Il ritorno delle primule rosse

Riflessioni su estradizione, anni di piombo e politica estera italiana
Riflessioni su estradizione, anni di piombo e politica estera italiana

Lo stallo italiano in materia di politica estera è, ormai, un dato di fatto, certificato da decenni di sudditanze e posizioni ambigue. A questo è pleonastico ammettere che l’Italia rientra sempre meno negli equilibri di potere internazionali perché, come ci ha ricordato di recente Dario Fabbri, abbiamo consolidato un’impostazione prettamente economicistica nelle relazioni internazionali, probabilmente imposta dall’alleanza atlantica con gli Stati Uniti piuttosto che frutto di una deliberata strategia interna. Se il sostanziale immobilismo è ormai prassi nei confronti dei Paesi extraeuropei, per cui solo una logica economica (e talvolta nemmeno quella) ha spinto i governi italiani a dialogare seriamente con i corrispettivi stranieri, fra i Paesi dell’Unione dovrebbe vigere quel rapporto di mutua collaborazione su cui si fonda un organismo che aspira ad essere qualcosa di più di un semplice agglomerato di trattati e convenzioni. Se far conciliare tradizioni giuridiche differenti, per quanto derivanti dalla medesima matrice romanistica da cui traggono origine i moderni sistemi giuridici di civil law, sarebbe una mossa azzardata per la giovane Europa, nel frattempo si dovrebbero chiarire alcune questioni. Come mai un Paese come la Francia si permette di proteggere per decenni dei pluricondannati senza che l’Italia alzi un dito se non quando per alcuni ex brigatisti si avvicina il termine di prescrizione della pena?

Le recenti pressioni del governo italiano sulle autorità francesi avevano proprio questo intento, se non fosse che l’unico veramente vicino a beneficiare del termine di prescrizione è proprio quel Maurizio di Marzio che è riuscito è sfuggire alla retata degli scorsi giorni e che il prossimo 10 maggio potrebbe considerarsi al sicuro dalle grinfie della giustizia italiana. Ci sia quantomeno concesso di rilevare che si tratta di una strana coincidenza. Per lui potrebbe scattare la mannaia della prescrizione essendo trascorso un tempo che l’ordinamento ritiene sufficiente affinché venga meno la pretesa statale all’esecuzione della condanna. Bergamin e Ventura, scampati alla cattura, si sono costituiti il giorno seguente. Archiviata la retorica sui meriti del governo, è un dato di fatto che l’8 aprile il nostro Guardasigilli ha fatto pressione in videoconferenza con l’omologo francese per sollecitare le operazioni di ricerca e cattura degli ex brigatisti, esercitando quel sacrosanto potere di domandare ad uno stato estero l’estradizione di un condannato in Italia. Dal resoconto del quotidiano del Ministero della Giustizia questa richiesta italiana si inserisce in un quadro di collaborazione nella lotta alla criminalità. Quantomeno dei risultati concreti sono stati ottenuti grazie alla coordinazione dell’attività investigativa fra i due Paesi. Il problema si pone nel momento del mutuo riconoscimento delle sentenze penali così come sancito dall’art. 82 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, uno dei tre pilastri su cui si fonda l’Unione. Se l’obiettivo parallelo di armonizzare la legislazione dei Paesi membri in materia penale è stato perseguito grazie a numerose direttive che si sono tradotte in leggi e decreti statali, sul fronte del riconoscimento reciproco delle statuizioni penali la teoria si è scontrata con la sfiducia degli stati membri nei confronti degli ordinamenti stranieri. Non tanto per la provenienza dei provvedimenti definitivi quanto per le regole che li avevano prodotti.

Ad onor del vero i governi precedenti non hanno rinunciato a chiedere l’estradizione dei latitanti rifugiati in Francia. I risultati tuttavia sono sotto gli occhi di tutti. Considerato che per alcuni dei latitanti i fatti risalgono agli anni settanta è inevitabile chiedersi se fosse stato fatto abbastanza per ottenere il riconoscimento da parte della Francia delle decisioni della magistratura italiana. Non soltanto per rendere giustizia alle vittime ed ai loro familiari ma per non svilire ulteriormente il principio, tutt’altro che simbolico, della certezza nell’esecuzione delle pene detentive. Se, come dice il presidente Draghi, “la memoria di quegli atti barbarici è viva nella coscienza degli italiani”, come mai fino ad ora è stato datto poco o niente per chiudere una vicenda del genere? Per decenni la Francia ha protetto quelli che ritenevano dei perseguitati politici nonostante pendessero numerose condanne all’ergastolo per omicidi compiuti negli anni di piombo. Peraltro le autorità italiane avrebbero presentato una lista di almeno 200 condannati per i quali sono pronte a chiedere l’estradizione, che la Francia avrebbe ridotto a quei pochi nomi responsabili dei fatti più gravi. Fra i sottoposti a fermo figura anche Giorgio Pietrostefani, attivista di Lotta Continua e mandante, insieme a Adriano Sofri, dell’omicidio Calabresi. La ragione per cui per decenni non sono stati trattati alla stregua di meri latitanti è la stessa che ha permesso a Cesare Battisti di godersi un soggiorno all’ombra della torre Eiffel per poi scorrazzare per il Sud America. Quella presunzione dello status di rifugiato politico secondo la quale si tende a distinguere fra criminale semplice e criminale politico, accordando al secondo la massima machiavelliana per cui il fine giustifica i mezzi.

Nel dibattito pubblico si è inserita prepotentemente la dottrina Mitterrand, una linea di politica estera basata su una pretesa superiorità dell’ordinamento francese rispetto a quello italiano e non solo, in materia di tutela dei diritti fondamentali e di norme procedurali a garanzia dell’imputato. Tre anni prima del celebre discorso del presidente francese nel 1985, il consiglio dei ministri francese si era espresso chiarendo che l’estradizione dei latitanti sarebbe stata negata per i crimini politici ad esclusione di quegli atti criminali, quali l’omicidio ed il sequestro, “di natura tale che il fine politico addotto sia insufficiente a giustificare il ricorso a mezzi inaccettabili”. Gli arresti di questi giorni sembrano inserirsi perfettamente nel quadro della dottrina Mitterrand, essendo stati eseguiti nei confronti di latitanti per fatti di sangue. Proprio i nostalgici di Mitterrand ci strappano un sorriso perché il paradosso è che solo ora, con almeno 36 anni di ritardo, sembra che questa linea sia stata applicata, evitando di continuare a prestare asilo a dei pluriomicidi in fuga. Prendiamo ad esempio il caso di Cesare Battisti. Nel 1991 i giudici francesi lo dichiararono non estradabile nonostante su di lui pendesse una condanna definitiva all’ergastolo adducendo che le prove a suo carico erano contraddittorie e degne di una giustizia militare. Quindi, chi oggi si fregia del garantismo invocando un ritorno alla dottrina Mitterrand non si riferisce certo a quella linea politica che, sulla carta, doveva escludere i criminali più pericolosi, quanto piuttosto all’indiscriminata tendenza transalpina a negare l’estradizione.

Una prima svolta si ebbe quando le autorità francesi autorizzarono la consegna di Battisti alle autorità italiane, costringendolo di fatto a fuggire in Brasile e segnando apparentemente la fine di un orientamento che, per stessa ammissione degli organi giurisdizionali francesi, era privo di validità giuridica, basandosi essenzialmente su un discorso del Presidente. La Corte di Cassazione francese nel 2004, premettendo che non fosse di sua competenza giudicare la procedura praticata davanti alle giurisdizioni straniere, si espresse sottolineando che “il sistema procedurale italiano è vicino a quello applicato in Francia, che è sottoposto alle medesime regole convenzionali, e specialmente a quelle sull’estradizione e alle condizioni richieste per lo svolgimento d’un processo equo che hanno ugualmente valore costituzionale in Italia”. Nonostante l’apparente cambio di rotta, la politica francese ha continuato a dimostrarsi reticente sulla questione delle estradizioni. Tant’è che fino a pochi giorni fa gli ex brigatisti fermati erano liberi di condurre la propria vita. Lo stallo che per decenni ne ha impedito l’arresto è il risultato di un malcelato ostracismo delle autorità politiche francesi che non hanno trasmesso alla procura generale i fascicoli sulle richieste di estradizione avanzate dall’Italia. Per stessa ammissione dell’Eliseo la svolta definitiva è avvenuta anche grazie alla consapevolezza maturata dalla Francia sulla questione terrorismo in seguito agli episodi degli ultimi anni. Ciononostante ci si continua a chiedere il perché di un ostracismo sotto certi aspetti inaccettabile.

Al di là della pretesa superiorità in materia di tutela dei diritti fondamentali, forse oltralpe si credeva ingenuamente di avere a che fare con gli eredi di quegli esuli che durante il regime fascista trovarono rifugio in Francia? Possibile che li si credesse davvero attivisti perseguitati e non terroristi? Che non si trattasse di perseguitati si poteva intuire facilmente. Si è voluto credere alla favola che gli stessi latitanti raccontavano pubblicamente di essere stati processati solo per pregiudizio ideologico. Così facendo la Francia ha implicitamente delegittimato la lotta che lo Stato italiano affrontava in quegli anni contro forze eversive extraparlamentari, che non esitavano a far ricorso a qualsiasi mezzo, inebriati dalla strategia del terrore. Dopo gli arresti compiuti gli scorsi giorni gli ex brigatisti sono stati rilasciati e sottoposti a misure differenti di libertà vigilata, a cui farà seguito l’avvio della procedura di estradizione sulla quale si pronuncerà la Corte d’Appello di Parigi. Un’estradizione tutt’altro che scontata considerata la storia recente e le problematiche di salute di alcuni fra gli arrestati. Nel frattempo di debbono sentire i pigri lamenti di chi si scaglia contro un disumano “diritto alla vendetta” esercitato dallo Stato italiano non per esigenze di giustizia ma per mero accanimento. Come se rinunciare irragionevolmente alla pretesa punitiva non minasse alle fondamenta la credibilità di qualsiasi ordinamento giuridico. Sempre meglio di chi invoca la linea della pacificazione, come se quella degli anni di piombo fosse stata una guerra civile e non una lotta dello Stato contro le forze eversive che con le bombe puntavano a seminare il terrore. Una lotta che ci riporta ai tempi torbidi in cui probabilmente i servizi segreti, più o meno deviati, hanno giocato un ruolo chiave nelle vicende più delicate del nostro Paese. Niente da obiettare quando invece si sente dire che un Paese per guardare avanti debba imparare a far i conti con il proprio passato. Ma ci sarà concessa una riflessione.

Non si tratta solo di rafforzare la memoria storica ribadendo la sacrosanta verità dei fatti, ma di affermare l’autorità di uno Stato che si professa uno Stato di diritto. Se si sceglie la linea adottata finora, improntata all’attendismo per timore di incrinare precari equilibri internazionali si capisce perché l’Italia faccia tremendamente fatica a sbrogliare le matasse politiche che si trova ad affrontare al di fuori dei confini. Qual è la credibilità di uno Stato che, per comunanza di interessi con altri Paesi facenti parte della medesima organizzazione sovranazionale, ispirata alla leale collaborazione, decide (o meglio non decide) di far dell’inerzia la propria strategia? Non si rendono conto le istituzioni che così facendo si continua ad avvalorare quella teoria del doppio Stato, pubblicamente democratico e segretamente eversivo, con la quale si tenta di spiegare gli anni di piombo? Quel mondo di vizi privati e di pubbliche virtù, per citare Bernard de Mandeville, che mina alle fondamenta la credibilità delle istituzioni. Se la lotta al terrorismo è stata vinta, non altrettanto si può dire per quella alla follia ideologica. E chi invoca la linea della pacificazione poi non si lamenti se qualcuno pensa ancora che la strategia stragista sia uno strumento legittimo di lotta politica.

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