Il nostro Paese si conferma la seconda potenza industriale d’Europa, ma per gli italiani viene dopo turismo e commercio. Tra il peso dei rincari energetici, le incertezze geopolitiche e le sfide ambientali, la tenuta del Made in Italy sfida i pregiudizi e la crisi globale. Nell’immaginario collettivo degli italiani, la fabbrica evoca ancora le tute blu, il rumore alienante della catena di montaggio e un lavoro sporco, pesante, irrimediabilmente legato al Novecento. Una fotografia da manuale di storia che fatica ad attrarre le nuove generazioni, per le quali il lavoro ha perso quella centralità identitaria e quel prestigio di un tempo. Ma oltre a essere una questione di percezione, è soprattutto un problema di conoscenza diretta. I dati dell’ultimo Monitor sul lavoro condotto da Community Research & Analysis per Federmeccanica (e analizzati da Daniele Marini su Il Sole 24 Ore) rivelano infatti un profondo scollamento tra la realtà e la percezione comune: per la grande maggioranza degli italiani, l’industria occupa ormai un ruolo marginale nello sviluppo socio-economico del Paese. Appena il 12,5% degli intervistati la ritiene il pilastro fondamentale della nostra economia, lasciando il podio della rilevanza a settori come turismo (27,7%) e commercio.
Quando si guarda all’Europa, ben il 66,4% indica la Germania come leader industriale, seguita da Francia e Gran Bretagna, relegando l’Italia al quarto posto (12,4%). Una realtà ben diversa, eppure, i numeri raccontano una storia diametralmente opposta. L’Italia non solo siede stabilmente tra i grandi Paesi industrializzati del mondo, collocandosi subito dietro a giganti come Cina, Stati Uniti, Giappone e Germania con il suo 2,3% del peso globale, ma si conferma a tutti gli effetti la seconda potenza manifatturiera d’Europa. Il solo comparto metalmeccanico rappresenta circa l’8% del Pil nazionale, genera il 50% dell’export totale e dà lavoro a oltre un milione e mezzo di persone. Come evidenziato dal Centro Studi Unimpresa, l’economia reale italiana sta dimostrando una capacità di tenuta superiore rispetto alle altre grandi economie dell’Eurozona, chiudendo il 2025 con un calo dell’output contenuto al solo -0,3% mensile, un dato migliore rispetto a quelli registrati da Germania, Francia e Spagna.
Il merito va a un tessuto solido di PMI altamente specializzate e a nicchie tecnologiche ad altissima competitività. I dati confermano la vivacità del settore: nei primi quattro mesi del 2026, l’industria italiana ha aperto l’anno su livelli solidi. Secondo il report di Prometeia e Intesa Sanpaolo, il giro d’affari complessivo ha registrato un incremento del +2,3% su base annua, trainato in maniera equilibrata sia dal mercato interno (+2,4%) sia dall’export (+2,1%). Un risultato raggiunto nonostante un panorama internazionale complesso, segnato dalle guerre in Ucraina e in Medio Oriente. Proprio le tensioni geopolitiche e le difficoltà logistiche nello Stretto di Hormuz hanno spinto al rialzo i listini dei prezzi industriali (+1,8% tra marzo e maggio), riflettendo l’aumento dei costi operativi e del carobeni energetici – un trend inflattivo condiviso, seppur con sfumature diverse, anche da Germania (+1,9%), Spagna (+1,6%) e Francia (+1,1%).
Non a caso, il Rapporto di previsione d’autunno del Centro Studi Confindustria (CSC) ha rivisto al rialzo le stime di crescita del PIL per il 2026 porta ad un +1% (rispetto al +0,5% ipotizzato a inizio anno), grazie al buon andamento della prima metà dell’anno e alle risorse del PNRR. Tuttavia, per il 2027 le previsioni restano prudenzialmente stimate attorno a un +0,6%. A gravare maggiormente sul futuro della manifattura è il divario energetico: nel 2026 le imprese italiane hanno pagato l’energia ben il 35% in più rispetto alle concorrenti tedesche, con un’incidenza dei costi energetici sul totale aziendale cresciuta del 40% nell’arco degli ultimi sei anni. Un macigno che rodendo i margini limita gli investimenti e mina la competitività sui mercati esteri, a cui si aggiunge il freno dell’irrigidimento del credito previsto dai recenti rialzi dei tassi BCE. Tra i temi caldi affrontati da Confindustria c’è anche il sistema ETS (Emission Trading System). Se da un lato il meccanismo europeo ha favorito il taglio del 43% delle emissioni degli impianti manifatturieri italiani tra il 2005 e il 2025, dall’altro ha visto la chiusura di 386 impianti nello stesso arco temporale, evidenziando il delicato equilibrio tra sostenibilità ambientale ed economia reale nei settori energivori.

Infine, sul fronte del commercio globale, l’Italia deve fare i conti con l’industria Statunitense anche dovuta a nuove barriere commerciali, e con la concorrenza spietata legata alla Cina, fondamentale fornitore di materie prime ma aggressivo competitor. La chiave di svolta resta la diversificazione dei mercati. Ne è un chiaro esempio l’accordo di libero scambio UE-Mercosur, applicato in via provvisoria da maggio 2026, che nei soli primi tre mesi ha visto le esportazioni italiane verso l’America del Sud balzare del +10%. Una boccata d’ossigeno vitale soprattutto per le piccole e medie imprese, pronte a dimostrare che la manifattura italiana non è un ricordo del passato. L’industria italiana mostra fiducia: nei primi cinque mesi del 2026, quasi 9 imprese su 10 si sono dichiarate fiduciose di mantenere o incrementare i propri livelli produttivi, rispetto a circa 8 su 10 nel 2025. La ripresa, tuttavia, si inserisce in un contesto ancora complesso. Ciononostante, le aziende stanno ridefinendo le condizioni per recuperare competitività, mettendo in evidenza le leve strategiche capaci di rafforzare la resilienza e la capacità di creare valore. In questo scenario, la competitività non dipende più soltanto dall’efficienza produttiva, ma dalla capacità di governare l’intera value chain in modo integrato, combinando tecnologia, dati, persone e processi. La trasformazione digitale sta modificando il modo in cui le imprese progettano, producono e gestiscono le proprie attività. Le Smart Operations superano la logica della semplice automazione per creare sistemi interconnessi, capaci di utilizzare dati e tecnologie per anticipare gli eventi, supportare le decisioni e coordinare persone, macchine e processi. Il 90% delle aziende manifatturiere considera la digitalizzazione l’investimento più importante — oggi e in futuro — per incrementare il valore dell’impresa.
Le principali priorità riguardano Smart Manufacturing, logistica automatizzata e manutenzione predittiva, con benefici concreti in termini di produttività, qualità, efficienza e resilienza. Con l’aumento dell’interconnessione tra sistemi e processi, anche la cybersecurity assume un ruolo sempre più strategico, diventando parte integrante delle Smart Operations. La Supply Chain deve evolvere verso modelli più preventivi, resilienti e data-driven, capaci di anticipare le disruption. Visibilità end-to-end, strumenti predittivi, diversificazione dei fornitori e sourcing strategico diventano leve essenziali per aumentare la flessibilità e la continuità operativa. Anche la digitalizzazione delle PMI italiane sta andando in questa direzione: oltre il 60% si orienta verso soluzioni digitali per individuare fornitori alternativi e aumentare l’agilità della propria catena di fornitura. La trasformazione del manifatturiero coinvolge anche la relazione con il cliente. In un mercato sempre più competitivo, ogni punto di contatto — dalla fase commerciale al post-vendita — può diventare un elemento di differenziazione e di costruzione della fiducia. Dati e tecnologie permettono di conoscere meglio la domanda, sviluppare prodotti e servizi più personalizzati e rafforzare le attività di aftermarket ed assistenza, trasformando la customer experience in una concreta leva di valore.
L’Intelligenza Artificiale sta accelerando la trasformazione industriale, con applicazioni che spaziano dalla manutenzione predittiva alla robotica intelligente. L’Agentic AI rappresenta il passo successivo: agenti capaci di interagire con i sistemi aziendali e di supportare processi e decisioni con un livello crescente di autonomia. Secondo le proiezioni analizzate nello studio, entro il 2028 un terzo dei software aziendali potrebbe integrare funzionalità di Agentic AI. Tuttavia, per trasformare il potenziale dell’AI in valore reale servono dati integrati, sistemi connessi, governance e competenze adeguate. La transizione energetica e la sostenibilità stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nelle strategie industriali. Oltre il 90% delle aziende manifatturiere europee dichiara di essere in linea o in anticipo rispetto ai propri piani di sostenibilità, e circa l’80% ha aumentato negli ultimi due anni i budget dedicati all’economia circolare e alla transizione energetica. La sfida attuale è portare le tecnologie verdi su scala più ampia e coinvolgere l’intera filiera, intervenendo anche sulle emissioni. Parallelamente, la trasformazione tecnologica rende sempre più centrale il tema delle competenze.
L’indice dei posti vacanti nel manifatturiero ha raggiunto l’1,6% nel secondo trimestre del 2025, con un aumento del 70% rispetto alla media del periodo 2015- 2019. Formazione e reskilling diventano quindi elementi essenziali per accompagnare l’evoluzione del settore. Il manifatturiero italiano entra in una nuova fase. La ripresa rappresenta un’opportunità, ma la capacità di competere nel nuovo scenario dipenderà dalla possibilità di trasformare le discontinuità in innovazione e vantaggio competitivo. Smart Operations, Supply Chain resilienti, AI e Agentic AI, sostenibilità e competenze sono parte di un’unica trasformazione integrata che coinvolge l’intera value chain.