Mattia Feltri

"Come vorrei essere ricordato? Uno che nella vita ha fatto tanta fatica, e ha sempre cercato di essere leale".
"Come vorrei essere ricordato? Uno che nella vita ha fatto tanta fatica, e ha sempre cercato di essere leale".

Ho conosciuto Mattia Feltri nel lontano aprile del 2008. Porco mondo, son passati 13 anni! A ripensarci, un’era geologica. Qualche settimana prima, misi piede alla Stampa per la prima volta, arruolato come stagista. Feltri, dalla sua minuscola stanza e sotto la supervisione severa e implacabile, seppur distante, di Giulio Anselmi, dirigeva la stramba e simpatica redazione romana. In quella primavera, dalle parti di via Barberini, in una serata quasi estiva, assistemmo all’ultimo exploit di Berlusconi e al tramonto definitivo di Bertinotti, il parolaio rosso tanto sbeffeggiato – e giustamente, aggiungerei! – da Giampaolo Pansa. Mattia non era più il golden boy del giornalismo italiano. Era lapalissiano che tutte quelle responsabilità piovutegli addosso lo stavano cambiando. La leggerezza e l’essere scanzonato, il candore che l’avevano accompagnato nella sua stagione al Foglio, avevano ceduto il posto ad un impegno oneroso e di prestigio che lo teneva incollato 12-13 ore al computer o al telefono con gli inviati o, ancora, con il Direttorissimo che, da Torino, chiedeva, pretendeva, esigeva, e che, magari alle 9 di sera, quando la cena era pronta, ribaltava il giornale e – Dio santo! – si doveva ricominciare daccapo.

Ecco, Mattia Feltri, l’ho conosciuto in questo frullatore assurdo. Rarissime, in quell’anno, sono state le nostre chiacchierate. Quando arrivavo al giornale, lui era già chino sulle bozze da preparare o su qualche articolo da leggere. Ricordo, però, che era interessante ascoltarlo, quando, entrando nello stanzone dov’ero collocato, disegnava le pagine politiche con Ugo Magri e Carlo Bertini o la cronaca giudiziaria con Francesco Grignetti. Per anni, come spesso accade nella vita di tutti noi, non ci siamo più visti né incrociati, neanche furtivamente, ma ho sempre seguito il suo lavoro, apprezzandone la curiosità intellettuale e, soprattutto, l’irregolarità.

Da mesi, il suo nome mi ronzava nella mente e, quando L’Intellettuale Dissidente ha accolto la mia proposta, le ambasce di Giampiero Mughini – nume tutelare dell’ID – sono state fondamentali. E Mattia, senza pensarci troppo, si è fatto inchiodare, senza risparmiarsi, alla Confessione. Due ore ininterrotte, entrambi incollati sulla sedia, mentre fuori, la Cristoforo Colombo sembrava avvolta da una strana e benefica quiete.

F.M / francesco.melchionda@tiscali.it

***

Fotografie di Ludovica Borghesi

Mattia Feltri, a 51 anni suonati, e raggiunta un’ambita direzione, ti senti arrivato?

No, perché anche se è banale dirlo, se ti senti arrivato, meglio andare in pensione o al cimitero. In realtà, per sentirti arrivato devi avere una direzione, una meta; e io, credimi, non ho mai avuto nessun obiettivo preciso. Di solito, non programmo la mia vita oltre lo stasera, figuriamoci una carriera! Per giunta, non ho mai ambito a una direzione né, tantomeno, ho mai sentito il sacro fuoco per il giornalismo, per la notizia esclusiva, lo scoop. A me del giornalismo piace solo il fatto che si possa passare del tempo a leggere e scrivere, che sono le due attività più belle insieme a quelle corporali. 

Com’è nata la trattativa che ti ha portato, da circa un anno, a questo nuovo incarico?

A essere sincero, è stata una cosa a sorpresa. Ti racconto com’è andata: esattamente un anno fa, eravamo in pieno lockdown, mi telefona Maurizio Molinari, che era ancora direttore della Stampa. La sua telefonata mi aprì un mondo, perché capii che, nel gruppo Gedi, stava cambiando tutto. Insomma: mi chiama e mi fa: ti va di diventare direttore di HuffPost? Senza pensarci due volte, gli dissi di sì, anche perché, in passato, avevo già rifiutato due volte la vicedirezione della Stampa. Di lì a poco, come avevo immaginato, Maurizio direttore di Repubblica e direttore editoriale di Gedi, Massimo Giannini della Stampa e io di HuffPost. Ho accettato, inoltre, l’incarico, perché mi piaceva l’idea di rivoluzionare la mia vita e di fare del giornalismo online. La cosa peggiore che c’è nella vita è di impigrirsi nelle stesse cose.

Fare il capo della redazione romana, immagino, sarà stato un inferno per te. Poi con Anselmi… O mi sbaglio?

Allora: a 37 anni la mia vita cambia radicalmente. Nasce Benedetta, la mia primogenita, e subito dopo mi nominano capo della redazione romana della Stampa; lì avviene il passaggio in cui divento pienamente adulto, o almeno spero. Sai com’è la vita, no? Tu continui a considerarti un ragazzo, poi gli eventi ti investono, ti cambiano radicalmente. Ecco, da lì in poi, ho smesso di considerarmi un ragazzo. Poi, lavorare con Anselmi, prima da inviato e poi da capo della redazione romana, è stato bello e molto duro perché lui, come direttore, pretende tantissimo. Considera che quando assunsi l’incarico di responsabile della redazione pesavo 74 chili; il giorno del congedo, 66. Questo ti dà un po’ la misura dell’esperienza fatta.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Ma perché è stato durissimo lavorare con Anselmi?

Noi licenziavamo dalla redazione di Roma non meno di 20-25 articoli al giorno. Una produzione tosta, importante, direi. Io, in qualità di capo della redazione, li seguivo e leggevo tutti. Al massimo lasciavo a un vice i due-tre meno importanti. Una mattina lui chiama e mi chiede conto di un articolo messo a pagina 10, se non ricordo male. Mi domanda di questo pezzo, che non lo convinceva molto. Con grande candore gli dico: direttore, guarda, questo pezzo non l’ho letto; adesso mi informo e poi ti dico. Lui mi fa: cosa significa che non l’hai visto? Allora cosa stai lì a fare? Per quale ragione ti ho messo a capo se tu non sai rispondermi su un pezzo della redazione che dirigi? Fu durissimo, in quella telefonata, perché mi disse qualcosa come: ti sei dimostrato una volta di più inadatto alla carica che incautamente ti ho affidato. I suoi non erano rimproveri, erano lapidi. Anselmi sapeva essere irrimediabile nei suoi rimproveri, anche se poi avremmo scoperto con il tempo un lato affettuoso, dolce e non marginale del suo carattere. Scosso dalla tranvata, ne parlo a Federico Geremicca, che era stato capo della redazione romana prima di me, e mi lamento della durezza del direttore. Federico – sempre santo – mi disse: se vuoi fare il capo della redazione romana, rispondi di tutto, altrimenti lascia perdere. Considera che quando assunsi l’incarico di capo della redazione è avvenuto il passaggio dall’età giovane all’età adulta, mi riferisco esattamente a questo. Un’assunzione di responsabilità totale. Con Giuliano Ferrara sono diventato giornalista, con Anselmi, uomo. Almeno spero, ripeto. E gli sono profondamente grato.

Hai mai pensato, anche solo per un istante, di mollare la carriera del giornalista?

No, però agli inizi del Foglio – metà anni Novanta, avevo 26-27 anni – avevo pensato di tornarmene a lavorare in provincia perché partecipavo a queste riunioni di cui capivo sì e no il trenta per cento. Mi sentivo inadeguato e profondamente avvilito. Fortuna che ho tenuto duro.

La tua vita professionale, sovente, e purtroppo, aggiungerei io, è associata al nome di tuo padre. Ti senti, in qualche modo, un privilegiato?

È evidente che quando hai un padre così, ci sono i vantaggi e gli svantaggi. I vantaggi si concentrano all’inizio, gli esordi diventano più agevoli; quando ero a Bergamo-Oggi – avevo suppergiù 22-23 anni, – venni assunto dopo quattro anni di precariato, ma altri avevano diritto di precedenza. Il mio amico carissimo Cesare Zapperi, ora al Corriere, era al giornale da più tempo, venne scavalcato, e non fu bello. Il paradosso è che fu lui a consolare me, per dire chi è Cesare. È chiaro che ci sono dei vantaggi, ma poi subentra qualche svantaggio. Diciamo qualche noia, perché questo eterno paragone è diventato logoro, stucchevole. Non c’è intervista in cui non mi chiedano di lui, lo stai facendo anche tu. Poi, per mio padre, anche se le cose che ci dividono, politicamente e giornalisticamente, sono tante, ho un amore incondizionato. È tutto quello che posso concederti.

Mattia Feltri con la sorella a Santa Margherita Ligure

Cosa avresti fatto, se non ti fossi dedicato al giornalismo scritto? Saresti rimasto nella provincia bergamasca o saresti comunque scappato? 

Non lo so, sai? Perché quando ho cominciato a fare il giornalista, tutto pensavo fuorché diventasse la professione della mia vita. Io facevo l’università a Milano e cercavo di guadagnare qualche soldo per poter uscire alla sera a mangiare una pizza con gli amici come fanno tutti gli studenti di questo mondo. Siccome mi arrabattavo un po’ troppo, con lavoretti un po’ troppo vaghi, mio padre mi procurò una collaborazione con Bergamo-Oggi che anni prima aveva diretto. Con la collaborazione tiravo su 200.000 mila lire al mese, che, allora, per uno studente universitario, erano una bella cifra. E poi succede – e tu lo sai – che la vita di redazione ti tira dentro, perché è bella, intensa, imprevedibile, un eterno bar. Così, piano piano, ho abbandonato l’università e mi sono dedicato totalmente al giornalismo, pur non amando, e credimi, questa professione. O meglio, non ne amo i tic, il lessico, la mitologia. Guarda, se avessi fatto altro forse, ma forse, mi sarebbe piaciuto lavorare all’università.

Da ragazzo ti riconoscevi qualche talento, qualche qualità specifica?

Ero un pessimo studente ma bravo in italiano, nella scrittura, più in generale nelle materie umanistiche come storia o filosofia.

Quali sono stati, anche se in parte me lo hai già detto, i tuoi direttori di riferimento? Da chi hai imparato di più, e cosa, soprattutto? 

Te ne cito tre: con Giuliano Ferrara ho completamente cambiato il modo pensare e vedere il mondo perché questo mestiere ti insegna a muoverti in superficie; con Ferrara s’impara a fare il palombaro e quindi stai tutto il giorno in immersione. M’insegnava a vedere le cose da tutte le angolature, a mettere continuamente in discussione le proprie idee, a ricercare la complessità. È stato difficile all’inizio ma, poi, quando ho capito il meccanismo, è diventato inebriante. Il secondo è stato Giulio Anselmi, che accolsi con grande diffidenza.

Perché?

Per pregiudizio. Premessa: io non sono un nemico dei pregiudizi, il pregiudizio è una cosa quotidiana, inevitabile, ed è il primo passo verso il giudizio; il 90% delle nostre decisioni è preso per pregiudizio, perché ci manca il tempo di arrivare a un giudizio. L’importante è saperlo e cercare il più possibile di compiere un passo verso il giudizio. Ma, senza divagare, avevo un pregiudizio su Giulio Anselmi perché ricordavo il suo Corriere, il suo Espresso, dai quali, a cominciare dal modo in cui affrontarono Mani Pulite, mi sentivo lontanissimo. Alcuni, fra cui mio padre, che lo avevano avuto per direttore, ne parlavano come di un uomo inflessibile, durissimo, feroce. Però proprio mio padre mi disse: Anselmi è un uomo cattivissimo e un grandissimo giornalista. Ma se il mio pregiudizio è scomparso è soprattutto merito di Anselmi perché con me è stato anche se non soprattutto generoso. Mi diede subito grande visibilità, per circa due anni feci l’inviato a sua disposizione, mi diceva che dovevo scrivere solo se me lo chiedeva lui, nessuno altro era autorizzato a chiedermi una riga. Sarei stato un imbecille a non cogliere appieno la possibilità. Un altro grande che devo citare – il terzo – è Maurizio Molinari, il quale, quando Massimo Gramellini passa al Corriere, mi dà la rubrica “Buongiorno”. È stata un’esperienza fantastica, perché passavo la giornata a leggere e scrivere, in totale autogestione, in totale libertà. Una cuccagna. Oltretutto lui immaginava un Buongiorno diverso, sul daily life, bambini, vacanze, cose così. Io ho fatto l’opposto, ma Maurizio non mi ha mai detto nulla. Mi ha lasciato fare. Un direttore magnifico. Posso aggiungerti un quarto nome? Marcello Sorgi, che mi ha assunto alla Stampa, e col quale purtroppo ho lavorato pochi mesi.

Prima hai detto che, spesso, da un punto di vista giornalistico, sei in disaccordo con tuo padre. Cosa volevi dire? Cosa vi divide?

Che siamo diversi.

Una volta, a Sabelli Fioretti, rammentasti che il rientro di tuo padre, a casa, ti disturbava molto. Perché?

Ma perché ero sciocco. Lo vedevamo poco, e mi sembrava intollerabile che lui tornasse ogni tanto a dividere i buoni dai cattivi. Ma aveva quattro figli, anzi cinque, perché c’era anche mio cugino Paolo, da mantenere. Che doveva fare? Sospendere il giudizio? Semplicemente, dissi una puttanata.

Che rapporto avete oggi? Sempre conflittuale?

Ma ci vogliamo un gran bene, poi, a volte, litighiamo sulla politica come due bambini. Mi è capitato, tanto per dire, anche di prendermi del comunista da lui! Comunista io?! Capito?

Stenio Solinas, se non erro, ti ha inserito tra i giganti di carta. Affettuosità giornalistiche o mero giudizio obiettivo della tua carriera? 

Quello era un momento in cui nel nostro piccolo mondo ero diventato improvvisamente popolare. Alla fine degli anni Novanta avevo scritto una serie di inchieste sul Foglio e già dalla prima, su Pietro Pacciani, cominciarono ad arrivare lettere, elogi, anche da colleghi importanti. A me sembrava già un miracolo fare il giornalista in un quotidiano nazionale, e con Giuliano Ferrara. Diventare anche quasi famoso… Mi sembrava di essere su Scherzi a parte. Il libro di Solinas arriva in quel momento lì, e mi rese felice, ma naturalmente non mi considero né mai mi sono considerato un gigante.

Chi sono i giganti del giornalismo, per te?

Pur non condividendo molte delle sue idee, e non credo che questo lo turberà, ti dico Eugenio Scalfari. Quello che ha fatto prima con l’Espresso e soprattutto con Repubblica è qualcosa di incredibile. Si deve tornare agli anni di Frassati o di Albertini per vedere una cosa simile. Forse Scalfari è stato il più grande giornalista del Novecento. Voglio dire: Indro Montanelli, che forse è stato il più grande in quello che in America è chiamato “All About Me Journalism”, non è riuscito nella stessa impresa con Il Giornale. L’altro gigante, per me, è stato Enzo Bettiza, uno che si è messo dentro il Novecento, e l’ha saputo raccontare senza fanatismi, con un enorme carico di cultura, da una scomoda posizione liberale, lontano da tutte le chiese politiche del “Secolo breve”. La capacità di analisi, la lucidità di Bettiza, ecco, non l’hanno né Scalfari né Montanelli. Il suo Esilio è un grandissimo libro che chiude il Novecento e apre al nuovo millennio.

Fotografie di Ludovica Borghesi

E Giorgio Bocca?

Bocca è stato un grande giornalista, figuriamoci se voglio sminuire la sua bravura, ma i giganti sono quelli che ti ho citato prima. Gigante è una parola importante.

Cosa non ti piace della tua scrittura? Rileggendoti, magari, pensi sia migliorabile?

All’inizio mi rileggevo più spesso, il giorno dopo, per capire su cosa potessi migliorare. Ma non sono sicuro che funzioni. Temo che la mia scrittura, a volte, sia ridondante. Sicuramente sono diventato meno schiavo delle regole, e mi concedo più licenze. Per esempio me ne fotto delle ripetizioni. Se devo dire Genova dico Genova, la seconda volta non dico sotto la Lanterna.

Quali sono, secondo te, i peggiori vizi del giornalismo italiano?

La pigrizia mentale che produce riunioni di redazione ripetitive e indolenti e articoli ripetitivi e gergali. Se la tua scrittura non evolve, vuole dire che non stai evolvendo tu. Che non hai personalità, non sei dentro il tuo lavoro. Talvolta gli articoli sembrano già scritti dagli algoritmi di cui abbiamo tanta paura.

Roberto D’Agostino, in più di un’occasione, ha detto che se in Italia ci fosse una stampa seria e libera, Dagospia non esisterebbe. Perché, secondo te, Dago è stato così tranchant nei confronti della stampa italiana?

Qualche volta è ingeneroso, il più delle volte ha ragione.

Quanti adulatori, oggi che sei direttore, ti si avvicinano e paventano un’ammirazione, un’amicizia, che magari non c’è mai stata?

Un po’ di adulazione c’è e ci sarà sempre, ma sarà che ormai ho un’età e ne ho viste, non mi faccio condizionare e sono diventato indulgente. Chi ti ammira ci tiene a fartelo sapere, tutto qua, e magari eccede in buona fede. Chissà quante volte mi sono lasciato trasportare anche io all’uso di aggettivi a rischio adulazione.

Chi sono i tuoi amici nel giornalismo?

Sicuramente Christian Rocca, al Foglio all’inizio eravamo i due ragazzi di bottega. Ora ci vediamo meno ma se ho bisogno di un consiglio spesso lo chiamo. Poi Alessandro Dell’Orto, che lavora a Libero. Ci conosciamo dalla quarta ginnasio, dal 1982. Alessandro è l’amico della mia vita. Mi voglio fermare a questi due perché sennò dovrei farti un elenco corposo.

Giampiero Mughini, nelle sue letterine a Dagospia, scrive spesso che sei un suo amico fraterno. Com’è nata la vostra amicizia?

Giampiero è più di un amico, è un punto di riferimento. Mi invitò anni fa a cena a casa sua e abbiamo preso a vederci sempre più spesso e sempre più regolarmente. Lui è straordinario, ha una quantità di interessi e di competenze che io mi sogno. Amo tutto di lui, la sua casa, la sua biblioteca, i suoi quadri, i suoi vini, il suo modo di ragionare, mi piace soprattutto che per lealtà verso sé stesso abbia accettato di pagare le conseguenze delle sue scelte.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Se potessi, quale firma porteresti subito all’Huffington? E perché?

Non ci ho mai pensato anche perché le condizioni della stampa, soprattutto con la pandemia, sono assai peggiorate. Ne porterei tante, se potessi. Sicuramente, sono felicissimo di ospitare campioni e amici come Gianni Riotta, Alessandro Barbano, Pigi Battista, Gerardo Greco, che avevano voglia di collaborare con noi, senza dimenticare Mughini e Ugo Magri, che è un fuoriclasse e il giornalismo italiano porta la colpa di non averlo compreso appieno.

Quali sono stati, negli anni, i tuoi peggiori – o grandi – errori giornalistici?

Di errori ne ho fatti tanti. Per esempio ricordo anni fa di aver scritto un pezzo scorretto nei confronti di Massimo Fini, che poi mi ha ripagato della stessa moneta. Il più grande errore è stato il sostegno totale, infantile, sciocco a Mani Pulite nei primi tempi. La più grande puttanata della mia vita!

Giancarlo Dotto mi ha detto che la notizia, per lui, non è tutto, e che se ha in mano uno scoop delicato su un suo amico, l’amicizia prende il sopravvento. Tu come la vedi?

Sono totalmente d’accordo con lui. Solo in amore esiste l’assolutismo, e a quello si piegano le cose.

Da lettore onnivoro, ho sempre ritenuto la lettura dei giornali qualcosa di effimero, fugace, aleatorio. Tu cosa ne pensi?

La sensazione è quella che dici tu. Allo stesso tempo, penso, però, che leggendo, ogni giorno metti un sassolino in più. E alla fine, dopo tanto tempo, ti accorgi che tutti quei sassolini hanno formato una montagna. Ecco: leggere i giornali aiuta semplicemente a spostare di un po’ la tua visione delle cose, della vita, del mondo.

Tuo padre, più di una volta, e pubblicamente, ha raccontato che per lui la monogamia è una sciocchezza e che lui non lo è mai stato, se non nei primi anni di innamoramento. Come hai vissuto, da figlio, le sue esternazioni? Imbarazzo, sconcerto, sofferenza?

Io sono monogamo. Sto con Annalena, che poi è diventata anche mia moglie, da 19 anni. Certo che è uno sforzo. Tu pensi che io, in 19 anni, non abbia avuto possibilità, alcune anche a porta vuota? Quando prendi un impegno con una persona, lo prendi in primis con te stesso. E se tu vieni meno a quell’impegno, vieni meno a te stesso. La monogamia è il mio modo di essere, e non pretendo che lo sia anche per gli altri.

Non ti ha fatto soffrire la sua esternazione?

Sono cose che riguardano mia madre e mio padre.

Ti consideri un libertino, da un punto di vista intellettuale?

Totalmente. Detesto il moralismo. Ho una morale su cui ho costruito la mia vita, ma non è il metro su cui misuro gli altri. Detesto l’imposizione della morale altrui, le idee definitive e inflessibili, la filosofia sistematica, tutte cose che portano alla dittatura perché non ammettono dissenso.

Qual è stato il dolore più grande della tua vita, e che, ancor oggi, non riesci a cancellare o magari, dimenticare?

Non ho avuto grandi dolori nella mia vita, perlomeno finora.

Cos’è, allora, che ti fa soffrire?

Mi fa soffrire la perdita di un mondo che mi sta sfuggendo di mano, perché passano gli anni, perché invecchio. Di recente un amico mi ha mandato una foto di San Patrizio, un santuario della Val Seriana attorno a cui è ruotata la mia infanzia, e penso a miei nonni, a un mondo che non c’è più, perduto per sempre.

Mattia Feltri, nemmeno trentenne, al Foglio.

Sei un nostalgico?

No, assolutamente, non sto dicendo che era un mondo migliore, solo che è irrimediabilmente dissolto. Il Mattia di San Patrizio è irrimediabilmente dissolto.

Qual è stato il vero amore della tua vita? Pensi anche tu, come Karl Kraus, che la vita familiare sia un’interferenza nella vita privata?

Beh, mia moglie, decisamente. Ho conosciuto Annalena che avevo 32 anni. Lei non è solo bellissima, è intelligente, sempre interessante, stimolante. Prima di conoscere lei, con le altre mi annoiavo a morte, alcune cene erano il deserto, la desolazione. Kraus coglie comunque un punto, perché è vero che la privatezza l’hai solo con te stesso. Basta non mitizzarla. Anche perché dopo un paio di giorni l’eccitazione della solitudine si consuma.

Ti sei definito più volte timido con le donne. Sei migliorato nel tempo o resti sempre un po’ imbranato?

Se ho detto così, ho sbagliato. Non sono timido. Da ragazzo ero imbranato, sì, perché le ragazze che mi piacevano le consideravo fuori dalla mia portata. Poi mi sono accorto che mi sottovalutavo un po’ troppo. E sono migliorato.

Com’erano i tuoi vent’anni? Spensierati, tormentati, difficili, belli?

Mi sono divertito molto in quegli anni. Lavoravo, avevo soldi, uscivo tutte le sere. Non mi sono fatto mancare nulla.

Droghe?

Qualche tiro di spinello quando lo fumavano gli amici. Ma non sono mai stato attratto dalle droghe.

C’è un ricordo a cui sei legato in modo particolare?

Più che un ricordo, mi viene in mente un periodo in particolare, e lo colloco, sicuramente, negli anni che ho trascorso al Foglio. Come ti ho detto all’inizio di questa intervista, con Ferrara ho avuto la possibilità e la consapevolezza di poter diventare qualcosa di diverso da quello che immaginavo. Lui mi diceva, perché non fai questa inchiesta? E dovevo sparire per due settimane. Proprio non potevo farmi vedere, stavo in giro a raccogliere materiale. Avevo il tempo di innamorarmi delle storie. Poi tornavo e scrivevo 50, 70, 100 mila battute. Una pacchia.

Qual è stato il giornale in cui ti sei sentito più libero di esprimerti?

Ovunque. Tutto quello che ho scritto non è mai stato discusso o censurato dai miei direttori, mai! Se sai in che posto lavori, e qual è il confine che non va superato, allora ti si aprono spazi di libertà infiniti, diventi più libero degli altri. Se capisci questo, non ti fermano più. Oggi ho più spazi di libertà di 10 anni fa. La libertà è una conquista quotidiana. Non è mai assoluta.

Qual è il posto del tuo cuore? E perché?

San Patrizio, di cui ti parlavo prima. È il posto dei miei avi. Ha qualcosa di metafisico.

Quante volte l’ego e la vanità hanno preso il sopravvento sulla tua ratio? Hai difficoltà a domarli?

La vanità no, perché mi viene facile domarla, la vanità è insopportabile; domare l’ego è più difficile, perché mettere in discussione sé stessi, dirsi ho torto, dirsi è colpa mia, non sono all’altezza, ecco, queste sono le cose più difficili del mondo.

Quali sono i peggiori difetti che ti riconosci?

La pigrizia, sicuramente. Ho sempre lavorato molto, ma appena posso mi lascio travolgere dall’indolenza. E perdo facilmente le staffe, in modo anche virulento, davanti alla stupidità. Il colpo basso lo perdono, la stupidità è irrimediabile e dunque imperdonabile.

Dopo tanti anni nella Capitale, ti senti ancora provinciale alla maniera di Bocca?

Siamo tutti provinciali; in fondo c’è un provincialismo persino a Roma. Se tu chiedi a un romano di andare a lavorare, chessò, a Torino, probabilmente ti dirà di no perché pensa che oltre le Mura Aureliane ci siano distese di barbari. Hanno un sentimento da caput mundi non più confermato dalla storia, ma non c’è niente di più perdonabile: tutti si credono l’ombelico del mondo, persino a Bergamo. Nessuno sfugge all’angoletto in cui è nato e cresciuto.

Ti piacerebbe morire a Roma?

Non mi pongo il problema di dove morire, ma, più che altro, di morire.

Se non erro, a scuola non si mai stato un alunno modello, anzi. Che ruolo hanno avuto i libri nella tua vita?

Ho cominciato a leggere molto da bambino. Ero malato, e passavo lunghi periodi a letto e ho divorato Salgari e Verne. Di Verne credo l’opera omnia, o quasi. Poi, intorno ai vent’anni, quando ho cominciato a fare il giornalista, te l’ho detto, facevo la bella vita, e i libri li ho salutati. Arrivato al Foglio, mi accorsi che avevo un gap non indifferente con la classe dirigente del giornale, e allora mi sono messo sotto, proprio a studiare. Ho letto molta storia. Ho scoperto saggisti meravigliosi, specie di inizio Novecento. E poi penso alle grandi, meravigliose, libere donne del Secolo Breve, Hannah Arendt, Simone Weil e quella donna pazzesca che è stata Agnes Heller, che a undici anni sfidava il coprifuoco dei nazisti perché il padre le aveva insegnato che la libertà è sempre più importante della sicurezza. Poi il padre morì ad Auschwitz, ma Agnes Heller è diventata Agnes Heller. Senza i libri sarei una persona completamente diversa. 

Mi dici tre autori che ti hanno segnato in modo indelebile? E perché?

Nella narrativa direi Dostevskij, soprattutto i Karamazov, per l’enormità dell’ambizione; poi Vasilij Grossman per Vita e Destino, il romanzo dentro cui c’è tutto il Novecento. Della saggistica ti dico Elias Canetti per Massa e Potere, un saggio che è il ritratto leonardesco dell’umanità.

Fotografie di Ludovica Borghesi

Ti senti più intelligente o colto?

Sono due cose che non vanno di pari passo. Uno colto non necessariamente è intelligente e viceversa. Nella prima pagina di Uscita di sicurezza, Ignazio Silone ricorda suo padre contadino, siamo nei primi anni del Novecento, che lo rimprovera perché rideva di un carcerato. Gli dice: primo, magari è innocente; secondo non può difendersi; e terzo, è un infelice. Il papà di Silone non era colto, ma era più intelligente di te e me messi assieme.

Cioran sosteneva che non poteva frequentare persone che non amassero la musica. Hai dei miti, degli eroi musicali?

La musica, per me, è fondamentale. Mi accompagna tutti i giorni. I miei eroi sono Lucio Battisti, uno che se avesse cantato in inglese oggi sarebbe considerato a livello dei Beatles; i Radiohead che a cavallo fra il ’97 e il 2001 hanno infilato tre dischi che hanno ribaltato la storia del pop; le sonate per pianoforte di Beethoven eseguite da Glenn Gould: no, dico, la testa di Beethoven più la testa di Gould, ti rendi conto? Per finire: un ultimo evergreen è la Patetica di Tchaikovsky, soprattutto se diretta da Valerij Gergiev, un continuo vertiginoso saliscendi, che non può che concludersi verso l’abisso.

Cosa ti rende realmente felice, se mai lo sei stato?

Essere felici al massimo è un’intuizione. Lo stare in famiglia sicuramente, con mia moglie e i miei bambini. Mi bastano le piccole cose: un pranzo al mare, una serata con gli amici. E poi la montagna, tutto della montagna mi inebria. E poi se vince il Toro, quindi sono spesso triste.

Hai dei rimorsi?

Sicuramente ho il rimorso di vedere pochissimo mia madre. Dovrei sforzarmi di trovare il tempo e di stare un po’ con lei. Temo, con il tempo, di pagarlo, questo rimorso.

Sei più fedele alla solitudine intellettuale o a quella sociale?

Non ho solitudini a cui essere fedele.

Terminassi oggi la tua carriera giornalistica, come vorresti essere ricordato?

Oddio, non ci ho mai pensato! Di getto ti dico: uno che nella vita ha fatto tanta fatica, e ha sempre cercato di essere leale.

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