OGGETTO: Chi dominerà il Sole
DATA: 08 Agosto 2025
SEZIONE: Energia
FORMATO: Scenari
AREA: Cielo
Chi costruisce il Sole in laboratorio rischia di perdere quello vero. Il fotovoltaico non è più utopia ecologista ma diviene strategia globale. La Cina lo domina, l’America lo rifiuta, l’Europa lo installa e il Golfo lo finanzia. La corsa all’energia solare è cominciata, e rimescola poteri, filiere e dipendenze.
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Esiste una sottile ironia nel fatto che, mentre l’umanità da decenni insegue il sogno di costruire il Sole in una bottiglia – attraverso la fusione nucleare controllata – il vero Sole, stia silenziosamente eclissando le nostre ambizioni atomiche. Il nucleare, quel Sole in miniatura che abbiamo imparato a temere e venerare, si trova oggi nella posizione paradossale di doversi confrontare non con il fossile, ma con la sua controparte cosmica: un reattore a fusione da 1,989 × 10³⁰ chilogrammi che opera a 150 milioni di chilometri di distanza.

La metafora non è casuale. Mentre investiamo miliardi nel tentativo di replicare artificialmente i processi stellari, il Sole naturale offre un’alternativa che confligge con il paradigma della scarsità che ha sempre animato la geopolitica dell’energia: l’abbondanza. Nell’ultimo anno sono raddoppiati gli impianti fotovoltaici nel mondo, che hanno prodotto il 7 per cento dell’energia elettrica totale. Per comprendere l’entità di questa rivoluzione silenziosa, bisogna prima visualizzare la sproporzione cosmologica che caratterizza il nostro rapporto con l’energia solare. Il Sole irradia sulla terra circa 173.000 terawatt di potenza continua. L’intera umanità, con tutti i suoi consumi energetici consuma approssimativamente 18 terawatt, una cifra che conta megalopoli illuminate, fabbriche di Shenzhen, data center e utilizzi domestici. Fino a pochi anni fa, incanalare questo flusso energetico stellare rimaneva un sogno per visionari e ambientalisti.

Oggi qualcosa sta cambiando. I pannelli fotovoltaici non sono più gadget, ma la tecnologia energetica più competitiva del pianeta. Il prezzo dell’energia solare è crollato dell’85% nell’ultimo decennio, trasformando quello che era un lusso ecologico in una risorsa brutalmente accessibile. Tesla, l’azienda di quel visionario-provocatore che è Elon Musk, ha dimostrato che un quadrato di territorio di 250 chilometri per lato nel deserto americano potrebbe alimentare tutti gli Stati Uniti. Una superficie inferiore a quella occupata dai parcheggi dei centri commerciali della sola California. Ma la vera rivoluzione esula dalla tecnica e spazia nei campi della grande strategia dei continenti. Il protagonista indiscusso di questa metamorfosi è la Cina, che ha trasformato il Sole da risorsa diffusa ad arma strategica attraverso il controllo della supply chain. La Cina consolida il suo primato nel solare con una crescita impressionante, installa più pannelli solari di tutto il resto del pianeta combinato. Pechino possiede oggi oltre la metà della capacità fotovoltaica mondiale e produce circa otto pannelli solari su dieci. La strategia pechinese rivela come le élites cinesi contemplino la visione di una geopolitica post-fossile. È un paradigma che ricorda l’ascesa della Silicon Valley, che prima di possedere le materie prime ha dominato la trasformazione. La Grande Muraglia Solare nel deserto del Kubuqi – un corridoio di pannelli lungo 400 chilometri – è solo l’ennesima grande opera che anticipa il prossimo terreno di contesa.

Dall’altra parte del Pacifico, gli Stati Uniti non avanzano nella rivoluzione solare con la stessa sicurezza. Il paese che ha inventato il transistor, che ha portato l’uomo sulla luna e che ospita le più innovative aziende tecnologiche del pianeta, si trova oggi in una posizione di retroguardia nella corsa al Sole. La legge di bilancio varata da Donald Trump, la One Big Beautiful Bill ha smantellato gli incentivi alle rinnovabili per ripristinare i sussidi ai combustibili fossili. È una mossa che riflette il vissuto del presidente: cresciuto nell’America del boom petrolifero postbellico, continua a vedere il “liquid gold” come il pilastro della grandezza nazionale, benché il Sole fornisca più energia in un’ora di quanta ne contenga l’intero sistema di riserve petrolifere strategiche americane; preferisce scommettere su una risorsa dal potenziale sicuro e noto, piuttosto che in investimenti sperimentali il cui rendimento è per ora promettente, ma pur sempre potenziale. Ovviamente, Musk non concorda con il presidente e tradisce una profonda incertezza sul futuro qualora non si invertisse la rotta, “Solar power in China will exceed ALL sources of electricity combined in the USA in 3 to 4 years. Wake up call”, tuonava su X.

La trasformazione più inaspettata si sta consumando nel cuore dell’impero fossile: il Medio Oriente. Gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita – paesi che hanno letteralmente galleggiato sul petrolio per generazioni – stanno investendo miliardi nell’energia solare. Il Parco Solare Mohammed bin Rashid al Maktoum a Dubai è destinato a superare i 5 gigawatt, i sauditi hanno quasi quadruplicato la loro capacità precedente in centrali fotovoltaiche. Che il petrostato non fosse un modello sostenibile indefinitamente era già chiaro al principe Bin Salman quando nella sua Vision 2030, il piano di sviluppo per modernizzare il paese, spinse per l’adozione massiccia dell’energia nucleare; che al tramonto di questo modello si trovi invece un deserto di “solarstati” è altamente speculativo, ma non più impossibile. È una strategia di diversificazione che tradisce la volontà di questi Stati di rimanere rilevanti quando l’era del petrolio sarà ridiscussa, d’altronde non è necessario che si esaurisca la risorsa, ma anche solo che abbia competizione. Il progetto NEOM, una megalopoli futuristica che sorgerà nel deserto saudita, sarà alimentato interamente da energie rinnovabili, principalmente solare.

L’Europa, dal canto suo, vive il solare come una forma di terapia post-traumatica. La crisi energetica del 2022, scatenata dal conflitto russo-ucraino, ha funzionato come elettroshock per un continente che aveva costruito la sua prosperità sulla dipendenza dal gas russo. Il fotovoltaico continua a crescere con una performance del +23,8% spinto da un maggiore irraggiamento solare e dalla nuova capacità installata in Italia, riflettendo una tendenza continentale. Il piano REPowerEU è nato come risposta di emergenza ma si è trasformato in una strategia di lungo termine: liberarsi dalla dipendenza energetica attraverso l’indipendenza solare. Nel 2025, il segmento contribuirà probabilmente a circa la metà della nuova potenza installata nell’Unione Europea. Ma l’Europa, con la sua tipica propensione per la regolamentazione burocratica, rischia di perdere la corsa industriale pur vincendo quella dell’adozione. Mentre installa pannelli solari cinesi, fatica a ricostruire una propria filiera produttiva. È il paradosso del continente che ha inventato la fisica moderna ma importa le tecnologie per catturare i fotoni.

Il Sole, però, non conosce confini né ideologie. Ogni mattina sorge democraticamente su autocrazie e democrazie, illuminando egualmente i pannelli occidentali e quelli orientali. In questo risiede tanto la promessa quanto il pericolo della rivoluzione solare: potrebbe democratizzare l’energia, liberando intere nazioni dalla dipendenza dalle importazioni fossili, oppure potrebbe semplicemente spostare le catene di dipendenza dai giacimenti di petrolio alle fabbriche di silicio e alle miniere di litio. I materiali con cui dieci anni fa veniva costruito un singolo pannello fotovoltaico, oggi ne costruiscono cinque. Batterie e capacità di stoccaggio migliorano di anno in anno – lontane dalla piena sostenibilità ma capaci di superare la stagnazione tecnica – portando stabilmente le rinnovabili nel campo delle energie competitive, imponendo all’atomo di non confrontarsi più con il fossile ma con il Sole, mostrando all’umanità che ha sempre scavato e cercato la sua indipendenza sottoterra, che anche alzare lo sguardo diviene una via praticabile. Se il Sole spegnerà i conflitti e le asimmetrie energetiche tra le nazioni, o ne innescherà soltanto di nuove – rimodellando la geografia del potere globale – è la domanda su cui non è ancora possibile far luce.

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