OGGETTO: Il Ministero del Futuro
DATA: 19 Ottobre 2026
SEZIONE: Società
FORMATO: Visioni
AREA: Italia
Tra l’VIII e il III secolo avanti Cristo, l’umanità attraversò l’Età Assiale: in pochi secoli nacquero quasi tutte le idee su cui poggia ancora la nostra civiltà. Venticinque secoli dopo, il futuro torna a pesare sul presente con simile forza. Tuttavia mancano le istituzioni capaci di abitare l'incertezza. Per questo lo scorso 10 ottobre, al MAXXI di Roma, abbiamo lanciato l’idea di un Ministero del Futuro.
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Tra l’VIII e il III secolo avanti Cristo, in regioni che non comunicavano tra loro, l’umanità ha attraversato quella che Karl Jaspers avrebbe chiamato Età Assiale. In Cina Confucio e Laozi interrogavano l’ordine del mondo e della condotta. Ad Atene Socrate e Platone fondavano il logos, Eschilo portava in scena la tragedia, Erodoto inventava la storia. Nella valle del Gange il Buddha e Mahavira pensavano il dharma; a Gerusalemme Isaia profetizzava, in Persia si diffondeva la parola di Zarathustra. In pochi secoli sono nate quasi tutte le idee su cui ancora poggia la nostra civiltà. Vale la pena chiedersi come sia potuto accadere, perché la risposta riguarda da vicino il nostro tempo.

Una delle spiegazioni più convincenti ha a che fare con il tempo stesso. L’agricoltura stabile, le città, le polis, la scrittura e i primi apparati amministrativi liberarono gli esseri umani da una parte della fatica quotidiana di sopravvivere. Nelle coscienze si aprì uno spazio, e quello spazio fu occupato dal futuro. Per la prima volta il domani diventava pensabile su larga scala, e proprio per questo diventava ingombrante, pauroso, a tratti terrificante: la morte, la catastrofe, il giudizio, la fine. Le grandi invenzioni di quei secoli si possono leggere anche come strategie di sopravvivenza davanti a questa scoperta. La profezia, l’attesa messianica, il mondo delle idee, il nirvana davano una forma a ciò che ancora non esisteva e ne alleggerivano il peso. Il futuro era diventato un’idea che opprimeva il presente, e l’umanità imparò a conviverci costruendo cattedrali di pensiero.

Venticinque secoli dopo, il futuro torna a pesare sull’oggi con una forza simile. Nel Global Risks Report 2026 il World Economic Forum ha scelto una parola per descrivere lo stato del mondo: incertezza. Gli analisti di Davos non sono soliti indulgere alla filosofia, e la loro diagnosi suona come una resa: il futuro è diventato difficile da prevedere, per molti impossibile da immaginare. Gli statistici chiamano code le estremità di una distribuzione, la zona in cui stanno gli eventi improbabili. La nostra epoca sembra essersi trasferita lì in pianta stabile. L’evento estremo è diventato la norma, e con lui si è incrinata la fiducia nelle previsioni. I dati continuano ad arrivare, puntuali e rigorosi, e spiegano sempre meno.

A spingerci nelle code sono pressioni che si alimentano a vicenda. Una tecnologia che accelera più in fretta di quanto le società riescano ad assorbire. Tensioni geopolitiche che smontano equilibri considerati definitivi. Un’irrequietezza diffusa, quella di individui che faticano a trovare un senso e una verità in cui riconoscersi. Il futuro collassa nel presente, e passato, presente e domani si schiacciano l’uno sull’altro. È possibile che ci troviamo all’inizio di una nuova Età Assiale, in cui queste spinte ridefiniranno l’etica, la politica e la filosofia.

C’è però una differenza che salta agli occhi. La prima Età Assiale aveva il volto dei sapienti, dei profeti, dei poeti tragici. Quella contemporanea si sta strutturando attorno a grandi organizzazioni che riscrivono il futuro della società. Alla profezia rispondono l’automazione di Boston Dynamics e i modelli predittivi. Allo sguardo divino che tutto vede risponde la sorveglianza di Palantir. La promessa di un’intelligenza superiore oggi porta il nome dell’AGI inseguita da OpenAI, mentre i computer quantistici di IBM interrogano la materia stessa della realtà. Bitcoin riscrive la fiducia e il valore. Attorno a tutto questo fioriscono un nuovo messianesimo New Age e un’apocalisse secolare, la crisi atmosferica, che l’Accordo di Parigi cerca di rinviare. Sono questi i luoghi in cui oggi si decide la forma del domani, con risorse che superano quelle di molti Stati e spesso fuori da qualsiasi mandato democratico. Molte di queste organizzazioni parlano il linguaggio della salvezza. Promettono abbondanza illimitata, la sconfitta della malattia, un’intelligenza capace di risolvere i problemi che noi non sappiamo risolvere. È la promessa di un paradiso costruito dalla tecnica. Di quella promessa Emanuele Severino aveva indicato anche il rovescio: «Il paradiso della tecnica è destinato a presentarsi come un inferno». Una potenza che cresce senza un fine ultimo lascia intatta l’angoscia per il futuro da cui prometteva di liberarci, e anzi la moltiplica.

Come rispondono le istituzioni? Misurando.

L’ISTAT conta prezzi, lavoro, nascite. La Banca d’Italia e le banche centrali leggono inflazione e debito. I mercati prezzano ogni giorno le aspettative. Insieme restituiscono al Paese un’immagine statistica di sé, e il loro rigore è prezioso. Il loro sguardo però è rivolto all’indietro, per costituzione: il dato è il passato che si ostina a parlare. Nelle code della distribuzione, lo specchietto retrovisore mostra con precisione la strada percorsa e lascia al buio la curva che arriva. Frank Herbert, in Dune, scrive che «il concetto di progresso è un meccanismo protettivo che ci difende dai terrori del futuro». Per decenni abbiamo usato la previsione allo stesso modo, come uno scudo. Oggi lo scudo si è assottigliato.

Lancio del Ministero del futuro. Museo MAXXI di Roma, 10 ottobre 2026

Serve allora un passaggio, dalla previsione affidata a mercati, statistiche e banche centrali a un’istituzione capace di vivere il presente dentro l’incertezza. Un’istituzione che sappia leggere ciò che sfugge ai numeri: i segnali deboli, gli immaginari, le paure e i desideri collettivi che precedono ogni dato. Il percorso va dal dato alla previsione, e dalla previsione all’immaginazione. L’idea può sembrare ingenua solo a chi dimentica quante volte la realtà ha superato la finzione. Negli anni Novanta, all’Università di Warwick, la Cybernetic Culture Research Unit coniò un termine per descrivere le idee e le finzioni culturali che, a forza di circolare, diventano reali oppure profezie auto-avveranti: iperstizione. Oggi che la profezia si è fatta algoritmo, e le previsioni numeriche tendono a predeterminare il domani invece di scoprirlo, immaginare il futuro diventa un atto strategico. Il futuro va intuito, predetto e infine plasmato, prima che si trasformi in destino irreversibile.

È da qui che nasce l’idea di un Ministero del Futuro, pensato per muoversi su due assi. Il primo è istituzionale. Si tratta di cucire fin d’ora il vestito di ciò che il Ministero potrebbe diventare, cioè le sue competenze, il suo organigramma, il modo in cui un futurologo, un poeta e un fisico quantistico possano redigere insieme un parere utile allo Stato, anche se non vincolante. È una proposta concreta, da consegnare a chi vincerà le elezioni del 2027. Il secondo asse agisce da subito, come un virus iniettato dentro la società contemporanea. È un luogo in cui ascoltare i modi periferici con cui le persone abitano già l’incertezza. Pratiche nate ai margini, nei territori, nelle comunità, nei linguaggi dell’arte e della scienza, che oggi sembrano eccentriche e domani potrebbero diventare strategie di Stato. In entrambi i casi la squadra è la stessa. Scrittori, registi, filosofi, poeti e artisti siedono allo stesso tavolo con fisici, tecnologi, economisti, giuristi e politologi, in un luogo dedicato alla produzione di pensiero.

Il 10 ottobre, al MAXXI di Roma, a chiusura della seconda edizione di Bayram, abbiamo presentato l’idea del Ministero del Futuro davanti a un pubblico di migliaia di persone. Da quel giorno Bayram è diventato anche un pensatoio permanente. Nelle prossime settimane apriremo sulle colonne digitali di Dissipatio un ampio dibattito sui temi che il Ministero dovrà affrontare, sul ruolo che dovrà assumere e sulla struttura che dovrà avere. Il pensatoio viaggerà poi in altre città italiane, perché il futuro si respira nei territori, nelle periferie, nelle fabbriche, nelle aree di siccità culturali, nelle università.

Altrove i ministeri più strani hanno contribuito, nei fatti, ad allargare le maglie della società. La Finlandia ha da oltre trent’anni una Commissione parlamentare per il Futuro. Il Galles ha istituito un commissario per le generazioni future. Gli Emirati Arabi Uniti hanno creato i ministeri della Felicità e delle Possibilità, mentre il Regno Unito e il Giappone hanno affidato a un ministro la lotta alla solitudine. In Albania invece è stato da poco istituito il Ministero dell’Intelligenza Artificiale con un avatar a capo della struttura. In Italia ministeri del genere restano provocazioni che non si realizzano mai. Nelle ultime tre campagne elettorali ne sono stati annunciati dodici, dalla Terza Età al Cibo, e nessuno ha visto la luce. Anche il nostro nasce come provocazione, lanciata nel Paese più vecchio d’Europa nella lingua che i vecchi amano di più, il futuro. È pensata per agire come un virus, che entra in un sistema, ne fa la propria casa e lo modifica dall’interno, creando alternative al presente per abitare l’incertezza di ciò che verrà.

Per questo, in realtà, il Ministero del Futuro è un ministero del presente, e quindi forse dell’eterno.

di Sebastiano Caputo e Marco Bassan

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In queste settimane, sulle colonne digitali di Dissipatio, apriremo un ampio dibattito su temi, ruolo e struttura che il Ministero del Futuro dovrà affrontare,  assumere e avere. Se hai idee, allucinazioni oppure proposte da sottoporci scrivici a ministerodelfuturo@dissipatio.it. Se riterremo il contenuto valido sarà nostra premura ricontattarti per pensare insieme i prossimi passi da compiere.

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