OGGETTO: La strada madre
DATA: 05 Luglio 2026
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
Più che una semplice striscia d'asfalto, la Route 66 è il dispositivo narrativo che ha plasmato l’epica e il sogno americano. Nel suo libro "Route 66. Cent'anni on the road" (Odoya, 2026), il giornalista Claudio Castellacci si fa archeologo del mito, attraversando in punta di piedi un'arteria cancellata dalla modernità ma immortale nell'immaginario collettivo. Tra motel abbandonati e città fantasma nel deserto, il volume si rivela un reportage sospeso tra memoria e realtà. Una riflessione profonda sulle ferite del capitalismo e sulla forza della letteratura nel preservare ciò che il progresso tende a cancellare.
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Libri di strade ce ne sono pochi, e di buoni ancora meno. Route 66. Cent’anni on the road (Odoya, 2026) del giornalista Claudio Castellacci riesce nell’impresa di parlare della cosiddetta “Mother Road” – la lingua d’asfalto inaugurata nel 1926 che collegava Chicago a Los Angeles – senza ridurla ad itinerario di un Paese senza trasformarlo in cartolina e di un mito senza distruggerlo. Il libro si colloca a metà strada tra il reportage, il memoir di viaggio, il saggio di cultura americana e la ricostruzione storica, in equilibrio tra documentazione e partecipazione emotiva. La Route 66 è probabilmente il luogo più immaginato, sognato, fantasticato del mondo. Prima ancora di essere una strada, è un dispositivo narrativo. Raccontata da scrittori, fotografi, registi, musicisti, è diventata il teatro dell’epica americana, la metafora dell’espansione verso Ovest, della fuga, del riscatto sociale, della libertà individuale. Chiunque decida di scriverne deve fare i conti con un rischio calcolato: limitarsi a ripetere ciò che già sappiamo (tantissimo). 

Ed è anche qui che risiede la bravura dell’autore, il quale evita questa trappola con un metodo tanto semplice quanto efficace: attraversare il Mito, in punta di piedi, con il rispetto che si deve alle cose antiche. Il risultato è un libro che non pretende di essere definitivo, ma il resoconto di un viaggiatore esperto che conosce bene la differenza tra il paesaggio e la sua rappresentazione. Dettaglio che molta letteratura dedicata ai viaggi tende ad ignorare, presa com’è dalla narrazione di Instagram, le cui fauci masticano tutto e il suo contrario nello spazio di una storia. Ma cosa rimane oggi della Route 66?

Poco o niente. Ufficialmente dismessa e cancellata nel 1984, a favore delle più efficienti autostrade interstatali (istituite già dopo il voto del Congresso nel 1956), sopravvive in lunghi tratti grazie agli appassionati che, riuniti in associazioni locali, ne celebrano lo status di patrimonio culturale. Con la contraddizione di essere una strada che è ancora lì, ma non conduce più da nessuna parte se non verso l’America di ieri. Non è casuale, infatti, che il libro sia attraversato continuamente dalla memoria. Ogni motel, ogni distributore di benzina, ogni insegna al neon, ogni diner raccontano una storia di prosperità, declino e rinascita. L’autore sa che l’America migliore non coincide sempre con quella più potente, ma più spesso con quella che conserva le proprie cicatrici. Fisiche o immateriali, non fa differenza. Nella cultura americana, di per sé dedita alla fabbricazione di prodotti da consumare e sostituire nel più breve tempo possibile, tutto scorre: tanto le solidissime infrastrutture, ponti e strade in testa, quanto il rock’n’roll, il cinema, il fumetto, la fotografia, la pubblicità, la musica country, l’on the road di Kerouac e l’urlo di Ginsberg. Nel racconto di Castellacci, tra le altre cose, c’è l’America della Grande Depressione raccontata da John Steinbeck, che proprio in The Grapes of Wrath (da noi Furore) definì la Route 66 “Mother Road”. C’è quella dei reduci della Seconda guerra mondiale che trasformarono l’automobile in simbolo di emancipazione. C’è l’America dei motel, dei drive-in, delle stazioni di servizio indipendenti, delle Cadillac cromate, delle insegne luminose e della fauna lavoratrice fatta di camerieri, benzinai, cuochi, camionisti, meccanici, venditori ambulanti, poliziotti…

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

Ma c’è anche quella del progressivo abbandono delle piccole città divorate dalle autostrade. Su questo l’autore sembra condividere un’idea molto americana della memoria, cioè come ricordo dinamico, archivio collettivo di tutto il vissuto precedente. Qui ogni viaggiatore aggiunge una propria interpretazione. Ogni generazione riscrive il mito. E ciò fin da quando l’automobile, apparsa a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo, crea “una nuova geografia morale: da una parte il cittadino rispettabile proprietario di Ford o di Buick, simboli del successo; dall’altra figure ibride, sospese tra precarietà e avventura, che cercavano di muoversi “aggrappandosi” alla mobilità altrui”. Il Premio Nobel Sinclair Lewis, in una serie di articoli pubblicati sul Saturday Evening Post, tra il ’19 e il ’20, definirà questo fenomeno con il termine di “autobumming”, “neologismo che combinava bum, il vagabondo ferroviario ottocentesco, con auto, simbolo della modernità che stava ridisegnando”. Una novità talmente rivoluzionaria da mettere in discussione l’idea stessa che la mobilità fosse democratica e la strada di tutti. Non, invece, una delle tante facce del classismo made in USA: di qua i possessori di macchine, di là quelli “con il pollice alzato sul ciglio della strada” ad elemosinare uno “strappo”. Nel mezzo, e sullo sfondo, il paesaggio ai lati della strada. Lungo quei quasi 4000 chilometri dal lago Michigan all’Oceano Pacifico, a fare da vetrina di eventi straordinari, cuciti addosso ad unasocietà troppo veloce per non lasciarsi macerie alle spalle. Come in California, dove nei pressi dell’area del deserto del Mojave, durante la Seconda guerra mondiale, le truppe corazzate al comando del generale Patton si addestravano per la vittoria finale sui nazi. Relitti segnaletici, loro malgrado ancora esistenti, ne testimoniano il passaggio.

Tra paesi e città fantasma, distinguibili solo grazie a moncherini sparsi, vestigia di un tempo remoto impossibile da seppellire una volta per tutte. Si prenda a modello Amboy, la città set di spot televisivi e pellicole cinematografiche (Viaggio al centro della Terra è stato girato da quelle parti) che a causa della dismissione della Route 66 ha rischiato di sparire. Messa in vendita a più riprese (ad un prezzo non così proibitivo), oggi che è solo un puntino nel deserto, sopravvive finché può, grazie all’inesausta curiosità di turisti affascinati dal suo essere perfettamente immobile. A mo’ di simbolo e metafora di quale direzione abbiano preso gli americani da un po’ di tempo a questa parte. Del resto, quanto emerge dal racconto è proprio una riflessione sul cambiamento del sogno americano.

La Route 66 nasce come infrastruttura economica; diventa ben presto simbolo della mobilità sociale; infine, si trasforma in attrazione culturale. Un percorso in cui c’è già tutta la nobiltà e tutta la miseria del sistema capitalistico contemporaneo. Votato alla dismissione e al totale distacco con la dimensione hard del lavoro in carne e ossa. Ecco, dunque, il cuore del libro di Castellacci. Che non è il tragitto geografico in sé, ma il rapporto fra memoria e modernità, fra mito e realtà, fra velocità e lentezza. L’autore percorre la Mother Road come un archeologo, recuperando frammenti di un’America che continua a vivere nelle insegne scolorite e nelle storie di chi ha deciso di restare ai margini delle grandi arterie. In questo senso Route 66 è molto più di un libro per appassionati di viaggi. È una riflessione sulla capacità dei luoghi di trasformarsi in immaginario collettivo e sulla forza della narrazione nel preservare ciò che il progresso tende a cancellare. In attesa dell’ennesima rimozione, non certo la prima, di sicuro non l’ultima.

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