Intervista

Giorgio Zanchini: «La trasparenza è una promessa della democrazia, ma non può essere assoluta»

«A partire da quella ragazza incontrata a Parigi, ho pensato che fosse un gesto doveroso restituire un po’ di dignità alle 270 vittime, raccontare chi erano. Molti erano giovani nel pieno della loro esistenza, oltre che miei coetanei. Quelle vite spezzate mi sembravano qualcosa di terribile. Era una forma minima di restituzione»
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Lockerbie, di Giorgio Zanchini (Editori Laterza, 2026), analizza e indaga su uno degli attentati più controversi della storia recente, quello della strage del volo Pan Am 103, deflagrato in aria a causa di un ordigno esploso a bordo e i cui rottami, insieme ai corpi delle vittime, 270 in totale, sono precipitati sull’omonima cittadina scozzese il 21 dicembre 1988. A distanza di quasi quarant’anni la giustizia vede un unico condannato: l’ex agente segreto libico Abdelbaset al-Megrahi. Molte, però, le ombre e i giochi di potere dietro le evidenze giudiziarie, le quali, per chi sa guardare come Zanchini, sembrano forse condizionate anche dagli equilibri geopolitici del tempo. Muhammar Gheddafi, da villain per eccellenza dell’Occidente agli anni della distensione e degli affari miliardari prima delle primavere arabe, appare, secondo le indagini, il vero mandante politico dell’attentato. Tuttavia, ancora non è chiaro se la vicenda di Lockerbie sia finita per prestarsi, in realtà, solo come utile narrazione politica sulla spregiudicatezza del Colonnello, ignorando forse deliberatamente altre piste, come quella che ricondurrebbe all’Iran.

Zanchini svolge un’opera profonda e articolata di mappatura critica, offrendo un’onesta panoramica dei fatti e di tutti gli attori in gioco, restituendo dignità e onore alle molte vittime della strage, spesso dimenticate nei grandi numeri delle statistiche del terrorismo. C’è anche molta Italia nell’opera che spesso si avvicina a una spy story, da Craxi e Andreotti al celebre Lodo Moro. Un paese segnato dagli anni di piombo e che ha tanto interiorizzato, per ragioni storiche, gli equilibri velenosi e violenti di quella lunga e triste stagione, i cui rumori riecheggiano in Lockerbie.

-Dott. Zanchini, dunque tutto inizia dietro il bancone di un’enoteca parigina...

Ci troviamo in un bar, io avevo ventuno anni e lavoravo in un’enoteca inglese a Parigi. In realtà quel periodo lavorativo sarebbe durato dall’estate fino a Natale, come avevo già fatto tre anni prima a Londra. Lì, infatti, avevo lavorato un po’ come tuttofare in uno di quei famosi club londinesi riservati all’establishment locale e avevo conosciuto un ragazzo inglese con cui ho stretto una grande amicizia. Fu lui a dirmi: “Vieni a Parigi e prendi il mio posto”. Così per sei mesi lavorai al Willis Wine Bar, un’enoteca inglese a Parigi. Una sera di metà dicembre arrivarono due ragazze inglesi, poco più grandi di me. Parlammo a lungo. Una delle due, in particolare (Sophie Hudson), mi colpì molto per fascino, simpatia e avvenenza. Tre giorni dopo il mio amico inglese mi disse che quella ragazza era a bordo dell’aereo esploso sopra Lockerbie. La cosa mi turbò moltissimo. Poi sono passati quasi quarant’anni e, a un certo punto, ho deciso di tornare su quella storia.

-Nel libro colpisce moltissimo il capitolo in cui prova a restituire una panoramica delle vite delle vittime, in cui smettono di essere solo un numero e tornano persone. Il terrorismo trasforma le vittime in statistiche?

Rischia di farlo. È quello che scrive anche Georgia Nucci, che secondo me ha svolto il lavoro più accurato di ricostruzione delle vite delle vittime nel libro On Eagles’ Wings. Negli archivi delle fondazioni create dai familiari ho trovato biografie e testimonianze preziose. Ho cercato di ricostruire quelle vite appoggiandomi a quel lavoro. Di fronte a un attentato terroristico, soprattutto quando il numero delle vittime è alto, si rischia sempre di ridurre tutto a una cifra. 270 morti diventano un numero astratto. Nucci ha voluto fare un’operazione precisa: dare corpi, vite e sostanza a quei numeri. Io mi sono mosso sulla stessa linea. A partire da quella ragazza incontrata a Parigi, ho pensato che fosse un gesto doveroso restituire un po’ di dignità alle 270 vittime, raccontare chi erano. Molti erano giovani nel pieno della loro esistenza, oltre che miei coetanei. Quelle vite spezzate mi sembravano qualcosa di terribile. Era una forma minima di restituzione. In effetti le vittime delle stragi diventano spesso soltanto numeri. In Italia, grazie alle associazioni dei familiari, si è fatto un grande lavoro sulla memoria. È un compito civile. In contesti come guerre o conflitti contemporanei è molto più difficile. Penso all’Algeria, all’Iraq post-Saddam o a Gaza. Ma per uno Stato con istituzioni solide, preservare la memoria delle vittime è un dovere.

-Durante la lettura aleggia costante lo spettro della Realpolitik. Tutto sembra portare a Gheddafi e alla Libia, eppure restano aperte altre piste, come quella iraniana. Perché sono state accantonate?

La risposta è che, dal punto di vista giudiziario, non erano abbastanza solide. I giudici scozzesi hanno esaminato sia la pista palestinese sia quella iraniana. Furono prese molto sul serio. Si guardò ai gruppi vicini ad Abu Nidal e alle cellule palestinesi scoperte in alcuni rifugi in Germania poche settimane prima dell’attentato. Anche la pista iraniana fu approfondita. Il problema è che non si arrivò mai a prove sufficienti. La Libia, invece, lasciò una serie di indizi che trovarono una loro credibilità in sede giudiziaria. È per questo che si arrivò all’incriminazione e poi al processo degli agenti libici. La verità giudiziaria ha prodotto una sola condanna, dopo un procedimento molto complesso basato su un apparato indiziario coerente e concordante. Per questo la pista libica resta quella riconosciuta. Detto questo, esistono forti sospetti sulla mano iraniana, come vendetta per l’errore nell’ abbattimento del volo Iran Air 655 da parte degli Stati Uniti sei mesi prima di Lockerbie, che provocò 290 vittime, e sulla collaborazione di gruppi palestinesi. La mia impressione è che la verità storica sia più ampia della verità giudiziaria e coinvolga probabilmente diversi attori. Tendo invece a escludere le tesi complottistiche che attribuiscono la strage direttamente alla CIA. Francamente trovo poco credibile che gli Stati Uniti abbiano organizzato una strage di cittadini americani.

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

-L’imminenza della Prima guerra del Golfo potrebbe aver favorito la pista libica rispetto a quella iraniana?

Questa è una delle ipotesi avanzate da studiosi di relazioni internazionali e da diversi giornalisti che si sono occupati del caso. Secondo questa lettura, gli Stati Uniti avevano bisogno dell’Iran nel quadro strategico che si stava delineando contro Saddam Hussein. Bush avrebbe detto a Thatcher che conveniva evitare di attribuire la responsabilità all’Iran e concentrarsi invece sulla Libia di Gheddafi. Il contesto geopolitico certamente favoriva la pista libica rispetto a quella iraniano-palestinese. Detto questo, non credo che la Realpolitik abbia compromesso l’indipendenza dei giudici scozzesi. Loro hanno esaminato tutte le piste e sono arrivati a quella conclusione perché non hanno trovato sostanza probatoria nelle altre. Come ha scritto l’ex ministro della Giustizia scozzese Kenny MacAskill, il processo fu trasparente. Molto spesso chi giudica, però, non conosce fino in fondo il “grande gioco” geopolitico che si muove sopra di lui.

-Esiste un modo migliore di amministrare la verità nelle democrazie?

È una domanda enorme, perché implica affrontare il tema del segreto di Stato. Pensiamo al caso Abu Omar: governi di ogni colore politico hanno confermato il segreto. Oppure alla strage di Ustica, dove ancora oggi esistono aree di opacità. Anche su Lockerbie probabilmente CIA ed MI6 hanno raccolto informazioni che resteranno coperte per anni. La trasparenza assoluta non esiste. Uno Stato ha anche il dovere di difendersi. Norberto Bobbio ha scritto pagine molto belle su questo tema: la trasparenza è una promessa della democrazia, ma non può essere assoluta. Molti segreti vengono desecretati dopo decenni. Altri richiedono tempi molto più lunghi. La vera domanda è come trovare un equilibrio tra il diritto dei cittadini a conoscere la verità e le esigenze della sicurezza nazionale.

-Nel capitolo “Lockerbie e noi” mette in relazione la strage del Pan Am 103 con la stagione del terrorismo italiano. Nero, rosso, mafioso. Mai islamico. Il Lodo Moro ha funzionato?

Sì e no. Abbiamo avuto stragi terribili a Fiumicino sia prima sia dopo l’inizio del cosiddetto Lodo Moro. L’accordo, nella sua forma più nota, prevedeva libertà di transito e di movimento per i gruppi palestinesi in cambio dell’impegno a non colpire l’Italia. Il problema è che non tutti i gruppi palestinesi erano controllabili. Abu Nidal, per esempio, contrastava apertamente la linea di Arafat. A un certo punto una parte del mondo palestinese cercava un accomodamento con l’Occidente, mentre le frange più estremiste erano del tutto incontrollabili. Quindi il Lodo Moro poteva funzionare con alcuni interlocutori, ma non con tutti. Ed è lì che nascevano i problemi.

-Una curiosità finale tra aviofobici: come si è sentito dopo aver scritto un libro incentrato su una strage aerea?

Forse ho aspettato così tanto tempo proprio perché non volevo affrontare questo tema. Da ragazzo ero terrorizzato dalle bombe sugli aerei. Oggi, paradossalmente, mi sembrano meno probabili, perché proprio dopo Lockerbie i controlli aeroportuali sono diventati molto più rigorosi. Poi siamo passati dalle bombe ai dirottamenti. L’11 settembre ha cambiato completamente il paradigma. Ti confesso però che leggere centinaia di pagine di rapporti tecnici sull’esplosione in volo di un jumbo jet è stato difficile. Esistono documenti che descrivono secondo per secondo cosa accade dopo un’esplosione a bordo. Per me è stato un incubo. Mia figlia, che ha paura dell’aereo ancora più di me, ha provato a leggere quelle pagine e dopo poco mi ha detto: “Papà, non riesco ad andare avanti”.

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