatto uscire dalla porta, tende poi a rientrare inesorabile dalla finestra. L’equilibrio, insomma, non può che passare dalla Francia, gelosa dei propri codici nucleari. Tra l’altro, con il riarmo tedesco si arriverebbe alla delicata situazione per cui la Germania disporrebbe della maggiore forza militare convenzionale, mentre la Francia dell’atomica: una contesa per lo scettro tra i due atavici nemici, cui non si può escludere, in futuro, la pretesa (anche) di Berlino di sviluppare un proprio arsenale. Il rischio di tensioni in seno all’esperimento è quindi reale. Paradossalmente, la Nato sarebbe più stabile: la forza degli Stati Uniti bilancerebbe il potere militare convenzionale tedesco e atomico francese.

Vi è poi da considerare proprio la posizione di questi ultimi, che auspicano una Unione europea viva come mercato e alleato ma non troppo potente. Bisogna infatti partire dall’assunto che il presente è un prodotto della storia e il Vecchio continente è dalla fine della Seconda guerra mondiale che giace sotto l’influenza (e l’ombrello militare) di Washington. Pensiamo a quante basi e soldati americani si trovano in suolo europeo: cosa che, ovviamente, viceversa non avviene, perché nessuna potenza accetterebbe di avere nel proprio territorio ramificazioni militari di un’altra. Pertanto, ritornando al tema di cui sopra, gli americani non vedrebbero di buon occhio un esercito europeo forte: potrebbero tuttalpiù lasciare agli alleati un contentino, vale a dire una difesa simbolica sufficientemente valida per permettere alle cancellerie europee di festeggiare, ma non abbastanza da incidere sul corso storico. Gli orizzonti degli Usa rimangono imperniati sulla Nato – ove infatti vorrebbero fare confluire gli ingenti riarmi varati dai diversi paesi europei a seguito della guerra in Ucraina. In merito, una particolare attenzione è riservata alla Germania, l’alleato più problematico degli Stati Uniti in Europa: il riarmo tedesco sarà per o nonostante la Nato? La sensazione è che tra Parigi che vorrebbe incanalarlo in una difesa europea a guida francese e Washington nella Nato, il riarmo teutonico abbia un volto più nazionale di quanto si voglia credere.

Infine, vi sarebbero pure le non insignificanti barriere linguistiche (oltre che culturali: un italiano morirebbe per un austriaco? Un polacco per un tedesco?), potenziale ulteriore motivo di disfunzionalità; se certamente sono tanti gli esempi del passato di eserciti al cui interno convivevano più lingue, è altrettanto pacifico che più si dissolve l’omogeneità più aumentano i rischi di incomprensione. Salvo non ritenere scontato l’utilizzo dell’inglese, il che apparirebbe non poco ironico, essendo la lingua di un paese uscito di recente – non senza polemiche – dall’Unione europea. Ricapitolando, le criticità non sono poche: assenza di una politica estera europea; difficoltà nell’individuare chi comanderebbe tale esercito; tensioni Francia-Germania; problema dei codici nucleari; presenza americana sul suolo europeo, nonché la loro contrarietà all’emergere di una vera potenza continentale; barriere linguistiche e culturali.

Il rischio, in definitiva, è quello di lanciarsi in un investimento ibrido, artificioso, nonché intrinsecamente limitato per le contraddizioni di cui sopra, una mediocre via di mezzo incapace di incidere. Un esercito non solo senza Impero, ma proprio senza Stato. Come postilla conclusiva, va poi specificato un punto: la prospettiva assunta in questo contributo, come si sarà facilmente intuito, valorizza i singoli Stati quali attori principali dello scacchiere; anzi, indica tale circostanza proprio come uno dei maggiori ostacoli alla creazione di un esercito europeo. All’obiezione per cui questo ragionamento sarebbe anacronistico, è sufficiente ribadire che se esistesse veramente un interesse europeo e l’interesse nazionale fosse invero desueto, la difesa comune probabilmente sarebbe già nata (tralasciando la questione dei malumori statunitensi); chissà, forse addirittura nel 1954, quando misteriose congiunture astrali convinsero, invece, i francesi a bocciare la CED.

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