Intervista

Giulio Sapelli: «La Germania è il laboratorio del neo-jingoismo. L'Europa? Una burocrazia celeste che ha rinunciato alla storia»

«A mio avviso non si comprende l'AfD se la si considera semplicemente come il ritorno del nazismo. Certamente al suo interno esistono componenti estremiste o deprecabili e la storia tedesca impone una vigilanza particolare. Ma dal punto di vista delle strutture profonde una parte del suo immaginario politico richiama piuttosto la tradizione nazionale prussiana e bismarckiana»
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La Germania è tornata al centro della crisi europea. Nelle elezioni regionali del settembre 2026 l’AfD ha conquistato il primo posto in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, mentre la CDU è rimasta per la prima volta fuori da un parlamento regionale; a Berlino Die Linke ha invece conquistato il primato, con l’AfD in forte crescita. Il centro politico tedesco – vero cuore politico dell’UE – appare sempre più compresso fra due contestazioni di segno opposto.
Per Giulio Sapelli, grande economista, accademico e intellettuale, però, dietro la crisi tedesca e quella europea si manifesterebbe piuttosto il ritorno del neo-jingoismo, la ricerca di protezione sociale e nazionale da parte di gruppi che non si sentono più rappresentati dalle vecchie classi dirigenti.

-Professore, partiamo dalla Germania. AfD ha vinto in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Die Linke ha conquistato Berlino e la CDU di Friedrich Merz ha subito una delle peggiori sconfitte della sua storia. Si parla nuovamente di un’onda nera o rossobruna. È una definizione che la convince?

No. Non userei queste formule quantomeno caricaturali. Quello che vediamo è piuttosto il ritorno di un fenomeno che nei miei ultimi studi ho cercato di interpretare attraverso la categoria del neo-jingoismo.

-Ovvero?

Il jingoismo nasce storicamente nel mondo britannico ed esprime un nazionalismo popolare che si sviluppò all’inizio del Novecento, quando la lotta contro gli immigrati da parte delle aristocrazie operaie delle nazioni metropolitane era scatenata e diffusa. Il neojingoismo è quindi una sua riedizione nazionalista e popolare che con altri mezzi e metodi si presenta come la risposta spontanea delle classi lavoratrici quando percepiscono che il proprio livello salariale, la propria sicurezza e la propria posizione sociale vengono messi in discussione.
È un meccanismo che abbiamo già visto molte volte nella storia europea.
Pensiamo alla concorrenza tra lavoratori provenienti da sistemi economico-sociali differenti. Quando un lavoratore arriva da un Paese nel quale salari, diritti e organizzazione sindacale sono molto più deboli, la sua presenza può essere utilizzata per comprimere le condizioni dei lavoratori del Paese di arrivo.
Questo problema è stato sottovalutato da una parte importante del sindacalismo europeo, troppo spesso incapace di elaborare una politica del lavoro adeguata alle trasformazioni prodotte dalla globalizzazione e dall’integrazione comunitaria.
E allora riemerge il neo-jingoismo, come è riemerso negli USA con Trump.

-Quindi lei interpreta anche una parte dell’avanzata dell’AfD come una questione sociale prima ancora che ideologica?

Certamente. John A. Hobson aveva compreso perfettamente il legame tra imperialismo, competizione internazionale e conflitti sociali. Quando si crea un enorme esercito industriale di riserva, l’offerta di lavoro aumenta e possono diminuire di conseguenza salari, diritti e sicurezza.
La risposta non può essere quella di abbandonare l’immigrato nelle mani del mercato.
Bisogna fare esattamente il contrario: formarlo, insegnargli un mestiere, inserirlo in una struttura sociale e professionale in modo da eliminare condizioni paraschiavistiche e una concorrenza asimmetrica al ribasso che penalizza solo i lavoratori.

-Lei parla quasi di una crisi sistemica della Germania.

Sì.
E qui bisogna ricordare anche il piano Morgenthau. Dopo la Seconda guerra mondiale esisteva realmente, negli Stati Uniti, l’idea di impedire che la Germania tornasse a essere una grande potenza industriale, riducendone radicalmente la capacità produttiva.
Quel progetto non venne realizzato perché la Guerra fredda impose un’altra logica: la Germania occidentale doveva diventare un bastione dell’Occidente.
Da allora l’industria è stata il fondamento della rinascita tedesca.
Ora assistiamo a qualcosa di paradossale: una parte importante della classe dirigente europea ha accettato politiche che rischiano di erodere proprio la base industriale sulla quale era stata costruita la potenza tedesca. Una nuova pastoralizzazione autoimposta che ha disgregato il patto sociale tedesco.

-Friedrich Merz non rappresenta quindi, secondo lei, la possibilità di ricostruire quella borghesia industriale?

Mi pare che Merz rappresenti precisamente la crisi di quel mondo.
La grande industria tedesca avrebbe dovuto reagire molto prima. Invece si è lasciata trascinare dentro una trasformazione industriale e regolatoria senza riuscire a difendere adeguatamente la propria autonomia strategica.
Pensiamo all’automobile e al motore termico.
Per me quello che è avvenuto nell’automotive europeo è emblematico. Il motore termico non è soltanto una tecnologia: è uno dei pilastri sui quali è stata costruita la civiltà industriale europea.
Naturalmente la tecnologia cambia e la transizione energetica è inevitabile. Ma una classe dirigente seria dovrebbe sapere governare queste trasformazioni non distruggere un settore prima di avere costruito quello che dovrà sostituirlo.

-È quello che lei definisce l'”auto-da-fé” della borghesia europea?

Esattamente.
La borghesia industriale europea ha partecipato al proprio auto-da-fé.
Manager pagati cifre enormi, imprenditori trasformatisi progressivamente in finanzieri, grandi gruppi che disponevano di mezzi giganteschi non hanno compreso in tempo che stavano perdendo il controllo delle trasformazioni politiche che decidevano il loro futuro.
È uno dei temi che ho affrontato parlando della fine delle borghesie nazionali.
La vecchia borghesia non era semplicemente una classe ricca. Era una classe radicata in un territorio, in un’impresa, in una professione, in una nazione. Aveva un interesse di lungo periodo.
Oggi quella borghesia si è dissolta.
Al suo posto abbiamo da un lato grandi élite finanziarie deterritorializzate e dall’altro ciò che rimane delle piccole borghesie produttive.
È una trasformazione che ho cercato di descrivere anche parlando del passaggio dal capitalismo manageriale al capitalismo proprietario.

-E in questo quadro come interpreta l’AfD?

Bisogna evitare le stigmatizzazioni.
A mio avviso non si comprende l’AfD se la si considera semplicemente come il ritorno del nazismo. Certamente al suo interno esistono componenti estremiste o deprecabili e la storia tedesca impone una vigilanza particolare. Ma dal punto di vista delle strutture profonde una parte del suo immaginario politico richiama piuttosto la tradizione nazionale prussiana e bismarckiana.
Io credo che il movimento di Alice Weidel rappresenti una forza neojingoista che segna il ritorno del prussianesimo come fondamento della nazione, domanda di ordine, di protezione sociale e di sovranità. E non è un caso che i suoi maggiori successi siano proprio nei territori dell’est prussiano, bismarckiano e protestante.

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-Nel suo precedente libro lei utilizzava Étienne Balázs e La burocrazia celeste per descrivere l’Unione Europea. Quella metafora le sembra ancora valida?

Più che mai.
Balázs descriveva la Cina imperiale come un sistema dominato da una classe di mandarini, funzionari-letterati capaci di esercitare un enorme potere amministrativo.
Quella burocrazia possedeva una cultura straordinaria, ma proprio il suo dominio contribuì a impedire l’autonomia della borghesia e a bloccare una parte dello sviluppo cinese.
Io utilizzo questa immagine per l’Europa contemporanea.
Naturalmente la nostra non è una burocrazia confuciana di letterati. È una burocrazia celeste ordoliberale fatta di tecnici, funzionari, regolatori, apparati che producono norme su norme e che finiscono per identificare il governo con la regolazione.
È esattamente il problema che avevo già indicato parlando dell’Unione Europea come evoluzione di un modello neocameralistico e dirigistico.

-Von der Leyen ha parlato recentemente delle pressioni che Russia e Stati Uniti esercitano sull’Europa. Il vero problema europeo viene dall’esterno o dall’interno?

La pressione internazionale esiste, naturalmente.
Ogni impero persegue esclusivamente i propri interessi.
Il problema è pensare che debbano essere gli altri a preoccuparsi degli interessi europei.
Deve farlo l’Europa.
E invece l’Europa ha progressivamente rinunciato a pensarsi come soggetto politico.
Questo è il vero problema.
Puoi avere migliaia di funzionari, edifici, bilanci, regolamenti, tribunali, programmi. Puoi esercitare un potere enorme sulla vita quotidiana dei cittadini.
Ma questo non significa avere una politica mondiale.
L’Unione Europea possiede moltissimo potere regolatorio, ma pochissima potenza politica.
Ed è evidente che queste componenti sono due cose completamente diverse.

-Quindi non vede un futuro per questa Unione Europea?

Per questa forma dell’Unione Europea vedo enormi difficoltà.
Perché è potentissima e impotente nello stesso momento.
Può stabilire come deve essere prodotto un bene, quali requisiti deve avere un’automobile, come devono essere regolati migliaia di aspetti della nostra vita economica.
Ma poi, quando deve decidere la storia, non decide nulla.
Questo è il paradosso della burocrazia celeste.
Il potere amministrativo cresce mentre diminuisce la propria potenza strategica.

-Lei arriverebbe a parlare di una nuova forma di capitalismo?

Sì.
La definirei provocatoriamente una forma di capitalismo burocratico-confuciano.
Non perché l’Europa sia diventata la Cina, naturalmente, ma perché il capitalismo viene progressivamente incorporato dentro enormi strutture amministrative e regolatorie.
La legittimazione non deriva più soltanto dalla proprietà privata o dal mercato, ma dalla capacità di controllare le norme, le procedure, le autorizzazioni, le grandi strutture sovranazionali.
È un capitalismo nel quale il potere situazionale di fatto diventa sempre più importante.

-Mentre l’Europa si avvita nella regolazione, Stati Uniti e Cina si confrontano direttamente. Proprio negli scorsi giorni Donald Trump e Xi Jinping si incontrano a Washington. Come interpreta questa rivalità?

Con grande preoccupazione.
Bisogna mantenere una cooperazione competitiva.
Stati Uniti e Cina devono competere, ma senza trasformare la competizione in uno scontro totale.
Oggi sembra, invece, che una delle due potenze pensi di poter ottenere una collaborazione duopolistica con l’altra. E ciò sarebbe molto pericoloso.
In questo quadro Taiwan rimane naturalmente uno dei punti decisivi e un cedimento statunitense su questo fronte sarebbe un grave errore.
Qualunque trasformazione radicale dello status quo di Taiwan modificherebbe gli equilibri dell’intero Pacifico.
Non bisogna pertanto ripetere errori già compiuti altrove.

-Eppure nel suo ultimo libro lei insiste anche sulla fragilità interna della Cina.

Perché la Cina non è il monolite che molti occidentali immaginano.
Io continuo a dire che bisogna distinguere il Leviatano dal Behemoth.
Il Leviatano è un potere ordinato. Il Behemoth è un potere gigantesco ma attraversato dal caos.
La Cina possiede una struttura statuale formidabile, ma sotto quella superficie esistono contraddizioni e asimmetrie immense: tra città e campagne, coste e interno, ricchi e poveri, apparato comunista e capitalismo proprietario.
In questo contesto il problema agrario rimane fondamentale.
Milioni di contadini e lavoratori migranti interni vivono ancora dentro sistemi di mobilità e cittadinanza molto differenti da quelli europei.
Per questo non credo alla teoria della Cina come macchina perfetta destinata inevitabilmente a dominare il mondo.
Anche la Cina è attraversata dalla storia.

-Torniamo all’Italia. Anche da noi abbiamo assistito a fenomeni che lei ricondurrebbe al neo-jingoismo: prima la Lega, poi Fratelli d’Italia e oggi Roberto Vannacci. Come interpreta quest’ultimo fenomeno?

Vannacci è un fenomeno neo-jingoista quasi allo stato puro.
Anche perché viene dal mondo militare.
Ma non bisogna sovrastimare il fenomeno.
Una parte della sua forza è prodotta dall’amplificazione dei mass media.
Il vero problema che Vannacci mette in luce non è Vannacci.
È la crisi dell’autorità dello Stato.
Ed in questo disordine le mitologie e nostalgie evocate da Futuro Nazionale non possono che inquietare.

-E il governo Meloni? Rappresenta quella borghesia nazionale che lei vede invece scomparire in Germania e Francia?

Non credo che oggi esista più una vera borghesia nazionale nel significato storico del termine.
Ma l’Italia possiede qualcosa di straordinario che spesso dimentichiamo.
Possiede milioni di persone che ogni mattina tirano su la serranda.
Sono gli artigiani, i piccoli imprenditori, le famiglie che possiedono una piccola azienda, i commercianti, le imprese territoriali.
Questa è una delle grandi risorse dell’Italia.
Io credevo, molti anni fa, che la Lega potesse trasformarsi in quello che Giorgio Amendola avrebbe chiamato un «partito dei produttori»: un movimento capace di rappresentare chi produce realmente.
Non è accaduto.
Ma quei produttori esistono ancora.
E tengono in piedi il Paese e forse oggi guardano, al di là di ogni giudizio politico, più a Meloni che ad altri partiti.

-Lei attribuisce invece alla Gran Bretagna una tradizione istituzionale più profonda rispetto a quelle degli altri paesi occidentali. Ma anche Londra oggi attraversa una crisi molto seria specie sotto spinte neojingoiste e separatiste…

Sì.
Ed è per questo che bisogna tornare a Hobbes.
Tutti leggono il Leviatano, ma per capire il nostro tempo bisogna leggere anche il Behemoth, il libro nel quale Hobbes racconta il caos della guerra civile inglese.
Noi stiamo entrando nuovamente nell’epoca del Behemoth.
Un mondo nel quale le istituzioni esistono formalmente, ma sotto di esse si muovono forze centrifughe, conflitti sociali, identitari e territoriali.
Franz Neumann utilizzò non a caso la stessa immagine per descrivere la struttura del nazionalsocialismo.
Il suo Behemoth rimane uno dei libri più importanti per comprendere come un regime apparentemente centralizzato possa essere in realtà attraversato dalla competizione tra molteplici centri di potere.
Questa categoria oggi torna terribilmente attuale. La cifra del nostro ordine internazionale è proprio questa: un grande disordine, la fine di un mondo più che la fine del mondo.

-E come vede questo cambiamento di epoca e quali sono le sue caratteristiche?

Assistiamo alla fine della grande architettura diplomatica costruita dopo Vestfalia e progressivamente trasformata nei secoli successivi.
È finita la grande borghesia nazionale.
È finito il mondo nel quale esistevano classi dirigenti capaci di pensare cinquant’anni avanti.
È in crisi il sistema nato dopo la Seconda guerra mondiale.
Ma questo non significa che venga meno la storia.
Nascerà qualcos’altro.
Non sappiamo ancora quale forma avrà.
Io ogni giorno vedo scomparire pezzi del mondo nel quale sono cresciuto.
Ma continuo ad avere speranza.
Perché sono cattolico.
E credo che, dentro ogni trasformazione storica, per quanto terribile possa essere, la persona umana riesca prima o poi a ricostruire un ordine.
Lo Spirito continua a muovere la storia.
Anche quando noi non siamo più capaci di vederlo.

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