OGGETTO: Il pride del Generale
DATA: 21 Giugno 2026
SEZIONE: Politica
AREA: Italia
Nel mese del Gay Pride, in Futuro Nazionale riemerge il nuovo orgoglio degli Anni Venti: la rivoluzione del piccolo-borghese dimenticato, di chi si percepisce scarto della società, espulso dalla sua classe sociale. Come Trump, Salvini, e tanti altri prima di lui, Roberto Vannacci punta fieramente sulla schiuma della terra e sui rifiuti della società. Coglie così uno dei sintagmi fondamentali della sintassi politica odierna: in un mondo in cui le opportunità sono infinite, la maggioranza rimane mediocre.
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Ogni armata ha bisogno della sua manovalanza, dei sacrificabili, della carne da cannone. Perché ogni battaglia comporta un rischio: chi sta ai posti di comando rischia la carriera con le sue decisioni, chi esegue rischia sé stesso. Nella battaglia politica Vannacci si gioca la reputazione, si gioca un futuro da comandante dello Stato, non più da servitore. Parlamentari, notabili e intellettuali che si imbarcano con lui attraversano un Rubicone: sono irrimediabilmente macchiati di estremismo ideologico, di volgarità politica, di complotto contro il buonpensiero.

Nella battaglia politica si spara solo sulle possibilità di carriera e sul buon nome (anche se alla fine pecunia non olet, mai, quindi un modo per perdonare lo si trova sempre, se lo sporco vince). E quindi, se dirigenti e intellettuali al seguito rischiano posti di lavoro, promozioni, circoli educati di pari e di wannabe, chi non ha un buon nome da cui il suo stipendio dipende può agire libero. Chi non ha niente, o meglio non è nessuno, non vede niente da perdere. La battaglia politica non mette in gioco la vita, e dunque per il comandante non è più un problema ottenere i propri soldati di truppa: inscalfibili nel proprio coraggio, data l’assenza di rischio.

Il Duca di Wellington la chiamava schiuma della terra: scarti della società alla disperata ricerca del pane, disposti a mettere la propria vita in un lancio di moneta per esaurimento di ogni più ragionevole alternativa. La politica offre appartenenza, posizioni sociali, e non di rado, al seguito, una busta paga con cui eliminare l’ansia esistenziale del proprio posto nel mondo. Quante rivoluzioni portano criminali e sottoproletari nei quadri del nuovo Stato; ma anche solo un posticino amministrativo in un ente parastatale, può andar pur bene.

Così Vannacci riprende e rivolta lo storico detto del generale britannico, rovesciandone le vibes: non l’acre disgusto con cui Wellington apostrofava saccheggiatori e nullafacenti delle proprie file, ma l’orgoglio di rappresentare i non rappresentati, quelli che lavorano ma non hanno voce, e, a differenza dei pedanti parlatori di diritti ed equità, non chiedono nulla a nessuno. Nella società di massa in cui le classi si confondono non v’è più certezza: tutti rischiano di sprofondare, tutti sono potenziale scarto. Così Vannacci innalza la feccia, i rifiuti, e il manipolo di precari della politica (trombati, in gergo tecnico).

È così che, dietro la cortina di fumo, il partito più militarista dell’emiciclo può passare per la voce della pace senza che (quasi) nessuno se ne accorga, è così che il partito della rivoluzione è già nato senza rifiutare la camicia. È così che, se dovesse diventare rilevante, troverà un compromesso coi grandi colossi industriali, con gli odiati evasori. Così come si riconcilierà con la migrazione di massa indicandola come necessità, come già sorprendentemente affermato dal presente Esecutivo, in rima nei numeri con una vecchia proposta di Emma Bonino che al tempo terrorizzò quello stesso elettorato. La politica è fatta di tensioni; le constituencies (i gruppi di sostenitori, per i meno avvezzi a neolingue intellettuali) sono eterogenee; il messaggio dev’essere targetizzato su misura, preferibilmente isolando l’elettore da quelli diretti ad orecchie altrui.

Ovviamente, non si tratta di un’invenzione degli ideologi del neonato partito. Solo due anni fa, il miliardario Trump si metteva alla testa di un esercito di “spazzatura” (garbage) sfruttando il più elitario degli assist fornitogli dall’allora Presidente Biden. Salvo poi dare diverso valore alla spazzatura in riferimento alla comunità somala in America (su quest’onda retorica, pochi giorni dopo iniziavano i raid da Far West dell’ICE in Minnesota), ma se si impara ad amare il partito si riesce ad armonizzare più facilmente le contraddizioni.

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

Le rivoluzioni piccolo-borghesi, che oggi spuntano a ripetizione, fra Trump, Salvini, Grillo, Farage, non sono certo un’esclusiva del nostro secolo. Nel suo celeberrimo romanzo, Scurati faceva introdurre a Mussolini il suo progetto politico con queste parole:

Siamo un popolo di reduci, un’umanità di superstiti, di avanzi. […] Io sono lo sbandato per eccellenza, il protettore degli smobilitati, lo sperduto alla ricerca della strada. […] Ho davanti a me solo la trincea, la schiuma dei giorni, l’area dei combattenti, l’arena dei folli, il solco dei campi arati a colpi di cannone, i facinorosi, gli spostati, i delinquenti, i genialoidi, gli oziosi, i playboy piccolo-borghesi, gli schizofrenici, i trascurati, i dispersi, gli irregolari, nottambuli, ex galeotti, pregiudicati, anarchici, sindacalisti incendiari, gazzettieri disperati, una bohème politica di reduci, ufficiali e sottoufficiali […] È con questo materiale scadente – con questa umanità di risulta – che si fa la storia”.

In questa prosa di fantasia Scurati voleva, senza tanti sforzi dissimulatori, rendere ben esplicita la base di ogni movimento populista: l’opposizione non tanto all’establishment, quanto all’intera società stabilita, quella che ha il proprio posto nel mondo, il proprio benessere rassicurante e assicurato. Vannacci si fa orgoglioso alfiere degli sbandati, di quelli che non avendo nulla da lasciare possono seguirlo ovunque.

Ad ulteriore conferma, anche lì la retorica rivoluzionaria segue un percorso ideale che diverge dalla storia: i benefattori servono, specialmente quelli con molti zeri; tanti dei sostenitori hanno solo paura di perdere la propria posizione, in realtà vogliono la cristallizzazione delle gerarchie sociali, il blocco dei sommovimenti strutturali, la riappropriazione delle ricchezze personali. La rivoluzione nazionale è proletaria, ma gli elettori sono borghesi.

Ma dopo la retorica e la sagacia viene la struttura: nella politica delle pure personalità,tutti prendono diritto ai propri quindici minuti sulla cresta dell’onda. Ne è stato esempio Salvini (il passato sembra ormai d’obbligo): grancassa del malcontento nazionale fino a quando non ne è spuntato uno più furbo e più solido. Perché la struttura resta, i leader passano da porte girevoli: ce n’è un eccesso, anche loro, esponenti di una massa paiono diventare mediocri fra gli altri mille mediocri. Farage, uno dei riferimenti di questa operazione politica secondo il suo primo patrocinatore, in dieci anni ha già fatto in tempo ad essere sostituito e a subentrare al suo sostituto. Ma di solito in politica non si concedono seconde opportunità, e “il tempo che viene” è uno solo, se lo si sa cogliere.

Struttura, solidità ideologica, intelligenza politica. Per il momento il Generale è in luna di miele, nel suo personalissimo Pride retorico, ma non basta la melodia retorica per assaltare il potere di uno Stato. Quand’anche fosse morente, borghese, liberale, effeminato, parlamentare, come forse pensa il Generale. Il vento è in poppa. Vannacci è improvvisamente l’enfant prodige della destra italiana. Per il momento nelle istituzioni ha solo un manipolo battagliero e apparentemente intransigente, che sarà probabilmente in grado di replicare alle elezioni. Questo manipolo però, creato dalla destra di governo (e dal kingmaker nell’ombra della politica italiana), ora rischia di paralizzarla in un ricorso storico che torna indietro di un secolo: chissà se alle elezioni verrà accolto nei blocchi nazionali.

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La Lega al contrario

Roberto Vannacci è solo la punta dell’iceberg di una crisi identitaria profonda: la Lega ha reciso le radici federaliste, rincorso l’estremismo da palazzo e perso bussola e territorio. L’operazione-generale sposta voti, crea fratture e apre spazi a destra, mentre Salvini paga l’errore tattico e Meloni consolida il comando.

Teoria del partigiano Vannacci

Capire Roberto Vannacci attraverso Carl Schmitt rivela qualcosa che il dibattito corrente non coglie: non è un politico con un programma, ma una figura tellurica che si nutre dell'identificazione del nemico interno. La remigrazione, di conseguenza, non è una proposta percorribile, ma un grido di battaglia. Il 3,5% di sostenitori che, stando ai sondaggi, lo voterebbe cerca proprio questo: pura appartenenza.

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