OGGETTO: La spia che vinse la guerra di Troia
DATA: 26 Agosto 2026
SEZIONE: Storie
FORMATO: Racconti
Mentre Achille combatteva e Odisseo tramava, fu un soldato sconosciuto a decidere le sorti di Troia. Sinone si fece catturare, si sfigurò il volto, rinnegò il suo stesso nome e resistette alle torture pur di sembrare credibile. Il film di Nolan l'ha riportato all'attenzione del grande pubblico, ma la sua lezione va ben oltre il mito: le guerre non le vincono i più forti, le vincono quelli che fanno credere al nemico di aver già vinto.
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Quest’anno il pubblico ha scoperto un personaggio della tradizione classica grazie all’Odissea di Christopher Nolan: Sinone. Il film ha dipinto il soldato acheo come la vittima di un duplice inganno. Prima convinto da Antinoo a partecipare alla guerra, dopo persuaso da Odisseo a fare da guardia al cavallo di Troia, quest’ultimo cosciente che Sinone sarebbe morto nel compito. Una narrazione distante, oltretutto riduttiva rispetto a quella virgiliana e dantesca. Un soldato che perisce all’inferno tra i falsari di parola, ma con la testa alta, sferrando pugni a Mastro Adamo e non risparmiandosi insulti. Odisseo non è infatti l’unico polytropos, multiforme, ad avere un ruolo fondamentale nella decennale guerra di Troia. La chiave della vittoria achea ce l’aveva un altro trasformista, o meglio, una spia: Sinone, l’insospettabile. Lui fu il soldato greco che si gettò nelle mani dei Troiani, facendosi catturare per portargli un messaggio: “timeo Danaos et dona ferentes”. Temo i Greci anche quando portano doni. Sinone ingannò i nemici affinché credessero che egli fosse stato abbandonato dai suoi compagni e che avesse il compito di donare, come segno di pace, il cavallo di legno.

L’impresa di questo giovanissimo soldato non l’avrebbe mai potuta compiere un Odisseo, un Achille o un Agamennone. Il segreto di Sinone per diventare una spia fu la sua mancanza di orgoglio, una caratteristica marcata in tutti i sovrani achei, messo da parte fino ad annullare la sua personalità. Nei Posthomerica, un poema del III secolo a.C. che narra la distruzione di Troia, si racconta che Sinone, pur di sembrare credibile nella farsa, arrivò al punto di sfigurarsi. Prima delle maschere in lattice della CIA, c’erano giovani che pagavano con la propria pelle l’efficacia dell’inganno. Nessuna macchina della verità o interrogatorio dell’Intelligence da superare: c’erano le brutali torture a cui Sinone non cedette, continuando a mostrarsi un disertore spaventato. Nell’interrogatorio infamò il nome del suo caro cugino, Odisseo, che fino ad allora lo aveva tenuto sotto la sua ala nei giorni di guerra. Rinnegò la sua parentela con il re di Itaca, fingendosi consanguineo di Palamede, l’eroe che Odisseo stesso aveva ucciso.

La missione “cavallo di Troia” fu eccellente da stravolgere la legge di Murphy, mantra dello spionaggio. “Tutto ciò che può andare storto, lo farà”. Gli agenti segreti ritengono che la sfortuna sia la norma durante una missione, invece, l’agente Sinone riuscì a incontrare la fortuna. C’era ancora qualcuno che diffidava del giovane straniero, il sacerdote Laocoonte. Il devoto di Poseidone mise in guardia i concittadini, non credendo alla storia di Sinone. Ma, proprio in quel momento, ci fu un coup de chance, o almeno in apparenza. Due enormi serpenti marini emersero dalle acque e stritolarono, fino alla morte, il sacerdote. L’unico che avrebbe potuto far fallire Sinone. Ormai sullo xenos arrivato in territorio troiano non ci furono più dubbi: diceva la verità. Diceva la verità e lo avevano testimoniato gli dèi, punendo Laocoonte e le sue malelingue. Cosa rappresenta il cavallo? Venne domandato a Sinone, il quale si beffò spudoratamente di loro. Il ragazzo non rispose, ma promise di rivelare le ragioni del dono una volta varcate le mura della città. Entrato a Troia, Sinone diede la sua spiegazione. Inaffidabile, non esattamente chiara. L’importante del racconto non fu la credibilità, ormai si fidano ciecamente di lui, bensì la convinzione nelle sue parole.

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Spiegò che il cavallo sarebbe stato falso un rimedio per il furto del Palladio, commesso da Odisseo e Diomede. L’espediente realizzato era grande, imponente per una ragione: rendere impossibile l’ingresso del cavallo nelle mura della città. Il dettaglio irresistibile del racconto di Sinone, però, fu un altro. Se i Troiani fossero riusciti a far oltrepassare le mura al cavallo, la protezione degli dèi sarebbe passata dalla loro parte e la guerra sarebbe stata vinta. Questo spinse Priamo a distruggere parte delle mura, affinché il cavallo potesse entrare. Infine, sempre secondo i Posthomerica e Trifiodoro, compiuta la missione di infiltrazione, Sinone diede il segnale di via libera ai soldati greci accendendo una torcia accanto alla tomba di Achille. Mentre in Persia esistevano le satrapie, ispettori che racimolavano informazioni chiamati gli Occhi e le Orecchie del Re, Sinone fu stato la voce del suo re. O meglio, del suo esercito con cui aveva combattuto per dieci anni. Il guerriero più invisibile e dimenticato dell’universo classico segnò un momento storico: una guerra vinta senza la prevaricazione con la violenza, ma con l’intelligenza.

Sinone dimostra una realtà che è ancora presente nei giochi di potere attuali, ovvero che è colui che resta inosservato, di cui aedi o giornalisti non parlano, a tenere in mano la situazione. Ci sono e ci sono stati tanti uomini che si vantavano della propria retorica nei senati, ricompensati da una blanda vittoria del proprio ego, esattamente negli stessi istanti in cui un itacese qualunque vinceva una guerra con la parola. Ecco cosa insegna Sinone: le battaglie si possono vincere con il dominio del più forte e la prepotenza, le guerre facendo credere al nemico di aver già vinto, con quello schema di presunzioni. L’informazione che il protagonista del secondo libro dell’Eneide è riuscito a portare agli Achei, da perfetta spia, è che Troia era ubriaca del suo successo immaginario, fino al punto di aprire le sue porte allo sfidante. Perché il compito della spia non è sconfiggere fisicamente il nemico: deve soltanto fare in modo che il nemico prenda la decisione che lui desidera. Il polytropos dell’epica merita il titolo non soltanto per la sua abilità di cambiare sé stesso, ma di trasportare in quella metamorfosi anche il mondo che lo circonda.

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Un adattamento non tradisce un classico quando ne cambia le scene, ma quando ne sostituisce l'idea di uomo. È quello che accade all'Odissea di Christopher Nolan, che legge il ritorno di Ulisse attraverso un'unica lente, la colpa, e riduce a un dramma della coscienza le molte domande che Omero aveva disseminato lungo il viaggio. Così il film finisce per raccontare, suo malgrado, un'epoca che sa scavare nell'interiorità ma non sa più vedere ciò che la supera.

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